News per Miccia corta

24 - 12 - 2008

Cinema di Stato e assenza di idee

 

 

 

(Corriere della Sera, 22 dicembre 2008)

 


di Pierluigi Battista  

 


Siamo diventati cosí statalisti nella mente da non riuscire piú nemmeno a fiutare i pericoli dell'arte emanazione dello Stato, del cinema scritto dallo Stato, delle sceneggiature ritoccate dallo Stato, della cultura plasmata dallo Stato?

Per accedere al finanziamento pubblico si è decretato che lo Stato, tramite apposita commissione ministeriale, abbia la facoltá  di mettere «sotto tutela» il film tratto da Miccia corta del terrorista Sergio Segio (chissá  poi perché si scrive «ex terrorista»: ex è il terrorismo che non c'è piú, non chi ne ha fatto parte finché è esistito). Le sovvenzioni arriveranno, ma solo a certe condizioni. Il copione sará  approvato, ma solo sotto stretta sorveglianza («ogni variazione dovrá  essere tempestivamente comunicata»), e previo parere dei parenti delle vittime del terrorismo. Altrimenti niente, il film non esce, non si produce, non si fa.

Chi pensa che il cinema debba funzionare diversamente si dimostra soltanto un patetico nostalgico delle oramai vituperatissime ricette liberiste. Chi pensa che un film debba essere scritto, progettato, montato e prodotto senza il beneplacito di occhiute commissioni ministeriali, per poi consegnare agli spettatori, liberi di premiarlo o di disertare i botteghini, le chiavi del verdetto finale, rischia di passare per un volgare apologeta del dio mercato. E invece tutto è affidato alle sovvenzioni elargite da uno Stato magnanimo. Tutto è subordinato alla diffusione dei soldi pubblici. Come stupirsi poi se il mecenate unico e monopolista reclama i suoi diritti e si sente autorizzato a intromettersi persino nei contenuti di una cosa che sente legittimamente come «sua»? Lo Stato che si arroga la titolaritá  della manipolazione persino dei copioni e addirittura nella scelta del casting è del resto solo la manifestazione compiuta del baratro culturale in cui è precipitato un cinema che si è autoimposto il finanziamento pubblico come unico ed esclusivo standard per misurare il proprio stato di salute. Il cinema italiano annaspa? E' per via dello Stato che chiude la borsa. La cultura e l'arte boccheggiano? E' per colpa dei tagli che si abbattono come una mannaia per strangolare l'esuberante creativitá  di un ceto artistico che ha solo bisogno di quattrini per dimostrare la propria incontenibile vitalitá .

La sovvenzione soppianta le idee, il gradimento del pubblico si trasforma in una molesta ordalia di cui sarebbe meraviglioso fare per sempre a meno. Certo che lo Stato puó aiutare con intelligenza il cinema e la cultura (gli incentivi fiscali dovrebbero servire a questo), ma è diventato talmente ovvio e naturale che lo Stato debba esteticamente pronunciarsi dove distribuisce le sue elargizioni, che l'idea stessa di un copione sottoposto alle forbici del finanziatore ministeriale non suscita il raccapriccio di chi in passato è stato protagonista di epiche battaglie contro la censura. Del resto, non c'è bisogno di essere seguaci di Friedrich von Hayek per capire che chi controlla tutti i mezzi di produzione sia irresistibilmente indotto a controllarne i fini. E che solo l'autonomia, anche economica, è garanzia di indipendenza. Ma anche questo sembra un vecchio copione liberista, da correggere con apposita commissione ministeriale.

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