News per Miccia corta

01 - 01 - 2009

Alisa Dal Re. Se le donne dicessero basta. La rivoluzione che passa dalla riproduzione

 

(Liberazione, 31 dicembre 2008)

 

 

 

 

 

Beatrice Busi

 

 



Chissá , forse non tutto il Brunetta vien per nuocere. Almeno, ha dato alla sinistra una rara occasione di discutere e confrontarsi sul lavoro da un'altra prospettiva, sempre trascurata. Quella del lavoro di riproduzione e di cura, storicamente assegnato alle donne e relegato, con loro, nella sfera privata. Che cos'è il welfare, infatti, se non un dispositivo di compatibilitá  tra lavoro salariato e lavoro di riproduzione, costruito sulla socializzazione, la salarizzazione e l'esternalizzazione di una parte del lavoro di riproduzione svolto gratutitamente dalle donne nella famiglia?

 

Ne abbiamo parlato con Alisa Del Re, docente della facoltá  di Scienze politiche dell'Universitá  di Padova. Dalla pubblicazione di Oltre il lavoro domestico nel 1979, uno dei preziosi Opuscoli marxisti di Feltrinelli che meriterebbe certamente una ristampa, al recentissimo contributo contenuto in Lessico marxiano di Manifestolibri (vedi recensione su Liberazione del 19 dicembre), al cuore della sua riflessione c'è da sempre il lavoro delle donne, tra produzione e riproduzione. Ed è proprio da qui che fa partire la proposta di un ribaltamento delle politiche e di una rivoluzione del pensiero critico: «la necessitá  di passare dalla prioritá  data alla produzione e all'economia come esclusiva produzione di profitti (che ha inglobato anche la riproduzione) alla prioritá  e visibilitá  per la riproduzione dei processi materiali, affettivi, culturali, psicologici, simbolici attraverso i quali la vita si rigenera, perché questa è l'unica e la reale base del funzionamento delle societá ». Una riflessione che cresce d'importanza, proprio oggi, che quelle competenze affettive e relazionali tipiche dei lavori delle donne sono skill richiesti ovunque (e a chiunque) nel mercato del lavoro. E che, nonostante nei paesi occidentali la produzione sia diventata fondamentalmente fornitura di servizi, è ancora il lavoro di cura gratuito che «ammortizza tutto quello che non viene fatto a livello sociale relativamente a sviluppo, welfare, redditi, costo dei beni primari, mercato e condizioni di lavoro». Ovviamente, finché qualcuno lo garantisce. E non è affatto detto, avverte Del Re, che le donne continuino a farlo ancora per lungo tempo. Il welfare novecentesco è stata una risposta diretta alla fuga delle donne dal regime familiare. Ora che quel modello è in crisi, immaginare nuove soluzioni, come il reddito di autodeterminazione o di esistenza, e la rimodulazione degli stili di vita, non è piú rimandabile. Anche se il pessimismo della ragione ci fa pensare che il capitale abbia capito molto tempo prima della sinistra lavorista qual'è la posta in gioco. I conflitti sociali sono ormai destinati a giocarsi, piú che sul terreno della produzione, su quello della sussistenza, cioè della riproduzione sociale.

 

 

Alla proposta di Brunetta di innalzare l'etá  pensionabile per le donne, a sinistra si è risposto in vario modo. C'è chi l'ha criticata sottolineando che l'etá  pensionabile piú bassa è una forma di risarcimento per il lavoro di riproduzione svolto gratuitamente dalle donne durante tutta la loro vita e chi, come le ministre ombra Franco e Lanzillotta, ha chiesto in cambio piú asili nido e ulteriori politiche per la conciliazione di lavoro e maternitá . Secondo lei cosa manca a questo dibattito?

 

Beh, intanto un'analisi piú seria. La possibilitá  di anticipare l'etá  della pensione per le donne non è un risarcimento, è una precisa forma di regolazione del mercato del lavoro. Il lavoro di cura erogato dalle donne, prima e dopo la pensione, ne consente una maggiore fluidificazione, è una struttura di utilitá . Detto questo, credo che tra donne e uomini non ci dovrebbero essere differenziazioni nel lavoro, ci dovrebbe essere una qualche forma di interscambio a seconda dei desideri personali e dei periodi della vita di ciascuno. Le differenziazioni di genere irrigidiscono i ruoli tradizionalmente assegnati nella societá . A questo punto, peró, si tratta di essere pragmatici. Mi pare giusto chiedere piú servizi, ma i servizi non possono essere ridotti solo agli asili nido. Si dimentica sempre che siamo una nazione con un bassissimo tasso di natalitá .

