News per Miccia corta

08 - 12 - 2008

Neonazisti e ultrá  La nuova Europa ha un cuore nero

 

(la Repubblica, domenica 7 dicembre 2008)

 


 


 

Ungheria, Repubblica cèca, Slovacchia: tre giovani democrazie risorte dopo mezzo secolo di comunismo, da poco diventate Paesi membri della Ue, nelle quali l'estremismo di destra gode di crescente popolaritá  áˆ organizzato in milizie, manifesta sentimenti antisemiti e razzisti. E a Bratislava è giá  insediato al governo

 

ANDREA TARQUINI




BERLINO

ABudapest sfilano in centro indossando l'uniforme nera, sventolano i gagliardetti delle Croci frecciate alleate di Hitler, giurano di salvare la patria dagli zingari, dal capitalismo e dagli ebrei. A Praga contattano ogni giorno i loro camerati tedeschi della Npd neonazista, e spesso affrontano la polizia in violenti scontri di guerriglia urbana. A Bratislava il loro partito è addirittura al governo, partner preferito ai democristiani per formare una coalizione dal premier socialdemocratico-populista Robert Fico.

Europa centrale, inverno 2008: mentre il piú importante dei nuovi membri dell'Unione Europea, la Polonia, è una solida democrazia, una societá  dalla cultura democratica diffusa nella sua coscienza collettiva e dall'economia ancora in boom, in altri tre paesi membri della Ue, tre giovani democrazie risorte dopo mezzo secolo di comunismo e di colonialismo sovietico (Ungheria, Repubblica Cèca, Slovacchia), il neonazismo non è piú solo uno spettro, né la minaccia violenta di minoranze arrabbiate ma marginali: è realtá  quotidiana, è un modo di pensare che si diffonde nei salotti buoni, è una forza politica che ha imparato a sfidare la libertá  sia con la violenza di piazza sia con successi elettorali e coalizioni. Diciannove anni dopo la caduta della Cortina di ferro, quelle tre giovani democrazie appaiono infettate da una voglia di ordine diventata mostro. E il mostro è un virus contagioso: nell'Europa senza frontiere, i successi magiari, cèchi e slovacchi possono dare esempio e forza ai suoi adepti ovunque nell'Unione.

L'Ungheria è il caso piú appariscente della nuova sfida all'Europa. Jobbik, cioè "i migliori", si chiama il partito. Come sempre accade al fascismo, due volti vi convivono, il doppiopetto e il manganello. Il doppiopetto sono l'elegante look sportivo - camicia button down e pullover inglese - del suo leader Gá¡bor Vona, o gli abiti chic della bionda, giovane, attraente Krisztina Morvai, avvocato e docente di giurisprudenza, ex attivista per i diritti delle donne e delle minoranze, convertita al sogno della destra nazionale. Il manganello si chiama Magyar Gá¡rda, "guardia ungherese". ሠla milizia paramilitare del partito, conta oltre duemila aderenti, ma presto supererá  i settemila. ሠorganizzata in compagnie e reggimenti, i suoi membri entrandovi prestano giuramento di fedeltá  assoluta come si fa in un esercito regolare. E si addestrano alle arti marziali e al tiro con le armi da fuoco.

Lo sfondo nazionale è desolante. Diciannove anni dopo la fine del comunismo, l'Ungheria è un'economia in crisi e soprattutto uno Stato sulla soglia della bancarotta. Solo iniezioni di liquiditá  somministrate in extremis dal Fondo monetario internazionale e dall'Unione Europea hanno salvato il governo socialdemocratico (postcomunista) del premier Péter Gyurcsany, ma il malcontento rimane. Fa da sedimento a una simpatia sempre piú diffusa per l'ultradestra, ha avvertito di recente Paul Lendvai, decano dei corrispondenti del Financial Times, gentiluomo ungherese fuggito a Occidente durante il comunismo che da Vienna, nei decenni della Guerra fredda, era una delle fonti piú attendibili su qualsiasi cosa accadesse o si preparasse nell'"altra Europa". Altre voci autorevoli sono purtroppo d'accordo: odio xenofobo, discriminazione, diffidenza verso minoranze e diversi, spiega la sociologa Maria Vasarhely, sono sempre piú diffusi in ampi strati della popolazione. Venti ungheresi su cento, avverte il suo collega Pal Tamá¡s, sui grandi temi della politica e della vita la pensano come l'ultradestra, e trenta su cento, secondo una sua indagine scientifica, sono da considerare antisemiti.

Manganello e doppiopetto agiscono in sinergia, nell'Ungheria della crisi, conquistano la ribalta ogni giorno nella Budapest splendida ma dove la nuova povertá  e il degrado urbano, con troppe facciate di palazzi asburgici diroccate anziché risanate come in Polonia, mostrano che qualcosa non va. A Hoesoek Tére, la piazza degli eroi, luogo-simbolo della nazione, la Magyar Gá¡rda sfila spesso e volentieri. Oppure conduce giorno e notte pattuglie, per intimidire gli zingari. O suoi simpatizzanti lanciano escrementi, pietre e uova marce contro il teatro della comunitá  ebraica. «Il problema dei senzatetto e degli zingari si puó risolvere diffondendo batteri della tubercolosi», affermano i suoi ultrá , «perché dobbiamo difenderci». Vona e la signora Morvai no, non giungono a tanto. Ma affermano a ogni comizio: «Chi sono gli zingari? Amano l'Ungheria o no? Hanno voglia di lavorare? Vogliono adattarsi e assimilarsi o no? Possiamo fidarci?». E piú spesso ancora diffondono l'idea che nel dopo Guerra fredda i politici dei partiti democratici hanno «trasformato l'Ungheria in un Paese sconfitto, una colonia dell'Occidente». Siamo a un passo dal mito mussoliniano della "vittoria mutilata".

La Grande Ungheria è il loro sogno, il rifiuto del Trattato di Trianon che nel 1918 tolse ai magiari (parte dell'Impero asburgico) i territori ora slovacchi o romeni è slogan e bandiera. Erano le idee-forza della dittatura dell'ammiraglio Miklos Horthy, alleato di Hitler, e degli estremisti delle Croci frecciate di Imre Szalasi.

Ma nell'ex Europa asburgica il nuovo fascismo si diffonde anche dove le tradizioni democratiche dovrebbero essere piú solide. Guardiamo poco piú a ovest, nella splendida, prospera Praga, capitale di un Paese devastato dal mezzo secolo bolscevico e ora tornato al capitalismo ma anche segnato dalla corruzione e dall'instabilitá  politica. Il Partito dei lavoratori (Ds, guidato da Tomá¡s Vandas) ha chiare matrici neonaziste e contatti con la Npd tedesca. Qualche settimana fa nella cittá  di Litvinov ci sono voluti oltre mille poliziotti in assetto di guerra per affrontare in una notte di guerriglia urbana almeno settecento squadristi del Ds decisi a dare l'assalto a un quartiere abitato da gitani.

I loro slogan sono ancor piú duramente anti-occidentali di quelli dei camerati ungheresi: «Alzati, lotta contro il liberalismo», titolava uno degli ultimi numeri di Delnické listy, il loro organo. Il partito neofascista cèco è in prima fila, come i comunisti nostalgici dell'occupazione sovietica, contro i piani Nato sullo scudo difensivo in Cèchia e Polonia per affrontare i missili iraniani. E sull'esempio magiaro, anche nella Repubblica cèca un altro gruppo, il Partito nazionale, ha fondato una sua milizia paramilitare. Guidato da Petra Edelmannova, il partito vuole presentarsi alle elezioni politiche del 2010 proponendo la «soluzione finale della questione degli zingari». Linguaggio senza pudore, che evoca esplicitamente quello del nazismo hitleriano nella «soluzione finale», cioè l'Olocausto.

Il governo cèco non vuole restare a guardare, anzi non puó permetterselo anche perché tra poco gli toccherá  la presidenza di turno dell'Unione Europea. Per cui sta studiando la possibilitá  giuridica di una messa al bando dei nuovi fascisti. Una possibilitá  del genere è lontana anni luce a Bratislava, la capitale della Slovacchia. Perché qui Robert Fico, primo ministro e leader del locale partito socialdemocratico (schierato su posizioni di sinistra nazionalpopulista, era stato persino temporaneamente sospeso dal gruppo socialista all'Europarlamento), ha scelto di governare e garantirsi il potere alleandosi non con i democristiano-conservatori bensí con lo Sns, il Partito nazionalista slovacco di estrema destra. Lo guida Jan Slota, politico di provincia che ama abbandonarsi a eccessi alcolici per poi scatenarsi ancor meglio nei comizi. Propone «la frusta» per risolvere (rieccoci) «il problema degli zingari», sogna di diventare europarlamentare per «rendere di nuovo vive le acque marce e sporche di Bruxelles e di Strasburgo». I suoi bersagli preferiti sono, oltre ai gitani, la minoranza ungherese e gli omosessuali.

Il premier Fico tace, volta la testa dall'altra parte. Si preoccupa solo di litigare col governo ungherese, perché l'ultima partita di calcio tra squadre dei due paesi, a Dunajska Streda, si è conclusa con una notte di duri scontri tra teppisti magiari e slovacchi, tutti legati alle due ultradestre. E alla fine la polizia slovacca per una volta è intervenuta duramente, ma pestando quasi soltanto i violenti ungheresi.

L'unica, debole speranza dell'Unione Europea è questa: che la furia nazionalista dei nuovi fascisti nell'Europa ex asburgica sia talmente virulenta da indurli a volte a considerarsi tra loro nemici mortali anziché alleati. Ma anche in questo il rovescio della medaglia è l'abdicazione del potere statale. Dopo la notte di sangue a Dunajska Streda, la Magyar Gá¡rda ha presidiato e chiuso i valichi di frontiera con la Slovacchia; nessuno glielo ha impedito. I nuovi radicalismi, denunciava l'altro giorno Joseph Croitoru sulla Frankfurter Allgemeine, sono un'ipoteca grave e imprevista sul futuro delle tre giovani democrazie europee. L'epidemia è scoppiata non in paesi lontani, ma all'interno dei confini aperti della Ue e della Nato.

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