News per Miccia corta

17 - 12 - 2008

Willy Jervis, Lucilla Rochat, Giorgio Agosti: il filo tenace della memoria e della Resistenza

 

(Liberazione, mercoledí 17 dicembre 2008)

 

 

 

 

 

Vittorio Bonanni

 

 


 

«Bisognerebbe avere una forte fede religiosa: e io credo che se questo medioevo dovesse continuare, non resterebbe ad uomini di coscienza e di cuore altra scelta che fra il suicidio e il chiostro. Ma io oggi non mi sento di credere in altro che nella vendetta: vendetta che sará  soltanto giustizia, ma che dovrá  essere spietata». E' un Giorgio Agosti pieno di rabbia quello che l'8 agosto del 1944 scrive al suo compagno di partito Dante Livio Bianco. Tre giorni prima Willy Jervis, come loro dirigente di primo piano di Giustizia e Libertá , era stato assassinato per mano dei nazisti e dei loro alleati della Repubblica sociale italiana insieme ad altri quattro prigionieri politici, i cui cadaveri furono esibiti per le strade di Villar Pellice e poi impiccati. Jervis, ingegnere dell'Olivetti, partigiano della V divisione Gl Sergio Toja, fu arrestato l'11 marzo del '44. Da quel giorno comunicó quotidianamente con la moglie Lucilla Rochat, madre dei suoi due figli e con la quale era sposato da undici anni. Un carteggio di grande impatto emotivo, oltre che estremamente rilevante dal punto di vista storico, che si intreccia con quello tra la stessa Lucilla e Giorgio Agosti, allora magistrato, commissario regionale di Gl, che diverrá  per tre anni, dopo la Liberazione, questore di Torino. Lettere che Bollati Boringhieri ha avuto l'idea di pubblicare nel volume Willy Jervis, Lucilla Jervis Rochat, Giorgio Agosti. Un filo tenace. Lettere e memorie 1944-1969 (pp. 247, euro 20,00), a cura di Luciano Boccalatte, archivista dell'Istituto piemontese per la storia della Resistenza, con l'introduzione dello storico Giovanni De Luna e la postfazione di Giovanni Jervis, noto psichiatra e figlio di Willy.

Dallo scambio di informazioni tra l'ingegnere arrestato e la sua consorte, lettere scritte in foglietti piegati minuziosamente e fatti pervenire clandestinamente, emerge una forte consapevolezza del proprio ruolo, che, insieme alla profonda fede religiosa, Jervis era valdese, gli consentirono di reggere psicologicamente durante quei mesi terribili e di sperare fino all'ultimo in una salvezza che lo stesso Agosti e il gruppo dirigente azionista torinese cercarono di perseguire, sfruttando le contraddizioni esistenti tra il Comando supremo della Wehrmacht e il ministero degli Esteri tedesco sulle differenti modalitá  relative alla politica d'occupazione. Esaurite le possibilitá  di liberarlo anche attraverso la corruzione di ufficiali tedeschi il gruppo azionista tentó la carta della deportazione, ma anche questo tentativo, perseguito interessando anche lo stesso Ministero degli Interni della Rsi, fallí.

Quello tra Willy e Lucilla è un carteggio che trasuda umanitá , dove le sensazioni, i sentimenti, le paure, le emozioni non subiscono alcuna mediazione. Il tutto scritto in condizioni estreme, dove «è cosí forte il loro sentore di morte - come scrive De Luna - da non lasciare nessun spazio all'autorappresentazione edificante che segna, di solito, i carteggi carcerari». Normalmente, sottolinea lo storico torinese, il carcere per gli antifascisti si trasformava in un «seminario di formazione per dirigenti politici». Ma non è il caso di Jervis. La consapevolezza che la morte è dietro l'angolo muta la sua detenzione in qualcosa di piú drammatico: «Il suo è un carcere duro - scrive sempre De Luna - parossistico, che lo costringe a misurarsi innanzitutto con il proprio corpo, con i propri bisogni materiali, con l'immobilitá  del tempo e l'esiguitá  dello spazio, la prospettiva incombente della fucilazione». Nella lettera scritta il 24 giugno è lo stesso Jervis ad immaginare la fine imminente: «Il carcere è pieno, anche la cella grande degli ebrei che è di faccia a me è piena. Cosa faranno? La passeggiata in giardino dell'altro giorno ha tutta l'aria di una prova generale per l'eliminazione! Come negli ammazzatoi di Chicago!».

