News per Miccia corta

11 - 01 - 2009

``Io, Palach, la torcia numero uno``. Quarant'anni dopo i protagonisti

 

(la Repubblica, domenica, 11 gennaio 2009)

 


 Siamo tornati nella Citt√°¬† d'oro per parlare con gli amici di quel ragazzo e ricostruire, attraverso foto e documenti, come matur√≥ la sua decisione di immolarsi per la libert√°¬†

All'inizio di gennaio facemmo una festa Lui venne e protestó: "Come fate, coi tempi che corrono?"

Il Silenzio

"Andó a un campo di lavoro in Francia e vide le differenze Al ritorno ci disse: un lieto fine per noi è impossibile"

 

ANDREA TARQUINI

 


PRAGA

Aveva vent'anni, il gentile Jan Palach, quando il 16 gennaio 1969 si cosparse di benzina e si diede fuoco in piazza San Venceslao, il cuore di Praga. Cos√≠ quello studente di filosofia timido, introverso, tutto buone letture e riflessioni profonde, volle protestare contro l'invasione russa che aveva stroncato le riforme e le speranze della "Primavera", e contro la passivit√°¬† d'una nazione che s'era rassegnata alla sconfitta. Il sacrificio estremo, tra dolori atroci, per purificare il popolo, quasi come in una tragedia greca. Quarant'anni dopo, eccoci qui, nella Praga ora prospera e libera che lui sognava, la Citt√°¬† d'oro resa ancora pi√ļ bella dalla neve, a incontrare e ascoltare i suoi migliori amici, i compagni di studi, oggi anziani ex ragazzi del Sessantotto praghese.

¬ęJan non era il tipico studente¬Ľ, dice √Ö¬†tep√°¬°n Bittner, che fu suo compagno di studi. ¬ęNon lo interessavano feste, party, divertimenti. Pensava a studiare e basta. Lo avevamo soprannominato "lo studioso", oppure "il ricercatore". Era estremamente intelligente, ma pieno di modestia, totalmente privo di ogni ambizione di salire alla ribalta o diventare leader¬Ľ. Fa freddo, fuori dall'elegante Caf√© Slavia di fronte al N√°¬°rodn√°¬≠ Divadlo, il teatro nazionale, dove ascolto Bittner. Fuori, la vita scorre: pi√ļ Bmw e Mercedes che a Roma, famiglie e coppiette a passeggio, allegri gruppi di giovani turisti italiani, ragazze giapponesi prese dallo shopping. ¬ęE adesso¬Ľ, continua Bittner, ¬ęadesso ripenso all'ultima volta che ci vedemmo, nell'ostello dell'universit√°¬†. Era l'inizio di gennaio 1969, io e gli altri ragazzi avevamo organizzato un party, aspettavamo tante ragazze da corteggiare. Lui arriv√≥ improvvisamente, indossava come sempre il suo lungo cappotto marrone e un berretto nero. Era serio, ci disse: "ma come fate a festeggiare con i tempi che corrono?"¬Ľ.

I tempi che correvano erano cupi. Il 21 agosto 1968, seicentomila soldati, seimila panzer e centinaia di jet del Patto di Varsavia avevano stroncato con l'invasione l'esperimento democratico di Alexander Dubcek (allora leader riformatore del Pc cecoslovacco): il "socialismo dal volto umano". La notte neostaliniana stava tornando a scendere su Praga. ¬ęMa dai, Jan, gli dicemmo, ci si deve pur divertire... Lui tacque un attimo, poi rispose: "Vi saluto, amici. Se mi accadr√°¬† qualcosa, abbiate un buon ricordo di me..."¬Ľ. Lo sguardo e la voce di Bittner trattengono le lacrime. ¬ęNon lo capimmo a tempo, era la sua visita d'addio. Se lo avessimo capito, avremmo forse potuto fermarlo. Ci penso sempre¬Ľ.

