News per Miccia corta

16 - 01 - 2009

Shoah. Quando non ci saranno piú testimoni

 

(la Repubblica, venerdí, 16 gennaio 2009)

 

 

 Questa data non è il giorno della commemorazione dei morti, ma del ricordo per i vivi

 

Tutto è successo perché il sistema consentiva la non responsabilitá  individuale

 

 

DAVID BIDUSSA

 

 


Anticipiamo una parte del libro di "Dopo l'ultimo testimone" (Einaudi, pagg. 136, euro 10) da oggi in libreria

 

 

Quando rimarremo soli a raccontare l'orrore della Shoah, non basterá  dire «Mai piú!» né rifugiarsi tra le convenzioni della retorica. Serviranno gli strumenti della storia e la capacitá  di superare i riti consolatori. (...)

Nel Giorno della memoria non ci interroghiamo dunque sui sopravvissuti o sui testimoni diretti, ma su noi stessi, venuti dopo, e che da quell'evento siamo segnati, qualunque sia il nostro rapporto individuale e familiare con esso. Sia che siamo figli delle vittime, dei carnefici o di quella ampia fascia di zona grigia, di mondo degli spettatori, che si trova in mezzo. Insieme a noi, ci sono i testimoni culturali, ovvero gli autori della produzione storiografica, figurativa, letteraria, cinematografica, che accompagnano l'estrinsecazione delle testimonianze dei sopravvissuti.

In sostanza non c'è da attendere un domani, piú o meno lontano, per chiedersi che cosa faremo dopo che l'ultimo testimone sará  scomparso. Quel passaggio si è giá  consumato. Del resto, a riprova, la notizia della morte - avvenuta il 17 giugno 2008  -di Henryk Mandelbaum, l'ultimo sopravvissuto in Polonia del «Sonderkommando» del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau, non ha modificato il quadro emozionale, non ha segnato nella coscienza pubblica un «prima» e un «dopo».

Si è inaugurata l'etá  della postmemoria, una stagione che obbliga a confrontarsi con le domande che questa condizione pone rispetto alla conservazione di un certo passato e sugli strumenti che noi abbiamo per indagarlo, comprenderlo e rappresentarlo.

La nostra attualitá  è attraversata da diversi scenari che rischiano di trasformare quest'attenzione in una nuova eclissi.

Il primo riguarda i tempi della memoria. Il ricordo del genocidio ebraico ha avuto tempi lunghi prima di rendersi autonomo e «visibile» nella coscienza pubblica. Ha avuto un suo risveglio a partire dagli anni '80, sull'onda anche della spettacolarizzazione dovuta a Holocaust (il serial televisivo che nel 1978, negli Stati Uniti come in Europa, ha inaugurato una nuova stagione nella percezione del genocidio ebraico). Da allora quel tema è stato al centro della discussione pubblica, anche «riscoprendo» le domande di chi a lungo e con pazienza aveva indagato intorno all'evento nell'indifferenza generale. L'esempio piú evidente è proprio nell'opera unanimemente oggi riconosciuta come la piú esaustiva, ovvero la monografia di Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d'Europa, composta in solitudine, ignorata negli anni '50, pubblicata nel 1961 nell'indifferenza generale e infine «scoperta» nel 1985.

Torneró piú in dettaglio su Hilberg, ma è importante sottolineare come la ricerca storica talora viva di vita propria e non solo di spettacolarizzazione o di rapporto con le domande che la discussione pubblica suscita. Quelle domande riguardano lo spessore, la fisionomia, l'estensione e la tipologia della «zona grigia», una questione che resta in ereditá  a chi viene dopo e che, soprattutto, non ha il fascino né della celebrazione dell'eroe, né della consolazione della vittima. La storiografia quando ha un valore civile non consola, bensí pone domande, e probabilmente è anche per questo che nonostante tutti dichiarino di amare la storia, di provare per essa un interesse quasi morboso, poi tengono la storiografia a distanza. Ci sono opere che bruciano ancora per le domande che pongono e perché rispetto a esse l'insorgenza morale non serve. E in ogni caso non è solo una questione morale. ሠuna problematica che coinvolge il sentimento politico e, piú generalmente, la mentalitá  diffusa, specie nel caso italiano.

