News per Miccia corta

11 - 12 - 2008

Ecco come è finita l'URSS. Dai trionfi di Stalin al disfacimento

 

(la Repubblica, giovedí, 11 dicembre 2008)

 

 

 

Dopo la morte del dittatore, al di lá  delle mistificazioni il sistema sovietico mostró di non essere in grado neppure di assicurare un tenore di vita decente alla sua popolazione

 

Molte cose furono impreviste, dalla stessa rivoluzione alle riforme di Gorbaciov

 

Il prezzo pagato per tenere in piedi una gigantesca macchina militare fu enorme

 

 

MASSIMO L. SALVADORI

 



Nella sua Storia dell'impero di Russia sotto Pietro il Grande Voltaire levó un altissimo elogio all'opera dello zar modernizzatore, che aveva compiuto una di quelle «rivoluzioni folgoranti che hanno cambiato i costumi e le leggi dei grandi Stati». Quando morí, il 5 marzo 1953, Stalin venne celebrato come il piú grande Pietro, che aveva creato un nuovo ordine sociale e politico, innalzato l'Urss a potenza mondiale, schiacciato l'idra nazista, offerto un'immensa speranza di riscatto a masse sterminate di oppressi e di umili, sfidato in maniera vincente l'iniquo capitalismo. E a esaltarne figura e lascito non furono soltanto i comunisti; tra quanti espressero ammirazione si annoverarono anche molti tra i piú eminenti leader dei paesi occidentali.

Andrea Graziosi ha raccontato la parabola del comunismo al potere nel piú grande Stato del mondo in due corposi volumi editi dal Mulino rispettivamente nel 2007 e nel 2008. Il primo, L'Urss di Lenin e di Stalin (pagg. 630, euro 30), tratta del periodo dal 1914 al 1945, il secondo, L'Urss dal trionfo al degrado (pagg. 741, euro 32), quello dal 1945 al 1991. Una vera miniera, uno strumento di conoscenza importante, un'occasione di continue riflessioni su una storia che l'autore giustamente definisce «tragica». Ci si consenta di osservare peró di sfuggita che il titolo del secondo volume non pare del tutto pertinente, poiché nella parabola sovietica al degrado - come d'altronde mette bene in luce l'autore nel testo - fece seguito il crollo, la dissoluzione dell'Unione Sovietica.

L'analisi di Graziosi è pressoché interamante centrata sulle vicende interne dell'Urss, e non affronta «se non di passaggio, la questione dei rapporti tra storia sovietica e storia del movimento comunista internazionale». ሠuna scelta legittima, ma credo sarebbe stato opportuno non tenerla tanto stretta, poiché la seconda di queste storie costituí una componente troppo organica e determinante della prima. In ogni caso, quel che ci dá  l'autore è davvero moltissimo. Chi poi abbia interesse per i nessi tra l'Urss e il movimento comunista mondiale puó prendere in mano il libro di Robert Service, Compagni. Storia globale del comunismo nel XX secolo, appena pubblicata dalla Laterza (pagg. 690, euro 28).

Graziosi prende le mosse del suo lungo racconto citando un bellissimo passo di Herzen del 1850, tutto guicciardiniano, e insieme antihegeliano, antipositivista e antimarxiano, dove si dice, contro l'idea che il cammino dell'umanitá  possa essere previsto e pianificato, che «se l'umanitá  marciasse diritta verso qualche risultato, non vi sarebbe storia, solo logica» e che la storia invece «è tutta improvvisazione, tutta volontá , tutta estemporanea - non ha limiti, né rotte». Un tale citazione ha un gran senso in relazione alla storia dell'Urss, proprio perché questa mostra uno straordinario contrasto tra l'armamentario teorico dei vari leader sovietici, che ebbero la convinzione e presunzione di poter mettere in atto una «politica scientifica», e la loro pratica, intessuta di illusioni smentite, frutto di situazioni storiche quanto mai impreviste e finita, al di lá  di ogni immaginazione, nell'implosione del mondo che avevano costruito in luogo di quella del capitalismo da essi iscritta, seguendo il dettato marxiano, in una incontrastabile necessitá  storica. E ció l'autore ci mostra nella sua analisi, ricca fino alla minuziositá  e basata su un'imponente documentazione, di una vicenda durata oltre settant'anni.

Fu imprevista la rivoluzione di febbraio nel 1917; fu imprevisto che il neonato potere bolscevico sopravvivesse agli attacchi di tedeschi, delle potenze interventiste, dei bianchi, agli acuti conflitti interni, alle immense devastazioni che tra il 1918 e il 1922 minacciavano di provocare ogni giorno il precoce collasso di un sistema economico che generava miseria, alla morte di milioni di uomini uccisi dalle armi, dalla fame e dalle epidemie; fu imprevisto che nella lotta per il potere dopo la morte di Lenin a vincere la partita fosse Stalin; fu imprevisto dai bolscevichi che il loro ideale di dare finalmente il potere alle masse (la democrazia proletaria) avesse come esito la dittatura di un solo uomo attorniato da una ristretta oligarchia e la costruzione di un sistema di repressione e di terrore culminato nell'universo concentrazionario del Gulag; fu imprevisto che lo Stato sovietico resistesse all'invasione del piú potente esercito che si fosse mai visto in Europa fino a sconfiggerlo; fu imprevisto che il moto di riforma intrapreso da Gorbaciov, inteso a rigenerare il comunismo, culminasse nella rovina e nella dissoluzione dell'Urss.