Pochi giorni dopo, la mattina del 16 gennaio, Jan Palach invi√≥ una cartolina all'altro suo grande amico all'universit√°¬†, Hubert Bystrican. Una cartolina panoramica della Citt√°¬† d'oro, con poche parole scritte in elegante c√®co arcaico: ¬ęTi porge i suoi saluti il tuo Hus¬Ľ. Hus: Jan Hus, l'eretico riformatore religioso c√®co che fin√≠ sul rogo. La cartolina fu imbucata da Palach poche ore prima del suicidio. Poi Jan scrisse una lettera, ad altri due amici e all'unione degli scrittori. ¬ęLa situazione disperata rende necessario che qualcuno si sacrifichi per salvare il nostro popolo. Ho avuto l'onore di essere scelto per primo, altri seguiranno, potranno essere i vostri amici o i vostri cari. Firmato, la torcia numero uno¬Ľ. Bystrican ricevette la cartolina d'addio solo qualche giorno dopo, ¬ęquel 16 gennaio intanto avevo gi√°¬† saputo della sua morte da radio e tv, e sulle prime non volevo crederci. Parlavamo spesso di politica, ma non aveva mai alluso a forme radicali di protesta¬Ľ.

Il vento soffia a nove sotto zero sulle vetrate del Caf√© Slavia, e suona il pianista, mentre ascolto Bystrican e Bittner. Narrano chi era l'uomo Jan Palach, quel placido e serissimo giovane gentile che scelse di morire per i princ√≠pi. ¬ęJan era un ragazzo dolce, sempre pronto ad aiutare tutti, sempre fedele alla parola data e alla coerenza¬Ľ, racconta Bystrican. ¬ęNon riesco a ricordarmi di una sua litigata con qualcuno. E non era n√© un rivoluzionario, n√© uno che volesse spiccare come leader... sembrava un filosofo nato, leggeva e rifletteva¬Ľ. ¬ęS√≠¬Ľ, conviene Bittner, ¬ęsu Kant o Nietzsche sapeva pi√ļ di ogni altro¬Ľ. Prendeva sul serio gli studi, e l'impegno sociale. ¬ęDetestava l'ingiustizia. Una volta un nostro compagno di studi odiato dal titolare di una cattedra, pur essendo preparatissimo, fu bocciato all'esame. Jan and√≥ dal professore a chiedere spiegazioni¬Ľ.

Era l'anno a cavallo tra il 1967 e il 1968. L'arcigna, esausta dittatura dello stalinista Anton√°¬≠n Novotny stava tramontando, i giovani riformatori guidati da Dubcek stavano per espugnare il Partito comunista. Via la censura, libert√°¬† di stampa e di viaggio, dibattito aperto sul futuro tra potere e societ√°¬†. ¬ęEravamo tutti sostenitori del nuovo corso¬Ľ, dicono Bittner e Bystrican, ¬ęma lui non voleva impegnarsi in prima fila, non scriveva sui giornali studenteschi, non parlava in pubblico, non cercava la ribalta. Continuava a prendere sul serio gli studi, non voleva trascurarli¬Ľ. Il primo grande slancio d'impegno lo ebbe partecipando con funzioni chiave alle brigate giovanili volontarie di lavoro in Urss. La prima volta nel 1967, la seconda nel "ňú68, fino al 17 agosto, pochi giorni prima dell'invasione. ¬ęEra entusiasta, nel 1967 lavorammo in un clima fraterno insieme a studenti di Leningrado. Avevamo l'impressione che i russi fossero gente come noi, scherzavamo con loro, ci raccontavamo barzellette sul sistema. Una sola differenza lo colpiva: quando un giovane russo veniva promosso, cambiava, smetteva di scherzare¬Ľ.

