News per Miccia corta

07 - 01 - 2009

Se la politica italiana recita la guerra civile

 

(la Repubblica, mercoledí, 07 gennaio 2009)


 Anche se gli anni di piombo appartengono ormai al passato, in questo decennio la violenza simbolica si manifesta pienamente

 

MARC LAZAR

 


Dal 1994 ai giorni nostri regna in Italia un clima di scontro, di contestazione, di denuncia, di stigmatizzazione, di demonizzazione dell'avversario e radicalizzazione dello scontro. I berlusconiani si mobilitano contro i comunisti, i magistrati, i giornalisti, i poteri costituiti, accusati di ogni nefandezza. La sinistra attacca Berlusconi, vede in lui la rinascita del fascismo sotto altre forme e sospetta che voglia instaurare un "regime", proponendosi come un nuovo Duce. Ciascuno degli schieramenti a confronto tende a rincarare la dose di attacchi e insulti.

Innanzitutto, perché ciascuno percepisce l'altro come un avversario, se non un nemico, particolarmente dannoso, pericoloso, da disprezzare e detestare. In secondo luogo perché il centrodestra e il centrosinistra sono insiemi eterogenei e, di conseguenza, hanno un bisogno vitale di sminuire e criticare l'avversario: questo processo procura loro un'identitá  e cementa l'unitá  interna, costantemente minacciata dalle rivalitá . In ogni caso, l'antagonismo permea tutto il discorso politico, pervade l'opinione pubblica, acuisce le controversie intellettuali, provoca imponenti mobilitazioni pubbliche, suscita rancori tenaci.

Questa nuova forma di guerra civile non provoca vittime, se si eccettua un morto in circostanze piuttosto particolari, durante la manifestazione di Genova del luglio 2001 contro la globalizzazione, in occasione del vertice del G8. Gli atti di violenza sono dunque spariti, sicuramente per via del ricordo degli anni di piombo, ma anche dell'esistenza dell'Unione europea che stabilisce regole e vincoli che contribuiscono ad attenuare la conflittualitá . Ciononostante, forti tensioni hanno scandito questo decennio e la violenza simbolica si manifesta in pieno. La guerra civile sotto Berlusconi va dunque considerata seriamente, tenendo conto di quanto la rivalitá  fra berlusconiani e antiberlusconiani strutturi e divida le opinioni e l'elettorato. Il caso italiano è unico rispetto alle altre democrazie, in cui al giorno d'oggi è impossibile trovare un'intensitá  del genere nella competizione fra protagonisti della politica pronti a venire alle mani, accusandosi sistematicamente, denigrandosi senza posa e contestando la legittimitá  reciproca: una parte della sinistra non puó accettare la personalitá  di Berlusconi e ritiene che il conflitto d'interessi lo renda inidoneo a governare il Paese; d'altro canto nel 2006, e durante tutti i due anni successivi, Berlusconi ha contestato la validitá  del successo di Prodi, inoltre, a intervalli regolari, il Cavaliere scredita il centrosinistra, accusato di essere rimasto fondamentalmente comunista. Al tempo stesso, questa guerra civile è quasi un simulacro, una parodia rispetto agli eventi precedenti, come ben illustra l'episodio tragicomico di un commando di militanti vicini alla Lega Nord che, il 9 maggio 1997, occupa piazza San Marco a Venezia con alcune armi e un rudimentale carro armato. Il carattere parodistico è rivelatore della tendenza quasi irresistibile alla rimozione della violenza. Ma anche in questo caso, come in precedenza, dopo quasi 13 anni di tensioni fortissime, di faccia a faccia virulenti, il clima politico si è improvvisamente placato a partire dal 2007 e durante la maggior parte della campagna elettorale del 2008. Walter Veltroni e Silvio Berlusconi si sono sforzati d'impostare un confronto senza toni bellicosi, deludendo un numero consistente di osservatori e commentatori che, dopo aver deplorato la guerra fredda del loro Paese negli anni precedenti, hanno lamentato la fine della passione politica definendo questa campagna noiosa, insipida, soporifera. Di fatto, il fuoco cova sotto la brace, pronto a riattizzarsi: le prime disposizioni del governo, relative in particolare all'immunitá  dei detentori delle principali cariche dello Stato, la legislazione contro l'immigrazione clandestina, il dispiegamento dell'esercito nelle grandi cittá  per garantire la sicurezza, hanno suscitato legittime polemiche (è il gioco della democrazia), ma la cui aggressivitá , da una parte come dall'altra, suggerisce che la "pace" forse è soltanto provvisoria. ሠancora troppo presto per stabilire se, come in passato, l'Italia sia entrata in una delle fasi di distensione che periodicamente subentrano ai momenti di confronto piú aspro.

