News per Miccia corta

02 - 12 - 2005

Caso Daki. L'intelligence, i fatti e il dovere dei giornali

``La Repubblica``, 2 dicembre 2005

LA POLEMICA

L'intelligence, i fatti e il dovere dei giornali

di GIUSEPPE D'AVANZO

Senza un'informazione basata sui fatti, la libertá  d'opinione diventa «una beffa crudele». I fatti sono la linea di demarcazione che separa inevitabilmente il giornalismo dalla politica e - molto spesso - costringe l'uno contro l'altra. La politica puó vivere senza fatti e contro di essi. Puó non tenerne conto. Puó manipolarli o seppellirli nell'oblio o riordinarli con altre gerarchie e prioritá . A volte puó addirittura negarli perché la capacitá  di agire (la politica) e la capacitá  di mentire sono figlie della stessa madre: l'immaginazione. «Per fare spazio alla propria azione, qualcosa di preesistente deve essere rimosso o distrutto e cosí vengono cambiate le cose di prima». (Hannah Arendt).

E' per questo che il piú intelligente e spregiudicato dei neocon, Paul Wolfowitz, puó sostenere che «mentire è piú di una tecnica. E', e rimane, politica». Infatti, è l'opinione e non la veritá  il requisito indispensabile di ogni potere. Se la menzogna è in qualche modo strumento accettato e condiviso per la politica, il lavoro del giornalismo è riportare la veritá  dei fatti nel dibattito pubblico, scovarla, offrirla, appunto, alla libertá  delle opinioni. Non per una semplice (e, in questo caso, sterile) ``moralitá ``. Ma perché, senza la forza incoercibile dei fatti, senza la loro durezza e inevitabilitá , la politica distrugge irrimediabilmente se stessa. Cancella Trotzkij dai libri storia. Nasconde Olocausto e Gulag. Dimentica la politica del Vaticano durante il fascismo.
I fatti non sono mai al sicuro nelle mani del potere. Per evitare l'annientamento dello spazio della politica, e quindi custodire se stessa, la democrazia prevede nel suo ordinamento costituzionale alcuni «rifugi della veritá », protetti dai poteri politici e sociali – le universitá , le magistrature – e difende dal potere del governo la libertá  di stampa e il giornalismo senza il quale, in un mondo che cambia, «non sapremmo mai dove siamo».
Il giornalismo italiano pericolosamente sta dimenticando il suo dovere di raccontare «dove siamo». Degradato a opinionismo, non guarda ai fatti, non li cerca, non vuole trovarli, non ne vuole tenere conto. Quando se li ritrova improvvidamente tra i piedi, li trasforma in opinioni. Screditata a opinione, la veritá  di fatto è vulnerabile, irrilevante. Accade in questi giorni nitidamente con una polemica nata dopo l'assoluzione di Mohammed Daki, ritenuto non colpevole di terrorismo. La Stampa si chiede: e se fosse stato un picciotto? Se Daki fosse un picciotto di mafia, dopo aver ammesso di «aver prestato l'indirizzo postale per i suoi permessi di soggiorno» a un tale che viene definito «una delle menti dell'attentato dell'11 settembre» (le menti dell'Attacco alle Torri hanno una curiosa tendenza a moltiplicarsi) non sarebbe stato condannato? E giú un pasticciato parallelo tra la legge contro il terrorismo internazionale (270bis) e la ``legge La Torre`` che, secondo Lucia Annunziata, permette alla lotta alla mafia «di espandere al massimo la sua capacitá  di intervento contro ogni forma di convivenza, anche la piú labile». Naturalmente, la ``La Torre`` non c'entra nulla. Permette di inseguire i soldi della mafia e, per questo, impone al magistrato una maggiore responsabilitá  probatoria, non di aggredire anche «i labili indizi di connivenza». Questa magari è la porta lasciata aperta dal 416 bis (associazione di tipo mafioso). Ma è sempre vero, è per tutti vero? La Stampa non si accorge che, tra gli imputati indicati come vittime di quella legge, c'è un ``eccellente`` che è stato assolto (manco si chiamasse Mohammed Daki) da ogni accusa nonostante nella sua villa di campagna avesse trovato ricovero nientedimeno che un boss di Cosa Nostra. L'imputato non ne era a conoscenza, hanno concluso i giudici di Palermo. E se Daki non fosse stato a conoscenza che quel tipo era «una delle menti dell'11 settembre»? Per venirne a capo, bisognerebbe lavorare sui fatti, accertarli. Fare almeno la fatica di volerli conoscere. Lucia Annunziata non sa che farsene dei fatti. Ha soltanto opinioni o pregiudizi ideologici da offrire. Vuole difendere il pubblico ministero che ha messo dentro Daki.

Lo vuole difendere dalle parole di Daki che accusa di essere stato interrogato dagli agenti della Fbi, alla presenza del magistrato milanese, nel palazzo di giustizia milanese, in assenza dell'avvocato. Si chiede: «Con la libertá , Daki ha guadagnato anche il diritto ad accusare chi vuole?». Non crede che il suo lavoro sia ricostruire quel che è accaduto, se è accaduto. E' il paradigma dell'opinionismo avere in tasca la veritá  prima di conoscere i fatti.