Jan era affascinato, entusiasta della Russia, conviene Bittner. ¬ęDella gente comune e della natura di quel grande paese, non del sistema. Anche allora, non aveva voglia di impegnarsi nella politica. Narrava invece della bellezza selvaggia della natura in Kazakhstan o in Siberia, o dei dischi che acquistava¬Ľ. Il suo unico impegno, ricorda Bystrican, era tenere unita la brigata, aiutare i pi√ļ deboli in condizioni di lavoro dure, garantire che tutti sarebbero tornati sani a casa. ¬ęVenne poi la seconda brigata in Russia, nel 1968. Lui aveva un ruolo dirigente, e l√°¬† not√≥ che l'atteggiamento dei russi verso noi c√®chi era cambiato del tutto. Influenzati dalla loro propaganda contro la nostra Primavera, diffidavano di noi. Forse per lui fu una prima scossa, si fece pi√ļ triste¬Ľ.

Qualcosa, convengono gli ex ragazzi del Sessantotto di Praga, lo aveva ferito. ¬ęCominci√≥ a confidarci che non credeva pi√ļ in un socialismo dal volto umano, finch√© al potere sono gli stessi¬Ľ, afferma Bittner. Poi, dopo l'invasione - narra Bystrican - and√≥ ancora in una brigata di lavoro giovanile, ma questa volta in Francia, per aiutare nella vendemmia¬Ľ. L√°¬† i suoi occhi si aprirono: ¬ęVide un paese normale, diverso dal nostro paese occupato. Una societ√°¬† che sceglieva da sola come vivere¬Ľ, nota Bystrican. ¬ęConfessava paragoni amari tra il destino dei francesi e il nostro. Una volta disse "sapevo che un lieto fine per noi era impossibile"¬Ľ.

Jan era ancora il serio, tranquillo studente, o almeno cos√≠ sembrava. Non parlava mai della sua vita privata, mai accennava a ragazze, amichette, amori. Qualcuno disse poi che era legato a una bella slovacca, Eva Bedn√°¬°rikov√°¬°, altri che la sua amica del cuore era Helena Zahradn√°¬≠kov√°¬°, poliomielitica. ¬ęComunque pensava sempre a sua mamma Libu√Ö¬°e Palachov√°¬°, rimasta vedova¬Ľ, nota Bittner. ¬ęAndava a trovarla a V√Ö¬°etaty ogni weekend¬Ľ. Ma nel suo intimo era cominciato quel doloroso itinerarium mentis che lo avrebbe spinto al sacrificio estremo. Bystrican comprava biglietti per prime teatrali ambite per lui e per s√©, e lui disertava l'appuntamento. Alle feste di Capodanno, tra gli studenti tesi e frustrati per l'invasione ma ancora pieni di voglia di vivere, lui fu il grande assente. ¬ęForse non sopportava la visione di quei giovani soldati sovietici, spediti in armi dalle steppe dove lui aveva lavorato volontario a dettare legge a Praga¬Ľ, dice Bittner.

La notizia arriv√≥ improvvisa, pochi giorni dopo quella visita d'addio di Jan al party. ¬ęQui Radio Praga, oggi un giovane si √® dato fuoco a piazza San Venceslao¬Ľ. Bittner e Bystrican l'appresero cos√≠ nel tardo pomeriggio di quel 16 gennaio. Solo all'una di notte, qualcuno entr√≥ nel dormitorio dell'ostello universitario e grid√≥: ¬ęIl suicida era Jan¬Ľ. Bittner corse alla redazione del giornale studentesco, scrisse subito un lancio stampa. Poi arrivarono le sue lettere d'addio. ¬ęTorcia numero uno¬Ľ, si firmava, e lasciava pensare a un gruppo di giovani pronti a seguirlo nel suicidio.