In effetti, la propensione alla guerra civile in Italia nella seconda metá  del XX secolo, a lungo alimentata dalla forza delle ideologie politiche inclini alla violenza in quanto ostili alla democrazia (il fascismo), o che intrattenevano un rapporto ambivalente con essa (il comunismo), in sostanza non è che una tendenza regolarmente imbrigliata. ሠdegenerata in vero e proprio conflitto armato in una sola occasione, nelle circostanze eccezionali della Seconda guerra mondiale. Negli altri casi, l'intensitá  e la gravitá  della guerra civile nell'accezione estensiva del termine rivelano principalmente le fragilitá  italiane. Fragilitá  della democrazia, recente in Italia, con una parte del Paese che ne ha sempre contestato la realtá , e la presenza di un potente Partito comunista che costituiva l'unica grande forza di sinistra in grado di disturbare il normale funzionamento di una democrazia liberale e rappresentativa, nonché di instaurare un livello raramente raggiunto di controversie ideologiche. Fragilitá  del senso civico, con una notevole percentuale dell'opinione pubblica che sfida lo Stato e le sue leggi, cercando di sfuggire all'autoritá  pubblica per soddisfare prima di tutto i propri interessi personali, di famiglia, di amici, se non di clan. Fragilitá  della nazione, che sta alle origini della storia di questo giovane Paese, in base alla quale si sono scontrate forze che sostenevano di essere la nazione e accusavano l'altro schieramento di non appartenervi; fragilitá  acuita dall'esperienza del fascismo, che ha abusato del concetto di nazione facendolo esplodere in nazionalismo aggressivo, tanto che la Repubblica ebbe grosse difficoltá  a definire consensualmente il contenuto della nuova nazione. Fratture sociali fra classi e strati sociali, alcuni dei quali (operai, contadini) non si sentivano rappresentati, ascoltati, rispettati: come abbiamo visto, la conflittualitá  sociale ha raggiunto l'apice negli anni Cinquanta. Per finire, fratture territoriali fra l'Italia del nord e del sud, che favoriscono la frammentazione politica e ostacolano l'unitá  nazionale. Eppure, nello stesso tempo, durante un periodo relativamente lungo, appare evidente come l'Italia sia riuscita a superare divisioni e antagonismi. Si è ritrovata spesso sull'orlo del baratro e ha saputo riscoprire le condizioni della sintesi politica necessarie a evitare il peggio. Ció dimostra, alla fin fine, la forza di una democrazia piú viva di quanto si creda in genere, il senso di responsabilitá  delle sue élite, la vastitá  del processo di pacificazione dei costumi. Come nel caso della Francia, la storia della penisola è costellata di guerre italo-italiane, ma l'Italia rivela un'eccellente capacitá  di stabilire le condizioni della pace civile spesso in momenti d'intensa emozione collettiva. Dividersi per meglio unirsi senza per questo stabilire definitivamente e profondamente le condizioni di tale unitá , di questo sapere e volere «vivere insieme»: ecco in cosa consiste l'equazione enigmatica e paradossale dell'Italia.

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