Ha lo stesso spirito, ma diversa materia la sortita del Corriere della Sera. Pierluigi Battista si chiede: «Cos'altro dovrebbe fare l'intelligence se non individuare la rete di complicitá  di cui i terroristi godono in tutto il mondo? Anche qui perché delegittimare il lavoro di un magistrato antiterrorismo che si avvale della collaborazione dell'intelligence?». Se si guardasse ai fatti, con occhi sgombri dall'ideologia, si troverebbe una strada da percorrere. Quel magistrato ha lavorato per anni con l'intelligence americana e, con l'entusiastico sostegno dell'informazione (tutta l'informazione), su un piccolo gruppo di curdi islamici che, a un certo punto, è stato presentato addirittura come «la cinghia di trasmissione che ha sostituito al Qaeda». Le ambizioni dei servizi segreti americani in quell'inchiesta erano esplicite: dimostrare che, in quel piccolo gruppo di terroristi si annodavano i legami tra Bin Laden e Saddam Hussein. La ``pistola fumante`` per andare a Bagdad. Semplicemente, non era vero. I fatti non sostenevano l'ipotesi (anche se l'inchiesta doveva far diventare l'ipotesi, un fatto). Ansar Al Islami non ha avuto legami né con Bin Laden né con il rais. Non è dunque legittimo cercare qualche fatto per capire che cosa è accaduto a Milano? Non è ancora piú legittimo chiederselo quando c'è chi denuncia che, nel palazzo di giustizia, del tutto illegalmente (si potrá  pretendere che almeno in un palazzo di giustizia le regole siano rispettate dagli addetti) un pubblico ministero lasciava interrogare un suo imputato, senza avvocato, da polizie straniere? Non è legittimo chiedersi quale distorsione il diritto penale subisca, soprattutto, se un altro indagato di quel magistrato viene sequestrato da agenti della Cia e quel magistrato definisce l'ipotesi che siano stati i servizi americani «una bizzarra dietrologia» senza muovere un passo in quella direzione, anzi incespicando in alcuni errori alquanto sconcertanti per un ``segugio`` di quella fatta?

Peró, «piú intelligence è piú intelligence», scrive il Foglio senza ipocrisie, dov'è lo scandalo, perché scandalizzarsi? Se l'intelligence deve essere efficace, quelli sono i metodi. Siamo finalmente al punto chiave. L'obiezione è piú onestamente cinica. Se si vuole restare nel territorio del giornalismo, ci si deve chiedere: bene, se l'intelligence deve rendere la nostra vita piú sicura, sta facendo la cosa giusta, l'ha resa piú sicura, lavora per questo, ha lavorato per questo la procura di Milano? Se si cerca qualche fatto, si trova che quei tipi dell'intelligence a Milano non avevano la preoccupazione di rendere piú sicuri noi. Diciamo che non era la loro prioritá . Volevano soltanto tornare a casa con in tasca la prova, attesa a Washington, che dietro l'11 settembre ci fosse Saddam. Naturalmente il problema è se la procura di Milano sia stata ingannata, si è autoingannata o ha ingannato, ma la traccia potrebbe sollecitare nuove curiositá . Del tipo, questi spioni in giro per il mondo a cui, noi impauriti e terrorizzati, abbiamo dato carta bianca, si dannano davvero per la nostra sicurezza? La veritá  dei fatti, che si puó mettere insieme finora, racconta un'altra storia. Ci hanno sistematicamente ingannato. Ci hanno raccontato che Saddam Hussein aveva armi chimiche e biologiche e che sosteneva il terrorismo. Ci hanno detto che il dittatore di Bagdad aveva comprato uranio in Niger per farsi la bomba atomica. Ci hanno detto che, addirittura in 45 minuti, Bagdad poteva schierare armi di distruzione di massa. Ogni giorno ci dicono di un attentato imminente; che è nata una scuola di kamikaze in pieno centro; che da un deserto asiatico è partito un manipolo di assassini pronti a farci fuori qui, nelle nostre case. Non è vero, e cominci a credere che ci sia un nesso tra paura e politica; tra la manipolazione della paura del terrorismo e il rafforzamento del potere politico; che quel nesso puó costituire la scena di un progetto molto moderno dove la ``politicizzazione dell'intelligence`` e la ``creazione di un nemico`` hanno un ruolo essenziale. Naturalmente, è vero che esiste il terrorismo islamico. Non è vero che tutte le risorse dell'intelligence siano state destinate allo scopo. Il meglio è stato impiegato a costruire una ``menzogna politica`` che consentisse l'intervento militare in Iraq; a pianificare una guerra psicologica. Non contro il nemico, ma destinata al consumo interno, alla propaganda nazionale, al condizionamento dei Parlamenti e delle opinioni pubbliche di cui bisognava conquistare «il cuore e le menti». Piú che tentare di comprendere la realtá  del nemico, l'intelligence ha finora costruito una realtá  per noi (amici). Ce l'hanno fatta. Siamo imbozzolati in un terrore continuo, ma non per questo siamo piú sicuri. Perché non lasciar perdere ideologie e manipolazioni, e afferrare, finalmente, la veritá  dei fatti di una storia che ci riguarda tutti? E' questo il nostro mestiere.

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