Esisteva o no, il "gruppo delle torce", questa task force di kamikaze della libert√°¬†? La domanda faceva tremare il regime. Furono interrogati a lungo, Bystrican e Bittner, noti alla polizia segreta per le loro corrispondenze con Jan. Pi√ļ tardi, gli fu consentito di sopravvivere con umili lavori, ma vietati ogni ulteriore cursus di studi e ogni carriera. ¬ęCos√≠ fui punito anch'io¬Ľ, narra Olbram Zoubek, uno dei pi√ļ famosi scultori praghesi di allora, lontano parente di Palach. Si offr√≠ volontario per fare la maschera mortuaria e il monumento tombale di Jan. Riusc√≠ a fatica a entrare nella morgue dove la salma era custodita. ¬ęMi occupai da artista della memoria di lui, e di Jan Zaj√°¬≠c, il primo dei ragazzi che lo segu√≠ nell'esempio del suicidio col fuoco¬Ľ. Il 25 gennaio, i funerali di Jan Palach paralizzarono Praga. ¬ęLa citt√°¬† era piena come mai prima¬Ľ, sussurra Bittner. ¬ęMolti piangevano, dominava il silenzio, quando la bara pass√≥ davanti all'universit√°¬† fu cantato l'inno nazionale. Temevamo provocazioni, organizzammo un servizio d'ordine degli studenti. Bohdan Mikola√Ö¬°ek, un famoso cantautore d'allora, scrisse Il silenzio, una canzone per Palach. Gli fu vietato ogni concerto.

¬ęIo costruii la sua lapide tombale¬Ľ, narra Zoubek. ¬ęDiciotto giorni dopo, la polizia segreta invi√≥ a Libu√Ö¬°e Palachov√°¬°, la mamma di Jan, l'ordine di rimuoverla subito. La lettera arriv√≥ tardi. Una notte, un commando speciale rimosse il monumento dal cimitero, non avevano rispetto neanche per i morti¬Ľ. La tomba fu profanata senza piet√°¬†, per ordine dall'alto. Quel giovane timido e introverso faceva paura al regime, anche dopo morto. Gli agenti speciali portarono via la lapide-monumento forgiata da Zoubek, e la fecero fondere. Di Jan doveva sparire ogni ricordo. ¬ęIo fui brutalmente interrogato dalla Stb, la polizia politica¬Ľ, narra Zoubek, ¬ęvolevano sapere se dietro il suicidio c'era un gruppo "antistatale", come dicevano loro, pronto ad agire¬Ľ.

Le stesse domande, alla centrale della polizia, furono poste a Bystrican e Bittner in molti interrogatori. Vennero gli anni pi√ļ bui: mamma Libu√Ö¬°e si assunse il ruolo della madre del martire, resistette alle pressioni del regime e a quelle del secondo figlio, deciso a non procurarsi grane con la dittatura. Libu√Ö¬°e mor√≠ a sessantaquattro anni, non ebbe la gioia di vedere la svolta democratica dell'89. La profanazione di Stato della tomba continu√≥: la salma di Jan fu traslata e cremata in segreto. Solo quattro mesi dopo, le ceneri furono consegnate alla mamma, e inumate nel suo villaggio, V√Ö¬°etaty. L√°¬† sono rimaste fino al 1991, quando, con la democrazia, furono riportate al cimitero Ol√Ö¬°any di Praga.

¬ęPer i c√®chi¬Ľ, dice Zoubek, ¬ęquello di Palach fu un gesto grande, una luce nel buio. Svegli√≥ la gente, mostr√≥ che valeva la pena di sacrificarsi¬Ľ. Ma il regime e l'Urss erano troppo forti e senza scrupoli, convengono Bystrican e Bittner: presto torn√≥ la rassegnazione, ¬ęlo spirito di pigrizia astuta del "buon soldato √Ö¬†vejk", come lo descrive il cantautore Mikola√Ö¬°ek. ¬ęPer me¬Ľ, conclude Bittner, lui fu forse il pi√ļ grande c√®co di tutti i tempi, ma a fronte del suo sacrificio i c√®chi si rivelarono peggiori del previsto. E oggi, nella libert√°¬† che Jan sogn√≥ ma non visse, i giovani, di lui, sanno poco o nulla¬Ľ.

 

(Ha collaborato Petr Pi√Ö¬°a)
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