 

 

E' vero, anche in questo dibattito si è parlato solo di asili nido e di strumenti di conciliazione. In effetti, non è invece che sono proprio gli strumenti di conciliazione - come il part-time e la flessibilizzazione -, a mostrare oggi tutti i loro limiti? L'Italia ha un tasso di occupazione femminile bassissimo, è penultima in Europa con il 46,3 per cento.

 

Infatti. Si parla tanto di conciliazione, ma conciliazione per chi? Evidentemente, solo per le donne. Insomma, la conciliazione, per come viene in intesa in Italia, non è altro che il doppio lavoro, come dicono le femministe da una vita. Dimenticandosi che l'Unione Europea quando parla di conciliazione intende l'ottenimento di diritti sia per gli uomini che per le donne. Per le donne del diritto di agire liberamente il mercato del lavoro, per gli uomini di godere della vita privata, della vita riproduttiva. Sono diritti, non doveri. Una struttura rigida del mercato del lavoro maschile contrapposta ad una struttura flessibile del mercato del lavoro femminile non fa altro che riprodurre ruoli stereotipati e impedire il godimento dei diritti. Sia per le donne che per gli uomini. Le donne, del resto, hanno anche il diritto di ricevere salari e pensioni piene. Non dimentichiamoci che la flessibilitá  del lavoro, anche quando si tratta di lavoro normato, non precario, come il part-time, si traduce per le donne in una diminuzione salariale e pensionistica. Occorre cambiare prospettiva. Il lavoro di cura è una questione sociale, di donne e di uomini. L'assenza dal lavoro per curare i figli, i genitori o una persona bisognosa di assistenza, vuol dire riconoscere ai figli o in generale alle persone dipendenti il diritto di essere curati. L'etá  media si è allungata e capita per periodi sempre piú lunghi della nostra vita di essere dipendenti da altri. Diventa necessario che tutti ci facciamo carico delle persone dipendenti, perció necessitiamo di relazioni sociali piú intense e di una centralitá  della riproduzione che non veda necessariamente il lavoro come una struttura rigida a cui dobbiamo adattarci distruggendo anche le nostre identitá . Nella strada dell'acquisizione di una serie di diritti, che negli ultimi sessant'anni sono divenuti consustanziali alla cittadinanza democratica europea, la centralitá  non puó piú essere il lavoro nella sua rigiditá .

 

 

Quindi, il modello familista del welfare italiano ha approfondito la divisione sessuale del lavoro?

 

Questo è un welfare che ha pesato soprattutto sulle donne. Spesso sento dire che il welfare è servito alle donne. Io credo che sia esattamente il contrario. Quello imposto in Italia negli anni Sessanta, è un welfare maternalista, che ha giocato contro le donne con la sua grande enfasi sulla protezione della maternitá  e sul lavoro come ultima ratio per le donne. Lo dice anche il fatto che la possibilitá  di usufruire dei congedi parentali - che abbiamo da 8 anni - è utilizzata quasi solo dalle donne. Questo è un falso diritto, perché incide enormemente sulle prospettive e le possibilitá  di lavoro delle donne, anche quando non hanno figli. C'è una terribile ambivalenza. Se lavorano è bene che non abbiano figli altrimenti, con metodi assolutamente illegali, le licenziano o gli viene interrotta la carriera. E nel momento dell'assunzione i datori di lavoro preferiscono donne che hanno figli giá  grandi o, spesso, a una giovane donna preferiscono un maschio.

 

 

Negli ultimi anni si è parlato molto di femminilizzazione del lavoro. Possiamo dire che uno dei punti di crisi oggi è che alla "femminilizzazione" del lavoro, non è corrisposta una "maschilizzazione" del lavoro di cura e di riproduzione? Come abbiamo detto, la "conciliazione" non dovrebbe essere solo una "questione femminile", dovrebbe essere invece uno sforzo pubblico, collettivo, non individuale.

 

