News per Miccia corta

11 - 01 - 2009

Gli ``spaesati`` d'Europa una tragedia rimossa

 

(la Repubblica, domenica, 11 gennaio 2009)

 


 

Fu definita "la bomba a orologeria lasciata da Hitler": cinquanta milioni di "displaced persons" in fuga dal proprio paese o messe nell'impossibilitá  di tornarci Ora un libro di Silvia Salvatici racconta la storia e le storie di un dopoguerra durato fino ben dentro gli anni Cinquanta

 

SIEGMUND GINZBERG

 


So qualcosa di cosa vuol dire trovarsi spaesati. Avevo otto anni quando arrivai in un paese, nel cuore dell'Europa, di cui non conoscevo la lingua, dove ero additato come diverso e straniero, in provenienza da un altro paese, che era il mio, ma dove pure venivamo additati come diversi e stranieri. Il Novecento, si sa, è stato il secolo degli stermini e dei massacri in Europa. Ma anche quello dei profughi, dei rifugiati, dei deportati. Quel che si tende a dimenticare è che non successe solo durante le due guerre mondiali. Continuó anche dopo, ben addentro gli anni Cinquanta.

Non si trattava piú solo di perseguitati, di popolazioni in fuga dalla guerra. Non erano prigionieri. Non era gente cacciata a forza dal proprio paese e dalle proprie case. Erano persone che piú semplicemente non potevano o non volevano tornare a casa. Persone senza piú patria, documenti, nazionalitá . Senza nemmeno quel minimo di dignitá  e onore che dá  l'essere riconosciuti come vittime, perché per molti di loro non era neanche provato che fossero vittime del nazifascismo. Non erano né carne né pesce. Anzi aleggiava nei loro confronti il sospetto di aver simpatizzato o addirittura collaborato con i nazisti, cioè con i persecutori o i massacratori. Alcuni avevano lasciato il loro paese al seguito dei tedeschi in ritirata. Altri perché temevano l'avanzata dell'Armata rossa. Alcuni avevano addirittura combattuto con la Wehrmacht, in reparti speciali di Ss, o in milizie alleate dei nazisti. Oggi forse sarebbero bollati come sospetti terroristi. Di alcuni non si sapeva nemmeno esattamente il paese di origine, la guerra aveva confuso i confini, e i documenti che gli erano stati forniti dai nazisti quando erano stati reclutati a rimpiazzare la mano d'opera al fronte avevano stampigliato in nero sotto la foto solo "Ost", la generica provenienza da Est.

Gli alleati avevano dovuto addirittura inventare per loro una nuova definizione: "Displaced persons". Spiazzati, spostati, spaesati. Clandestini per definizione, a meno che non riuscissero a produrre una caterva di documenti, che non avevano o non potevano o non volevano produrre. Prima della guerra li chiamavano apolidi, e si trattava in genere di persone sfuggite alla persecuzione nazi-fascista. Ora, come osservó Hannah Arendt nel 1951, «era peggiorata persino la terminologia»: «Il termine "apolide" riconosceva, se non altro, che certi individui avevano perso la protezione del loro governo», mentre «il termine postbellico "displaced persons" fu inventato durante la guerra con l'esplicito intento di liquidare una volta per sempre l'apolidicitá  ignorandone l'esistenza».