Il secondo volume di questa storia, che è quello su cui qui intendiamo soffermarci, va dal massimo trionfo conseguito da Stalin nel 1945 sui suoi nemici al massimo trionfo ottenuto dagli Stati Uniti e dai loro alleati nel 1991 sull'Urss, guidata dall'ultimo di quei "gattini ciechi" che il dittatore aveva temuto avrebbero portato per la loro inettitudine al disfacimento del gigante da lui creato. Graziosi identifica lucidamente i due versanti della medaglia. Nell'uno si leggeva il successo conseguito sia nella piú grande battaglia mai combattuta e vinta dal «popolo russo» contro i nemici esterni sia in quella che aveva opposto i veri ai falsi bolscevichi e a tutti i nemici interni, la legittimazione quindi del regime staliniano e della costruzione del sistema del terrore; la conferma che tutte le prove drammatiche attraverso cui era passata l'Unione sotto la guida di Lenin il fondatore e di Stalin l'erede avevano un senso infine pienamente disvelato; l'ascesa dell'Urss a superpotenza mondiale; l'estensione delle frontiere del socialismo; «la popolaritá  straordinaria» del regime sovietico nel Terzo Mondo e presso i comunisti e i loro simpatizzanti di tutti i paesi.

Nell'altro, lo stato di immane prostrazione in cui la nuova superpotenza si trovava in seguito alle immense distruzioni materiali, alla strage di militari e civili (probabilmente intorno ai 26-27 milioni di morti), al prezzo tremendo da pagare al mantenimento di una enorme macchina militare in attesa della terza guerra mondiale (che comportava - scrive l'autore - «un fardello quasi insostenibile» per un paese in rovina e il cui sistema economico era «inefficiente»); il «dramma della identificazione» del trionfo sovietico «con un despota terribile» elevato a «un idolo vivente»; il dilagare di un nazionalismo dai tratti grotteschi; il potere affidato a un dittatore onnipotente, circondato da «un'élite chiusa», in cui gli stessi maggiori capi vivevano nella costante paura di poter perdere i loro privilegi e anche la vita.

Dalla morte di Stalin al crollo sovietico corse piú o meno lo stesso tempo che dal crollo zarista al trionfo del dittatore. Fu il periodo in cui, al di lá  delle illusioni, delle mistificazioni alimentate da statistiche ufficiali sui progressi del paese sistematicamente falsificate, dei timori nutriti dall'Occidente specie quando assistette ai traguardi conseguiti dall'Urss nella conquista dello spazio, venne dimostrato a mano a mano piú chiaramente che il sistema sovietico - contrariamente alla baldanza retorica portata agli eccessi da Kruscev - non era in alcun modo in grado non solo di superare nell'economia, nella scienza e nella tecnologia il mondo capitalistico, ma neppure di assicurare un appena decente tenore di vita alla popolazione. Le forze armate pompavano enormi risorse, l'agricoltura era un punto debolissimo senza rimedio, i contadini restavano condannati ad un nuovo servaggio, gli operai erano una massa semimilitarizzata, i dissidenti sorvegliati quando non imprigionati e deportati, e i campi di concentramento costituivano un mondo parallelo.

Graziosi chiude la sua assai rimarchevole fatica con due citazioni di Lenin e di Trockij. Il primo nel 1919 aveva affermato che il capitalismo sarebbe stato sconfitto perché il socialismo avrebbe «creato una produttivitá  del lavoro assai piú alta»; il secondo nel 1919 che, «se fosse dimostrato» che la pianificazione conduceva «ad un abbassamento della vita economica, ció significherebbe la distruzione di tutta la nostra cultura».

Orbene, la dimostrazione definitiva è avvenuta con il riformismo di Gorbaciov, cui, dopo aver creduto di poter compiere l'impossibile, toccó, preso in un mare di contraddizioni ingovernabili («l'indecisione, la fiducia accordata a persone che lo tradirono, il tempo perso in politica e in economia cercando di conciliare l'inconciliabile - il partito unico e la democrazia, la pianificazione e il mercato) di farsi notaio di una immane disfatta storica. E alla vicenda dell'ultimo segretario del Pcus, che ebbe il merito di non tentare la carta estrema della violenza per salvare un regime e un impero corrosi dai tarli della loro storia (ma chi aveva in quel sistema in disfacimento la volontá  e la determinazione di combattere per la sua difesa?), Graziosi dedica una acuta e persuasiva analisi.

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