Beh, per femminilizzazione del lavoro si intende la richiesta nel mercato del lavoro di alcune qualitá  che sono tipiche del lavoro di cura fatto dalle donne. E questo lo si vede soprattutto nei nuovi lavori, dai call center alle badanti, tutti lavori che implicano una particolare attenzione ai bisogni dell'altro. Possiamo dire che la femminilizzazione del lavoro è la riproposizione del lavoro servile, del lavoro dello schiavo. Lo schiavo aveva una grandissima attenzione per il suo padrone, capiva sempre quello di cui il padrone aveva bisogno, doveva voler bene al padrone. Ed è esattamente questo che si richiede oggi nel mercato del lavoro. Anche all'interno dell'impresa è la relazione che conta, la capacitá  di lavorare insieme, quella forma di accudimento e di attenzione nei confronti degli altri che è tipicamente richiesta al lavoro di cura. Anche il comando non puó piú essere di tipo piramidale, deve essere di tipo orizzontale. L'organizzazione piú moderna del mercato del lavoro ha capito che alcune competenze attribuite alle donne non sono di certo competenze naturali e possono essere trasferite anche gli uomini. Ma se gli uomini possono usare queste competenze relazionali e affettive nel lavoro, potrebbero farlo anche nel privato. Credo che la riproduzione debba essere resa appetibile per gli uomini o compatibile con un lavoro di produzione, anche di innovazione o di produzione intellettuale. Se la riproduzione diventa un carico non individualizzato e ruolizzato, se diventa accettabile, la faranno anche gli uomini. Per questo, escludendo il piano delle scelte soggettive, è necessario mettere al centro delle strategie politiche il tema della sussistenza. Anche riscoprendo Adam Smith, come suggerisce Antonella Picchio (vedi intervista su Liberazione del 27 dicembre, ndr ).

 

 

Dunque attraverso il tema della sussistenza, possiamo descrivere non solo com'è cambiato il lavoro di riproduzione attraverso la sua parziale socializzazione, esternalizzazione e monetarizzazione, ma anche com'è cambiata oggi la societá  nel suo complesso.

 

 

Certo, perché non c'è piú, o comunque c'è sempre meno, quella struttura ammortizzatrice che era la famiglia tradizionale. Oggi si tratta di salvare gli individui, ma anche di non riproporre legami non voluti, di non contare piú su un obbligo affettivo. Il tema della sussistenza pone la questione della sopravvivenza degli individui, che non è legata solo ad un salario minimo. Delle compensazioni monetarie che consentano di fare fronte alla precarizzazione ci devono essere comunque. Ma la sussistenza è legata soprattutto ad una serie di strutture sociali che evitino di far gravare il carico, il peso, la responsabilitá , se vogliamo, della sopravvivenza degli individui solo su particolari individui. Nel nostro caso, nella nostra societá , sulle donne. Dentro la crisi, quello che noi vedremo di nuovo, invece, saranno le donne che andranno al mercato a scegliere i prodotti che costano meno, le donne che si accolleranno l'allungamento dei tempi di cottura per evitare i surgelati, i ragazzi che torneranno a casa rientrando nell'economia familiare a riappesantendo il lavoro di cura. Tutti gli "ammortizzatori" verranno di nuovo caricati sulle spalle delle donne. O noi immaginiamo una societá  che mette in atto ammortizzatori diversi, o i ruoli tradizionali, quasi "naturalmente", si riapprofondiranno. Perché una rigida divisione sessuale del lavoro sará  piú comoda. Anche se - e questo va spiegato ai politici - è difficile che le donne siano disposte a garantire ancora per lungo tempo questo tipo di ruolo. La necessitá  di condividere la riproduzione degli individui e di considerarla centrale, anche rispetto al lavoro produttivo, non è solo una questione di giustizia sociale. La riproduzione, i rapporti sociali, è questo che dá  senso alla nostra vita. Se il senso della nostra vita fossero solo le merci, sarebbe un disastro. Ma credo che le donne siano sempre meno disposte a garantire relazione sociale ruolizzata, sia nei paesi occidentali, ma anche nei paesi in via di sviluppo. Lo vedo, ad esempio, nelle mie studentesse, che non hanno affatto questo tipo di prospettiva per il loro avvenire.

 

 

Per uscire da questa impasse, lei cosa ne pensa della proposta di un reddito di esistenza o come dicono alcune femministe, di autodeterminazione?

 

Il reddito di esistenza, slegato dal lavoro, è un ottimo obiettivo politico, se non si tratta solo di reddito monetario. Un reddito monetario servirebbe probabilmente a comprare sul mercato i servizi, che potrebbero anche costare molto di piú del reddito stesso. Credo che la parte monetaria - non a caso si parla di reddito e non di salario -, sia indispensabile per la libertá  di scelta e del modo di vita, cosí come una parte di servizi e di strutture sociali che integrino la parte monetaria del reddito è estremamente importante. Le sperimentazioni in questo senso sono molte. Aiuti individualizzati nelle case, lavanderie sociali, mense nelle fabbriche che fanno take-away anche per le famiglie, trasporti in comune. Con la crisi, queste istanze dovrebbero essere accompagnate anche da una rimodulazione dello stile di vita. Si tratta di comprimere i consumi e di accettare dei sistemi relazionali piú intensi. Che non significa ridurre il benessere, ma gli sprechi sí.

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