News per Miccia corta

15 - 12 - 2008

DESAPARECIDOS. La fuga dal lager nell'Argentina del Mundial

 

 

(l'Unitá , lunedí 15 dicembre 2008)

 

 

 

 

MALCOM PAGANI

 

 


ROMA

Uno, due colpi, la porta che cade, i passi veloci. Le scale di corsa, le voci agitate. «Subversivo de mierda». Poi il cappuccio sulla testa, i pugni nel costato, la Ford Falcon col motore acceso, l'arresto illegale. Nel novembre 1977,Claudio Tamburrini aveva 23 anni. I sogni tutti davanti, orizzonti indefiniti. Le ragazze, gli studi, l'universitá , la sua squadradi calcio, il San Lorenzo de Almagro, serie B argentina.

Faceva il portiere Claudio, finí all'inferno senza difese. Il suo nome trascritto nell'agenda di un dannato. Per ingabbiarlo bastó un rapido controllo poliziesco, poi il sequestro.

Gli tennero il capo abbassato lungo il percorso.DaCiudadela, la periferia di Baires nella quale abitava, la macchina masticó un paio di chilometri, poi il motore si acquietó davanti a una tipica villa gentile di inizio novecento. Due piani, una mansarda, l'edera cresciuta senza riguardi intorno alle finestre, le persiane di un verde acceso, il giardino curato. Mansion Serè era la favola dal finale crudele, l'ultima stazione dell'ignominia, l'orco che si cela dietro le apparenze.

«Sei tu il portiere? Allora para questo». E giú col bastone, le scosse elettriche, gli annegamenti simulati che spesso diventavano reali.

I torturatori arrivavano puntuali. Picchiavano, minacciavano, violavano confini. Poi, mondate le grida e puliti gli schizzi di sangue, si rivestivano per tornare in un'anodina normalitá . Nelle loro case pulite, al riparo dalle brutture. La guerra sucia, lo sporco sterminio di una generazione, un affare che non li riguardava.

Il terrorismo di stato, i desaparecidos, la gente gettata viva dagli aerei,menzogne inventata dai comunisti. Buoni argentini, patriottici e cattolici, loro.Difensori della patria.Unbacio ai bambini eunregalo in piú, frutto avvelenato di un laido compromesso.

La liturgia della violenza prevedeva passaggi burocratici. Straordinari da pagare. Stipendi da arrotondare. Claudio l'arquero visse in cattivitá  per 120 giorni. Quattro mesi da incubo, senza maiabbandonare l'idea della fuga. Oggi ha 54 anni, occhi azzurri velati dalla consapevolezza di aver visto troppo e un'ironia sopravvissuta all'orrore. Oscilla tra Stoccolma e Goteborg.

Insegna etica dello sport, stringe ancora stretti i guanti. «Una squadra di ultima divisione mi ha proposto la scorsa settimana di partecipare al campionato. Ho accettato subito.

L'obbiettivo è risalire fino alla penultima. Bisogna immaginare un salto, per poterlo compiere davvero». La lezione del 2008, la stessa di trent'anni prima, non l'ha rimossa. Non potrebbe, non vuole. Piovve fino alla noia, la notte del 24 marzo 1978. Gocce cosí forti che non si vedeva a un palmo, tanto intenseda far convergerebuona parte delle squadracce della giunta di Videla, a guardia di un Rio della Plata gonfio e minaccioso.

24marzo, due anni esatti dal golpe. Isabelita Perón, l'ex ballerina accompagnata verso l'esilio coatto, López Règa a vigilare e i militari incontrastati padroni del campo. Il portiere non aveva paura di volare. Legó un materasso agli stipiti della finestra, lo assicuró col fil di ferro accumulato durante la detenzione e profittando di lampi e tuoni, si tuffó nudo e ammanettato dal secondo piano. L'erba bagnata, una sensazione nota. Una volta caduto a terra, pensó solo a correre senza guardarsi indietro.Gli aguzzini, da unpiccolo televisore sistemato in cucina, osservavano il derby tra Boca Juniors e River Plate.

Una bestemmia, un urlo, un'imprecazione. Si accorsero tardi di ció che era successo e Tamburrini, dopo essersi nascosto per alcuni mesi, a fine '78 riuscí finalmente ad abbandonare il paese.

«Alla Mansion passai le prime due settimane senza rendermi conto del buco nero in cui ero precipitato. Vedevo le sbarre, non capivo. Facevo domande surreali, cercavo di essere gentile. "Ci dev'essere un equivoco. Mi dovreste rilasciare, ho un contratto con l'Almagro. Non vorrei che non me lo rinnovassero"». I carcerieri sghignazzavano.

«Ognuno di loro interpretava una parte. C'erano il buono e il cattivo, il conciliante e il bruto. Con la gente che ti sbatteva su una tavola di ferro modulando i volt, non c'era bisogno di discorsi. Sapevano come agire e quando. Tra carcerieri e sommersi invece, si instauravano logiche perverse. La paura che non ti fa ragionare, piccoli favori, tentativi di salvarsi a discapito di altri». Tamburrini decise di tentare l'impossibile quando gli sembró che il fideismo, si striasse in venature senza speranza. «Accadde due giorni prima di riconquistare la libertá . Entrarono in quattro urlando, con le pistole in mano. "State organizzando il ritorno a casa, luridi froci? Lo sappiamo. Vi ammazzeremo". Pensai che sarei morto comunque e tentai l'ultima disperata carta. A distanza di un trentennio, mi sono convinto che quella conversazione sia stata casuale. Un bluff non voluto, una crudeltá  fine a se stessa».

