News per Miccia corta

24 - 12 - 2008

Cuba. Quel che resta del comunismo

 

(la Repubblica, mercoledí, 24 dicembre 2008)

 

 

 

BERNARDO VALLI

 

 


L'AVANA

 

Riassumo le prime impressioni che mi investono sbarcando a Cuba, dove cinquant'anni fa è nata una rivoluzione sopravvissuta all'ecatombe del comunismo. Un angolo del mondo non paragonabile ad altri. Ma è ancora comunista quest'isola subtropicale, che ha ispirato, penso in egual misura, romanticismo e ripulsa? E che continua a sollecitare l'immaginazione, appunto romantica, nell'America latina? Mentre su una microscopica automobile sudcoreana risalivo la Rampa, il viale sul quale si affacciano ambiziosi edifici, ho posto la domanda alla donna seduta al mio fianco: una quasi cinquantenne con vecchie radici familiari alto borghesi, alle quali si sente legata, pur non essendo indifferente al carisma di Fidel, la cui ombra protettrice e ossessionante l'accompagna dalla nascita. La risposta è stata netta: «Noi non siamo comunisti, siamo fidelisti».

 

Eppure sei anni fa, quando il comunismo era giá  morto e sepolto in Russia e aveva cambiato faccia in Cina e in Vietnam, piú di otto milioni di cubani (su undici che ne conta l'isola) hanno approvato un testo in cui si afferma che "il socialismo e il sistema politico e sociale rivoluzionario stabilito nella Costituzione sono irrevocabili" e che "Cuba non ritornerá  mai al capitalismo".

Un plebiscito al 98% solleva inevitabili dubbi, resta tuttavia che qui fidelismo e socialismo reale possono essere al tempo stesso distinti e un'unica cosa. E' un mistero simile a quello della Trinitá . «E adesso?» ho chiesto ancora alla fidelista non comunista, mentre eravamo sempre nel quartiere moderno del Vedado. L'ultraottantenne Fidel, malato, si è ritirato tra le quinte, e il fratello Raul, il successore con qualche anno in meno, non ha alcun carisma. Come riuscirá  a sopravvivere il fidelismo? Questa volta la risposta è stata una smorfia. Seguita dal nome (affibbiato a Raul) di un roditore, che soltanto i cinesi considerano il simbolo dell'abbondanza.

 

E' evidente, Raul non entusiasma. E' un militare. C'è stata persino, nel quartiere di Miramar, un sobborgo privilegiato, una piccola, penso timida e quindi tollerata, manifestazione in favore di Fidel e contro Raul. Quasi fosse una polemica in famiglia, i manifestanti rimpiangevano la flessibilitá  di Fidel e condannavano il rigore di Raul. Dietro Raul c'è comunque sempre Fidel. Il linguaggio dei cubani è spesso schietto: soprattutto a quattrocchi con gli stranieri, ai quali vogliono dimostrare che se ne infischiano della censura, che non hanno paura della repressione, pur non detestando obbligatoriamente il regime, sia esso fidelista o comunista.

 

I cubani amano il "bel gesto". Sono spavaldi. Il loro eroe nazionale nella lotta per l'indipendenza, José Marti, era un poeta, non un rozzo soldato come erano spesso gli altri Libertadores dell'America spagnola. Vale la pena ricordare un altro personaggio sia pure minore: l'avvocato Eduardo Chibas, morto negli anni Trenta, e deciso nemico della corruzione. Un giorno denunció gli abusi del potere parlando a Radio Habana e alla fine si sparó un colpo di pistola alla tempia davanti al microfono, affinché tutti i cubani udissero l'esplosione. Decine di migliaia di uomini e donne seguirono la sua bara. «Non dimentichi questo aspetto del carattere cubano», mi ripete uno scrittore che ha subíto le angherie del regime ma è rimasto, non è fuggito a Miami, perché ama «la sua isola». L'orgoglio, la caparbietá , la passione, pesano nella vicenda cubana.

 

Ma non andiamo tanto in fretta. In un uomo non cerchi le tracce dell'adolescente conosciuto cinquant'anni prima. Sarebbe una pretesa assurda. Almeno in parte, questo vale anche per una rivoluzione, come quella cubana, invecchiata nel volto e nella mente. La ritrovo con le rughe e tuttavia con gli stessi slogan, che hanno resistito, immutabili, come lo sono i dati anagrafici per un individuo.