Il disagio della famiglia, il dolore per l'assenza del padre, la vita quotidiana di un nucleo familiare privato cosí dolorosamente di un affetto cosí importante emerge con forza dalle missive di Lucilla. La quale il 21 giugno cosí si rivolge in una lettera indirizzata al marito:«Sabato è il compleanno di Paola (la figlia piú piccola ndr): 5 anni! Ha detto l'altro giorno che "il piú bel regalo sarebbe che tornasse papá ". Pensa a te benché non parli molto e quando le dico che certo presto tornerai i suoi occhi si illuminano...». Giovanni, Gionni

come lo chiamano i genitori, è un bambino di undici anni quando il padre viene arrestato. E' un vero "ometto", come dice la madre nelle lettere indirizzate al marito. Nella postfazione è lui stesso, a tanti anni di distanza da quel periodo cosí duro, a ricordare come la vita familiare fosse destabilizzata dai rischi continui corsi da chi era antifascista. Forte delle sue qualitá  alpinistiche, dopo l'8 settembre Willy Jervis si prestó piú volte ad accompagnare i prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento attraversando in montagna il confine italo-svizzero. Man mano peró il suo ruolo divenne sempre piú importante, fino a trasformarlo in un organizzatore di bande partigiane, compito che lo costrinse poi a cambiare radicalmente le proprie abitudini, con tutte le ripercussioni immaginabili all'interno del nucleo familiare: «In quei primi tempi di clandestinitá  - scrive Giovanni - i rapporti fra i miei genitori mi parvero decisamente meno armoniosi di prima; mia madre era tesa e li sentivo spesso discutere. Al momento pensai che lei si lamentasse soltanto delle eccessive assenze di lui ma poi percepii che il problema era piú preciso: gli rimprovera di essere imprudente.»

Il carteggio fra Lucilla e Giorgio Agosti è invece tutto incentrato sul ricordo di Willy e le antiche frequentazioni da un lato, e, dall'altro, sui commenti del Questore di Torino riguardanti il suo lavoro e sui gravi rischi di normalizzazione che il dirigente azionista intravedeva con grande luciditá  di analisi. In una lettera del 9 novembre 1945 l'amico di Willy non usa mezzi termini: «Sulle sorti del nostro paese non sono molto ottimista - scrive - la reazione guadagna terreno ed assistiamo giá , quassú nel Nord, a una ripresa del terrorismo fascista. Bisogna convincersi che questo è il terzo inverno che incomincia: abbiam mutato di trincea, ma la battaglia non è vinta che in parte (...). Se Willy fosse con noi, quanto lavoro potremmo ancora compiere insieme.» Un sentimento di frustazione condiviso anche da Lucilla, quando parla di suo figlio Johnnie e dell'impegno scolastico. Da un lato la grande motivazione del giovane studente: «...lo vedo quando gli brillano gli occhi a sentir parlare di lotta partigiana e clandestina e io temo sempre che in questi momenti in cui la reazione sembra dilagare sempre piú accada qualcosa che lo turbi nella sua fede e nel suo orgoglio». Dall'altro una scuola desiderosa di cancellare ogni traccia dell'esperienza resistenziale: «Ma perché a scuola - afferma - per esempio, non parlano mai della lotta di liberazione, di patrioti, di antifascismo? Questo succede con un'insegnante ebrea ed intelligente, allontanata dalla scuola per motivi razziali; figuriamoci poi i vari fascistoidi e reazionari di cui siamo ancora invasi!». Un grido di dolore simile a quello lanciato da molti in quest'altro medioevo che stiamo vivendo ora. E leggendo questo libro cosí struggente mentre, parafrasando Rochat, "la reazione dilaga", è forte la tentazione di considerare il sacrificio di Jervis e di tanti altri quasi inutile. Speriamo solo di sbagliarci.

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