A questi "altri" dispersi è dedicato uno studio di Silvia Salvatici, appena pubblicato dal Mulino: Senza casa e senza paese. Profughi europei nel secondo dopoguerra. Si stima che negli anni tra il 1939 e 1945 le persone deportate, evacuate, costrette ad abbandonare il proprio paese siano state in totale cinquanta milioni, un abitante d'Europa su dieci. Quel che la memoria selettiva tende a rimuovere è il seguito del dramma, che proseguí ben addentro gli anni Cinquanta. Non c'erano solo i liberati dai campi di concentramento. Nell'autunno del 1944 in Germania si trovavano circa sei milioni di lavoratori coatti provenienti in larga misura dall'Europa centro-orientale e balcanica (sovietici, polacchi, cecoslovacchi, jugoslavi), ma anche dai territori conquistati a occidente (francesi, belgi, olandesi). Poi arrivarono i circa dodici milioni di tedeschi, scappati con l'avanzare dell'Armata rossa o espulsi dai territori orientali. Con loro, confluirono i profughi dai paesi baltici - lituani, estoni, lettoni - che Stalin aveva annesso, piú polacchi, ungheresi, rumeni che avevano volontariamente o meno collaborato con gli occupanti nazisti e che non volevano tornare a vivere sotto i russi o semplicemente si erano trovati in mezzo e non sapevano piú che fare. C'erano croati compromessi con il regime fascista di Ante Pavelic, ed ex collaborazionisti della Milizia nazionale slovena, o ucraini che avevano fatto parte della Divisione Ss Galizia. Capitó anche che coloro che collaboravano, o potevano essere sospettati di aver collaborato coi carnefici, finissero accanto alle loro vittime di un tempo. Gli ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio e ancora privi di sistemazione erano relativamente pochi, qualche centinaio di migliaia. Ma a questi si aggiunsero presto quelli che avevano cercato di tornare a casa e avevano dovuto nuovamente scappare dopo le esplosioni di antisemitismo (il pogrom di Kielce, nella Polonia giá  comunista, dove vennero massacrati una quarantina di sopravvissuti, avvenne un anno dopo la liberazione dai campi).

Non era solo un immane problema di assistenza umanitaria. La miscela divenne presto un rompicapo. Uno studio condotto alcuni anni dopo l'avrebbe definita addirittura come «la piú pericolosa bomba a orologeria lasciata da Hitler». Il novantuno per cento di tutte le displaced persons che nel dicembre 1945 caddero sotto il mandato dell'Organizzazione per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unrra) si trovavano nelle regioni tedesche occidentali, in particolare nelle zone sotto amministrazione militare americana e britannica. Integrarle nella disastrata economia tedesca era impossibile. La massima aspirazione di gran parte dei displaced, emigrare negli Stati Uniti per rifarsi una vita, veniva accolta col contagocce. Cosí come i britannici cercavano di impedire l'emigrazione degli ebrei verso la Palestina sotto il loro mandato per non esacerbare i problemi con gli arabi. Si creó il paradosso di nuovi campi di concentramento per questo nuovo tipo di profughi, dove il problema diventava non impedire la fuga degli internati, ma allontanare gli "infiltrati", quelli che volevano accedervi senza averne i requisiti e il diritto. Ci si trovó a fronteggiare rivolte violente nei campi e a fare i conti con l'ostilitá  delle popolazioni locali che vedevano di malocchio gli ospiti indesiderati, li incolpavano di portargli via il lavoro se volevano uscire e mettere in piedi qualche attivitá . Ad altri fu trovato un lavoro nelle fabbriche vicine, e rifiutarono di presentarsi.

Furono accusati di essere delinquenti, di organizzarsi in bande, di rubacchiare nei dintorni, di immoralitá  nei costumi, persino di diffondere il tifo e altre malattie. Forse ci sarebbero stati linciaggi se non ci fossero stati i soldati a difenderli. Un sondaggio di allora mostra che vengono giudicati "criminali" e solo il quindici per cento dei tedeschi ritiene di avere un qualsiasi obbligo di assistenza nei loro riguardi. Uno psicologo estone, lui stesso displaced prima di approdare in un'universitá  americana, autore di uno studio Unesco sull'argomento, li difende sostenendo che «se i displaced avessero osservato rigidamente tutte le regole imposte loro, la maggior parte sarebbe morta per fame o per malattie causate dalla malnutrizione-  Perfino una persona dotata delle migliori intenzioni non puó rispettare tutte le regole se vuole mantenersi in vita».

Silvia Salvatici non si limita a fornire dati e cifre, ma a questi «altri spaesati» dá  nomi e volti. Racconta alcune storie emblematiche, e il libro è corredato da belle foto. In quei campi successero cose terribili, ma si celebrarono anche matrimoni, nacquero bambini, molti ne uscirono per riunirsi ai familiari che erano riusciti a emigrare oltreoceano e a rifarsi una vita.

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