 

Il contrasto tra linguaggio ufficiale, ancora giovanile, e la realtá , sottoposta all'ingiuria del tempo, è un po' patetico. Desta tristezza un anziano acciaccato che parla il linguaggio dell'adolescenza. Quella che era rivoluzione è slittata con gli anni in una atmosfera di conservazione, di stentata e incantata sopravvivenza. Vale a dire una decadenza, che sfugge, sia pure tra drammi e angosce, al naufragio.

 

E' un fenomeno.

 

Un fenomeno è senz'altro il sistema monetario. E' un ritratto rivelatore della societá  cubana. Si tratta di un esercizio di alto equilibrismo, al tempo stesso rigoroso e permissivo. Il primo aspetto, quello rigoroso, basato su una carta annonaria ("libreta"), impone un razionamento di generi commestibili che di fatto garantisce a tutti una base alimentare. Ogni mese un cubano ha diritto a dieci uova, la prima metá  a 0,15 pesos cadauno, i restanti a 0,90 pesos sempre cadauno; a una libbra (cioè 0,454 kg) di pollo a 0,70 pesos; a una libbra di pesce con testa per 0,35 pesos o a circa trecento grammi senza testa; e a mezza libbra di carne tritata di vario tipo a circa 0,17 pesos. Se si calcola che ci vogliono 25 pesos per un dollaro, questa razione mensile (ha calcolato Roger Cohen del New York Times) costa 25 centesimi di dollaro, o (calcolo io) circa 20 centesimi di euro. Poca cosa dunque, poiché un salario mensile medio si aggira sui 20 dollari. Me in questo conto della spesa disciplinato dalla libreta non sono inclusi lo zucchero, sei libbre al mese; il latte, un litro quotidiano per chi ha meno di sette anni; il riso, sette libbre al mese; l'olio, 0,25 di libbra sempre al mese; e altri commestibili minori. Il problema è che i prodotti inclusi nella libreta non si trovano sempre. Spesso mancano. E quindi un cubano è alla continua ricerca o è in continua attesa.

 

Esistono tuttavia due monete: la prima (in pesos) è destinata a circolare nell'"area comunista": è quella con cui sono pagati i salari e che dá  accesso ai prodotti razionati o ad altri non molto apprezzati, in vendita nei negozi normali. La seconda moneta (in pesos convertibili, ancorati al dollaro, chiamati Cuc) spalancano le porte all'esigua, circoscritta, controllata "area capitalista", dove si trovano i beni di consumo non accessibili a chi dispone dei pesos comuni. Nei negozi in cui si acquista in Cuc c'è quasi di tutto: dalla buona carne al buon whisky, ai vari prodotti di lusso. I Cuc circolano soprattutto nei luoghi frequentati dai turisti, nei quali sono occupati migliaia di cubani privilegiati, che ne approfittano. L'aspetto permissivo del sistema economico si rivela quando tollera in una certa misura, sia la caccia ai Cuc sia l'arte di arrangiarsi, sviluppatasi ai margini della legalitá , e di cui i cubani sono diventati dei virtuosi. Il regime sa socchiudere gli occhi, ma li apre e colpisce quando lo ritiene opportuno. La permissivitá  diventa cosi un metodo efficace perché rende vulnerabili gran parte dei cubani.

 

Dopo un volo di dieci ore (compiuto ogni anno da legioni di turisti assetati di esotismo, di sole e di sesso) passo dall'Europa natalizia, accecata dalle luminarie di Harrods', delle Galeries Lafayette e della Rinascente, al semibuio dell'Avana. Le ultime luci del tramonto rendono ancor piú magiche le ombre di quella che resta, nel declino, la piú affascinante cittá  dei Caraibi. Anzi, dell'intera America Latina. Quel che seduce è il crepuscolo non inquinato dalle pubblicitá  luminose di Londra, di Parigi, di Milano: un crepuscolo incontaminato che fa compiere un salto di decenni a ritroso, fino ad incontrare un'epoca preconsumistica. Dove non esistono le chiassose scritte incandescenti esaltanti una mutanda o un reggiseno. E' come immergersi in un mondo rilassante, in un emisfero sfuggito ai giganteschi faló al neon che incendiano le nostre cittá .