Infatti, intorno al concetto di zona grigia, soprattutto nel modo in cui si è radicata quest'immagine nel senso comune in Italia, è venuta costruendosi una filosofia politica. L'espressione «zona grigia», creata da Primo Levi e originariamente riferita a coloro che nell'esperienza del Lager rappresentano l'area dei privilegiati nella complessa sociologia e gerarchia degli schiavi, nella storiografia sulla Resistenza e sulla guerra civile ha avuto uno slittamento di significato ed è perció venuta a designare quella parte di popolazione che passivamente non si è schierata con nessuna delle due parti in campo. Una condizione inizialmente vissuta con disagio e poi, lentamente, rivendicata con orgoglio (...)

Il secondo scenario riguarda la centralitá  delle vittime. Nel corso degli ultimi due decenni la dimensione della vittima ha assunto una nuova fisionomia. Se a lungo la questione degli sterminá® è stata pensata in relazione al termine di trauma - e dunque il problema e l'attenzione rispondevano all'esigenza di individuare strategie volte al recupero o al reinserimento -, la dimensione della vittima tende ora a essere presentata come una condizione non mutabile. La vittima nella comunitá  entra in ragione della violenza che ha subito e dunque per questo trova spazio e rispetto. Ma lentamente quella condizione si estende e genera un nuovo diritto: nello spazio pubblico comincia ad affermarsi la convinzione che solo presentandosi come vittime si avrá  diritto alla giustizia.

ሠun meccanismo che lentamente dimentica il presupposto da cui era partito, legato all'eccezionalitá , alla condizione estrema del sopravvissuto, ed estende cosí all'infinito la realtá  traumatica. Trasforma una condizione fisica, oggettiva, in una psicologica.

L'effetto è la ripresa del meccanismo vittimario, che non è solo appannaggio dei sopravvissuti, ma anche e sempre piú di coloro che hanno una visione paranoica della realtá , ossessionati dall'idea di forze potenti che agiscono contro la propria gente. Un'affermazione del processo di produzione delle vittime che elimina la dimensione storica e fattuale del suo realizzarsi in termini di atti, conflitti, figure, circostanze (e dunque non indaga su chi siano i persecutori, non descrive le azioni dei carnefici, bensí destoricizza perché riconduce a sé tutta la vicenda) e spiega, ad esempio, perché paradossalmente la richiesta di riflessione sulle vittime, che pure esigerebbe una maggior produzione di analisi storica, chiami in causa altre piste di indagine - la psicologia, la psicoanalisi, la teologia - ma significativamente eviti la storia sociale e si guardi bene dall'affrontare la storia dei comportamenti.

Paradossalmente, solo portando al centro le figure dei carnefici o della macchina dello sterminio, quella domanda di storia ha avuto la possibilitá  di sostenersi.

Nello specifico è stato da una parte La banalitá  del male di Hannah Arendt ad aprire questa possibilitá , proprio perché al centro del libro non erano poste le vittime ma la macchina distruttiva, e successivamente si è aggiunto il saggio di Christopher Browning, Uomini comuni, che ha consentito una nuova stagione di indagine culturale, storica e sociale sugli sterminá®. In tutti e due i casi il cuore dell'indagine riguarda la sfera dei carnefici e degli esecutori, la macchina burocratica come luogo produttivo della storia. Un nuovo aspetto che chiama in causa la nostra quotidianitá  ma che, di nuovo, evitiamo di mettere al centro della nostra riflessione, sulle forme del consenso, o su come si produce la morte di massa nell'etá  della tecnica. Un evento che evoca il principio della cooperazione industriale. La fabbrica moderna è capace di produrre in serie milioni di esemplari dello stesso prodotto perché migliaia di individui nello stesso istante compiono un gesto, un atto sequenziale.

Questo processo è possibile perché pone a suo fondamento la cooperazione tra individui. Il genocidio ebraico, come ricorda lo storico Pierre Vidal-Naquet, è un evento possibile, e realizzabile, perché basato sullo stesso principio organizzativo: un sistema che consente la non responsabilitá  individuale nello sterminio.

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