News per Miccia corta

19 - 11 - 2008

Aldo Moro e le carte segrete

 

(la Repubblica, mercoledí, 19 novembre 2008)

 

 

 

 

Il capo del governo, in perfetto stile moroteo, si barcamenava e tendeva a rassicurare la Santa Sede "Anch'io sono cattolico"

 

 

Il presidente della Repubblica non lesinava le critiche a Paolo VI, in particolare per l'Enciclica "Populorum Progressio" sul Terzo Mondo

 

 

ALBERTO CUSTODERO

 

 


ROMA

 

ra l'incudine della Santa Sede che gli indicava come modificare i testi delle leggi e il martello del Quirinale che tuonava contro il Papa e le ingerenze del Vaticano. ሠun ritratto inedito quello di Aldo Moro che emerge da una attenta analisi delle sue carte personali. Sono migliaia di documenti che da alcuni mesi è possibile consultare all'Archivio centrale dello Stato di Roma. Quelle tracce di 40 anni di attivitá  politica, riviste oggi, offrono spunti per una rilettura di alcune pagine della storia Repubblicana.

 

Come, ad esempio, i rapporti che intercorrevano fra il Vaticano e la Dc e, soprattutto, fra la Santa Sede e gli uomini democristiani di governo. Alcuni luoghi comuni quasi assurti a certezze, leggendo la corrispondenza di Moro, oggi vacillano. ሠil caso della reale autonomia della Democrazia Cristiana - rispetto ai partiti di oggi - dai diktat vaticani. Leggendo le carte, si ha la conferma delle enormi pressioni del Vaticano che non esitava a inviare ai politici democristiani vere e proprie disposizioni politico-religiose.

 

Gli esempi non mancano. C'è il Nunzio Apostolico monsignor Carlo Grano che, il 13 aprile del '64, invia a Moro presidente del Consiglio le modiche da apportare al testo sulla legge urbanistica che, cosí come la voleva il Parlamento, avrebbe arrecato «notevole danno agli interessi religiosi del popolo italiano». E poi c'è il segretario della Commissione episcopale Franco Costa che (il 7 luglio del '65), chiedeva a Moro presidente del Consiglio, di «tagliare i fondi alla cinematografia che produceva film pornografici». Ancora Costa che, il 17 aprile del '66, lo redarguiva affinché non venisse approvata la proposta di legge dell'onorevole Fortuna, socialista, sul divorzio «essendo il Governo nella maggioranza democristiana».

 

In perfetto stile moroteo, Moro si barcamena, e rassicura, ad esempio, il segretario della Commissione episcopale cosí: «io stesso sono partecipe delle preoccupazioni dei cattolici italiani. E il progetto sul "piccolo divorzio" ha carattere individuale e non ha l'appoggio del Psi». La bozza di una lettera sta a testimoniare che Moro rassicurava il Papa in persona sul fatto che «la Dc non verrá  mai meno, pur nel necessario adattamento alle contingenze politiche, in vista della salvezza della democrazia, alle sue caratteristiche di raggruppamento di cattolici militanti preoccupati di assicurare la libertá  alla Chiesa, la piena efficacia della sua azione apostolica in Italia».

 

Ma è nel 1967 che Aldo Moro, presidente del Consiglio, ha vissuto i suoi momenti piú difficili, quando la tensione fra il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il Pontefice arriva ai limiti della crisi diplomatica. Le carte dell'archivio privato del politico ucciso dalle Bierre svelano a questo proposito uno squarcio di storia inedito. Come la sfuriata di Saragat contro Paolo VI, che il 23 gennaio del '67 parlando ai componenti della Sacra Romana Rota (intervento riportato sull'Osservatore Romano), aveva sparato a zero contro quei politici che «sostengono non essere contraria alla Costituzione una proposta di legge per l'introduzione del divorzio nella legge italiana».

 

Dal Quirinale era arrivata il giorno stesso alla presidenza del Consiglio una lettera al vetriolo, intimando a Moro di intervenire perché «gli apprezzamenti e i giudizi» del Papa, «riferendosi a atti del parlamento nazionale, rappresentano una non consentita ingerenza nella vita dello Stato». Saragat non era nuovo a quelle scenate contro Paolo VI. All'Archivio centrale dello Stato se ne trova almeno un'altra testimonianza. Si tratta di un appunto riservato dell'8 aprile del '67 che il capo ufficio stampa della presidenza aveva redatto per lo stesso Moro su ció che il presidente della Repubblica, qualche giorno prima, aveva detto durante una conversazione con l'allora direttore del Corriere della Sera.

 

Quel colloquio verteva sull'Enciclica Populorum Progressio, nella quale il Papa dimostró una notevole attenzione nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, portando inevitabilmente ad una diversa considerazione della questione vietnamita. Ebbene, commentando l'Enciclica - si legge nella nota del capo ufficio stampa di Moro - Saragat - preoccupato per l'accentuarsi dell'antiamericanismo fra l'opinione pubblica anche cattolica - disse che «il Papa ha offeso tutto l'Occidente, ha dimostrato di non capire niente del capitalismo il quale ha svolto una determinante funzione in difesa della nostra civiltá . Non si rende conto che l'aiuto ai Paese sottosviluppati costa enormemente e solo il capitalismo l'ha realizzato».

 

«Al Papa - si legge ancora nella nota riservata - Saragat ha riservato una serie di apprezzamenti personali sulle sue doti e capacitá  sul modo di esercizio delle sue funzioni papali cosí sprezzanti che per opportunitá  non si riferiscono».

 

Oltre alle crisi Quirinale-Vaticano, sempre nel '67 Moro ha dovuto gestire il deflagrare del caso Sifar, la scoperta (fatta grazie a una inchiesta dell'Espresso di Eugenio Scalfari), che i servizi segreti militari del generale Giovanni De Lorenzo, anziché occuparsi di sicurezza nazionale, avevano messo su una centrale di spionaggio raccogliendo 200 mila dossier con informazioni su abitudini private e sessuali di politici e dei loro parenti e conoscenti. Fra questi dossier, ce n'erano 40 con la copertina gialla dedicati ad altrettante super personalitá  di entrambi gli schieramenti politici. Anche qui, dalla corrispondenza Moro-Saragat, saltano fuori elementi illuminanti su quei fatti. Fu Saragat - stando ai documenti dell'archivio - a chiedere al Governo la testa del generale De Lorenzo che, sempre nel colloquio «spiato» dal capo ufficio stampa di Moro, non aveva esitato a definire «un generale messicano. Un delinquente. Lo mando in galera, disgraziato, ha fatto 200 mila fascicoli».

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