 

Sembra di essere capitati in un angolo del pianeta scampato all'appiattimento che ha cancellato le diversitá  alla cui ricerca partiva il vero viaggiatore, ormai sopraffatto da turisti e rappresentanti di commercio. Eppure l'ancora esotica Cuba, esotica anche politicamente, sopravvive grazie ai turisti. E non al meglio di quella specie. E' uno dei paradossi.

 

Il semibuio, non turbato dalle vampate al neon, preserva le sagome eleganti dei palazzi, nasconde le crepe delle facciate art déco, rococo, barocche, neoclassiche dell'Habana Vieja, in parte restaurate (dal geniale storico dell'arte Eusebio Leal Spengler, col denaro benefico e ben speso dell'Unesco). Le strade in decomposizione di un altro quartiere, il Centro Habana, sembrano, invece, nella penombra, un sobborgo medievale. Lo scrittore, che ha superato le asperitá  del regime grazie alla irrinunciabile fedeltá  alla sua isola, mi ha detto sorridendo: « Da noi la macchina del tempo sbanda, avanza e arretra zigzagando».

 

Quando arrivi sul Malecon, il lungomare, ti trovi davanti un'ampia baia deserta. Non c'è una barca. Uno yacth. Un traghetto illuminato. Un galleggiante con orchestra o ristorante. Niente. E' il vuoto. Niente di quello che si troverebbe in qualsiasi altro mare caldo, frequentato dai turisti. Lí, sul Malecon, battuto dalle onde quando il mare è agitato, sino a spruzzare l'ingresso dell'hotel Riviera, senti quanto sia isolata Cuba. Il mare è una frontiera sorvegliata. Un immenso no man's land. Miami è a sole novanta miglia. E lá , nell'America nemica, vivono almeno settecentomila cubani esuli e ostili alla Cuba fidelista o comunista, in attesa di una rivincita.

 

L'Hotel Riviera, in bilico sul Malecon, è un grande albergo un po' sdrucito che, senza badare a spese, il capo mafioso Meyer Lansky costruí negli anni Cinquanta, poco prima dell'avvento della rivoluzione. Lansky era convinto che il casinó annidato nell'albergo e affacciato sulla baia avrebbe attirato yachts e piroscafi, sino a umiliare le dieci o piú bische concorrenti disperse nell'isola. Lucky Luciano fu uno degli ultimi ospiti. Il vuoto, il silenzio, davanti al Malecon, e l'assenza dei piú vistosi e fastidiosi segni del consumismo, hanno un loro preciso fascino. Ma il prezzo di questa quiete, di questa calma, non è soltanto il declino, come ha argomentato un garbato reporter nordamericano che mi ha preceduto. E' molto di piú.

 

Nessuno ha scoperto la formula della "rivoluzione permanente", capace di rinnovarsi puntualmente, grazie a un elisir simile a quello di lunga vita, introvabile, per gli uomini. Nate generose, spavalde, spietate, le rivoluzioni muoiono raggrinzite, ripiegate su se stesse, se non spalancano le porte agli incentivi materiali che definivano superflui, pensando di possedere quelli morali, terribilmente effimeri. L'isola puó apparire un laboratorio antico, animato da alchimisti sopravvissuti alla storia della scienza e della politica. Alchimisti che per ora hanno rifiutato gli aggiornamenti del "comunismo di mercato" cinese o di quello simile del Vietnam.

 

Nella curiositá  per il fenomeno cubano c'è una variabile e contrastata dose di ammirazione per la caparbia resistenza dell'isola minuscola rispetto alla superpotenza ostile alle sue porte. E' un sentimento spontaneo, estraneo ad ogni ideologia e ancor piú ad ogni calcolo razionale, che impedisce di considerare Cuba una scheggia di paleocomunismo come la remota Corea del Nord, con la sua arida, a volte sinistra immagine. Il paragone, azzardato da tanti, è ingiusto e inesatto. Cuba è un'altra cosa.

 

Anche questo è uno dei primi pensieri che mi investono ritornando a Cuba a pochi giorni dall'anniversario dell'ingresso dei barbudos all'Avana, avvenuto nelle prime ore del 1959, quando il dittatore Fulgencio Batista, abbandonato precipitosamente il veglione di Capodanno, animato da ambasciatori, turisti miliardari e alti esponenti della Mafia di Chicago e di New York, s'era appena involato su un aereo carico di dollari per la vicina Repubblica domenicana dove l'attendeva un altro caudillo, amico degli Stati Uniti, Rafael Trujillo.

 

(1 - continua)

 

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