Nonostante avessero dilapidato minuti preziosi, i militari ordinarono agli elicotteri di alzarsi in volo. Le luci basse, il rumore ossessivo della pale. Il maltempo indossó la stessa divisa di Tamburrini e dopo qualche settimana, recuperato uno dei tre fuggitivi, lasciarono perdere gli altri. C'erano cose piú importanti. Ilmondiale 1978 alle viste e l'immagine di una nazione da riverniciare. Claudio seguí l'avventura della nazionale di Kempes come un topo refrattario alle trappole ma la notte del 18 giugno, decise di rischiare ancora. Per andare in finale contro l'Olanda, l'Argentina avrebbe dovuto battere il Perú con quattro gol di scarto. Al fine di tracciare il solco, il regime adoperó calcolo e cinismo. Venne avvicinato e minacciato il portiere Ramón Quiroga, detto "El loco". Argentino con cittadinanza peruviana, Ramón era nato aRosario, sede della gara chiave. Per rendere il messaggio inequivocabile, Videla e Kissinger visitarono lo spogliatoio del Perú poco prima che la sfida iniziasse anche se in realtá , una partita vera non cominció mai. L'Argentina vinse 6-0, una farsa passata alla storia come "marmelada peruviana" e la maglia blu con i calzini abbassati di Quiroga, il suo volto straniato e la sua inadeguatezza, fotografarono meglio di qualunque immagine il senso di quella pseudoimpresa. Tamburrini festeggió comunque. Contro la razionalitá .

«Politicamente non era corretto ma dovevo farlo. Edificare nuovamente il mio equilibrio interiore, non aver paura di essere tra la gente. Che gioire fosse opinabile o persino sbagliato non importava. Con lo stesso metro di valutazione, gli italiani avrebbero dovuto piangere per i trionfi fascisti di Pozzo. Sportivamente parlando, l'innocenza non esiste. C'era qualcosadi piú quella sera, l'aria aperta, il senso di oppressione che  svaniva, la riconquista di una dimensione nuova». Per Tamburrini la nettezza delle posizioni è un inganno, la lente deformata davanti alla quale smarrire il senso complessivo di un evento. «La veritá  è grigia, un non luogo dove il bianco e il nero nonrendono leggibili i contorni, le sfumature, le zone d'ombra». Albert Camus, omologo di ruolo diTamburrini, sul pallone aveva idee chiarissime. «Tutto ció che conosco sulla moralitá  e sul dovere, lo devo al calcio».

Claudio è meno tranchant ma non dissente.

«In mezzo ad una porta, in quegli otto metri da presidiare, sei l'ultima barriera. In qualunque altra posizione puoi distrarti, tra i pali no. Quell'autodisciplina è stata salvifica durante il mio incubo. Come potevo immaginare che esistesse quel sottomondo parallelo, quella privazione dei diritti elementari?

Allora mi dicevo: "Non confonderti, rimani sveglio, non ti arrendere"». Non lo fece e saltó fuori appena in tempo. Oggi, fuori dalla sua galera ricostruita e diventata centro culturale, spira un vento diverso. «Prima di lasciare il paese, mi feci accompagnare davanti alla Mansion Serè. Fu una follia ma avevo necessitá  di osservare per mettere un punto e ripartire. La casa, come l'avevo vista io, non c'era piú. Il regime l'aveva abbattuta ma riconobbi il luogo. In un attimo, risalí ogni frammento. Rimasi immobile lungo un momento dilatato. Eterno». Adesso, toccato dal soffio del nord, Claudio non si vergogna e non esulta. Vive, respira e fa entrare il sole. Tutte le volte che puó.

 

 

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Il mondiale 1978. Quella coppa che oscuró i diritti umani e i dubbi di Carter

 

 

Il24 marzo 1976, imilitari argentinideciserodipassareall'azione.

A quasi due anni dallamorte di Juan Domingo Perón, l'Argentina cadde nelle maglie diun golpe brutale, orchestrato dal capo dell'alleanza anticomunista argentina, Lopez Règa che destituí la presidentessa Isabelita Perón e lavoró per mettere al comando della nazione un triumvirato retto da Videla, Massena e Agosti. L'epica della patria si fuse con una repressione indiscriminata, il "plá n condor", che portó alla scomparsa di quasi 30.000 persone. Nel quadro di un'azione condotta con la Dina, polizia transnazionale, capace di muoversi agevolmente tra delazioni ed espatri facili, in un Sudamerica giá  sconvolto dalputch cileno del "˜73, l'Argentina visse anni difficili fino alla caduta nel regime nell'83, accelerata dalla sconclusionata guerra dell'82 con l'Inghilterra per le isole Falkland.

Il Mondiale "˜78 si inseriva in quel contesto. L'occasione che il mondo offriva a una nazione discussa per ripulire la propria immagine. La squadra di Menotti, Fillol e Kempes vinse e per qualche tempo, il calcio oscuró i diritti umani e i dubbi di Jimmy Carter. M. P.

 

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