News per Miccia corta

17 - 12 - 2008

Gramsci. La memoria di una vita in carcere ingoiata nella nebbia e nello smog

 

(la Repubblica, mercoledí 17 dicembre 2008)

 

 

 

 

 "Spesso mi rendo conto di trovarmi capovolto nei ruoli: da maestro divento ammaestrato. Quando gli operai mi raccontano le loro esperienze di lotta e di lavoro"

 

 

 

DARIO FO

 




áˆinaudito: a Milano e dintorni esistono vie, piazze, parchi, giardini, istituti, scuole elementari e perfino biblioteche tutte dedicate ad Antonio Gramsci, ma di lui si sa e si parla molto poco. Spesso, dialogando con studenti anche impegnati nella politica, mi devo render conto che essi della vita e delle lotte affrontate da questo grande personaggio caposaldo della nostra storia sociale e civile sono quasi completamente all'oscuro. Un uomo di enorme valore intellettuale e morale i cui testi sulla storia degli intellettuali, le sue Lettere e i Quaderni dal carcere sono stati tradotti in tutte le lingue del pianeta e studiati in ogni universitá  di prestigio, dimenticato. Come è possibile? La memoria di una vita bruciata giorno per giorno dentro le carceri e nelle isole penitenziarie, ingoiata nella nebbia e nello smog! A Milano, capitale della regione piú attiva e produttiva d'Italia, Antonio Gramsci è estraneo ricordato solo dai vecchi operai scaricati nella piú anonima periferia mentre i giovani quasi lo ignorano, eppure varrebbe la pena almeno ricordarlo se non altro per aver fondato in questa cittá  nel 1924 il quotidiano del Partito comunista, l'Unitá .

All'inizio del 1926, in gennaio, si riuní a Lione il terzo Congresso del Partito comunista: Gramsci e Togliatti presentarono la tesi che riscosse la quasi totalitá  delle preferenze. In seguito, peró, tra i due esplose un vivace dissenso sulla adesione totale e indiscutibile al programma dell'Internazionale comunista sotto l'egida dell'Unione sovietica.

Gramsci scrisse una lettera in cui spiegava le ragioni di questa sua posizione e la diede a Togliatti perchè la inoltrasse alla direzione moscovita, ma Togliatti si rifiutó di inviare lo scritto: di qui fra i due scaturí un totale dissenso. Nel novembre del 1926 il partito fascista emenda le famose leggi speciali che tagliano ogni possibilitá  di azione ai partiti dell'opposizione, in ispecie a quelle di estrema sinistra: Gramsci viene cosí arrestato e condotto a Regina Coeli. Condannato a cinque anni di confino da scontare sull'isola di Ustica, vi trascorrerá  solo sei settimane. In seguito alla fine del maggio del 1928 viene condannato a vent'anni quattro mesi e cinque giorni di reclusione. Quindi, viene trasferito nella colonia penale di Turi, presso Bari. Il diverbio con Togliatti si allarga fino a coinvolgere anche il Partito sovietico per intero: molti storici spiegano che nacque di lí il dissenso che causó per Gramsci l'impossibilitá  di riguadagnare la libertá . I responsabili del governo sovietico, pur avendo l'opportunitá  di trattare la libertá  di Gramsci con il governo fascista in cambio di prigionieri politici, non si impegnarono perchè quel progetto andasse a compimento.

Gramsci trovandosi in carcere, seppur afflitto da una grave malattia che lo tormentó per tutto il periodo della sua reclusione, si dedicó con straordinaria caparbietá  all'insegnamento coinvolgendo non solo detenuti politici, ma anche i cosiddetti comuni. Egli nel corso di questa sua esperienza a un certo punto commenta: «Spesso mi rendo conto di trovarmi interamente capovolto nei ruoli: da maestro divento ammaestrato specie nei momenti in cui i compagni operai e contadini mi raccontano le loro esperienze di lotta e di lavoro. Ció che mi sorprende maggiormente è lo scoprire la forza e la costanza che essi pongono nel proprio impegno politico: un contadino della Gallura mi accennó cantando in coro con alcuni suoi corregionali una filastrocca emettendo suoni profondi e acuti in dissonanza. Il testo diceva:

'Da cannu simmo nati/ faticanno alli campagni traimme sango con sudore/ Franzisco primmo lu franco e Carlo l'imperatore/ se fanno guerra sinza quartiere/ e vanno covrendo d'ossa le nostre piane./ Chi vinca di quegli a noi non vien vantaggiu,/ solo se se trovammo uniti, tutti e duie li vinceremm'

Questo canto non ha bisogno di alcun commento. La coscienza cosí antica dell'assoluto valore di un'unitá  costante per il proletariato contro il potere è talmente chiara e definitiva da sorprenderci e farci riflettere, specie in questi momenti in cui la nostra tendenza costante è quella di dividerci fino a rischiare la frammentazione totale».

ሠquasi paradossale scoprire che il primo a credere nel valore universale delle opere del piú importante intellettuale del Partito comunista si sia rivelato proprio Togliatti. Egli mirava a fare di questo suo antagonista il teorico di una "riforma intellettuale e morale" in continuitá  con il Risorgimento. Il punto massimo dell'assurdo di questa operazione sta nel fatto che Togliatti intendesse realizzare un'azione di politica culturale "finalizzata ad attenuare la vocazione proletaria del Pci" e per far questo aveva pensato di servirsi del maggior sostenitore del valore inarrivabile della cultura popolare.

Un paradosso, giacchè è risaputo che il contenzioso che determinó l'irrisolvibile diverbio furono proprio le idee "costituzionali" di Gramsci - il suo "comunismo liberale" - ritenute fortemente eretiche in quanto in contrasto con la linea del "social-fascismo" imposta da Mosca. E fu proprio quella drastica censura a produrre l'isolamento in carcere che gli causó la fine d'ogni contatto umano: una situazione che lo portó alla piú dolorosa delle condizioni. «Potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo - scrive in una lettera alla cognata Tania nel 1930 - non potevo preventivare che dei colpi mi sarebbero arrivati anche da altre parti, da dove meno potevo aspettarli».

A ingigantire questa situazione giunse in carcere una serie di lettere inviate a tutti i detenuti politici in attesa di processo: in queste missive a firma di Ruggero Greco, lo scrivente compiva una gaffe madornale poiché indicava Gramsci, Terracini e Scoccimarro come i massimi capi del partito. Insomma, si tratta di un'autentica delazione, uno sgambetto mortale. Gramsci si sentí tradito, messo con le spalle al muro. Fu un tale colpo basso che gli creó una vera e propria débacle fisica e morale: la sua salute peggioró a vista d'occhio. Inoltre possiamo dire che questa trappola infame allontanó per sempre Gramsci dal partito, proprio lui che con tanta forza aveva lottato per farlo nascere.

 

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori