News per Miccia corta

26 - 11 - 2008

Gramsci. Il racconto del cappellano della clinica

 

(la Repubblica,mercoledí 26 novembre 2008)

 

 

 

 Il malato si mostrava paziente e tollerante mentre il prete pregava per lui

 

Altre volte non riusciva a nascondere una buona dose di ironia sul clero

 

 

SIMONETTA FIORI

 



Gli ultimi giorni del leader comunista sono diventati ormai un genere letterario su cui si esercitano le penne piú fantasiose. Dopo "l'omicidio per avvelenamento", il "suicidio", il "tentativo di sequestro da parte di Stalin" - tutte ipotesi formulate nel corso degli ultimi anni - ora è la volta della "conversione". Che non è neanche un nuovo capitolo del feuilleton, essendo giá  stato scritto nel 1977 dal gesuita Giuseppe Della Vedova.

Fu in quella occasione che i quotidiani pubblicarono le testimonianze di chi fu vicino a Gramsci nel periodo trascorso nella clinica romana Quisisana. E tra i testimoni che allora smentirono la conversione figurano proprio i religiosi ai quali fu affidata la cura spirituale dell'illustre malato: suor Linda, suor Maria Ausilia, suor Palmira e l'allora cappellano della clinica Giuseppe Furrer. Il loro racconto era stato registrato nel 1967 dallo studioso Arnaldo Nesti, il quale era andato a trovarli a Ingebhol in Svizzera presso la Congregazione delle suore della Santa Croce. Il resoconto di questi colloqui fu pubblicato su Paese Sera il 21 aprile del 1977.

Il ritratto di Gramsci, composto da don Giuseppe, è di un uomo "sfinito", "mite", "acuto conoscitore dei padri della Chiesa", soprattutto di Sant'Agostino. S'incontravano ogni giorno alle 16, ma spesso Gramsci non aveva voglia di parlare, si esprimeva piú con i gesti, stringendosi nelle spalle. Il cappellano aveva l'abitudine di accomiatarsi dal malato con un Pater Noster, un'Ave Maria, talvolta con una benedizione. Gramsci si mostrava "pazientemente tollerante", "taceva", ma talora non riusciva a nascondere una buona dose di ironia sul clero. «Non posso capire», disse un giorno al cappellano, «come voi preti abbiate una conoscenza cosí limitata della vita umana. Avete una grande responsabilitá  per il contatto con il confessionale, ma siete fuori dalla realtá ».

Anche le suore tratteggiarono un Gramsci "gentile" e curioso verso le cose religiose. Nel corso di un corteo natalizio con il Bambin Gesú, non si sottrasse al bacio della statuetta. Il loro sogno sarebbe stato quello di vederlo entrare nella cappella. Un giorno, di fronte alle insistenze di suor Maria Aniceta Ragli, Gramsci rispose: «Sorella, non è che non voglio, non posso».

Quando fu colpito da emorragia cerebrale, il 25 aprile del 1937, le suore prepararono il secchiello dell'acqua santa. «Non ricordo», raccontó il parroco a Nesti, «se gli ho amministrato o meno l'assoluzione sotto condizione». Fu appoggiata sul letto la stola violacea, ma Gramsci era ormai assente, immobile. La cognata Tania protestó veementemente per quella che giudicava "una violenza".

Un altro racconto prezioso è quello di Carlo Gramsci, fratello di Nino. «Un sacerdote», riferí Carlo, «tentó di convertire Nino in tutti i modi, ma egli all'ultimo tentativo reagí voltandosi verso il muro». La sua testimonianza fu raccolta dal comunista eretico Alfonso Leonetti, il quale ne rimarcó la veridicitá , essendo stato Carlo al capezzale del fratello fino all'ultimo. Fin qui le testimonianze. Era necessario tirarle fuori dagli archivi? Evidentemente sí, ma senza illusioni. Quello di Gramsci appare un feuilleton inesauribile. Piú appetibile di qualsiasi documento.

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