News per Miccia corta

14 - 11 - 2008

Il Vaticano e il nazismo

 

(la Repubblica, venerdí, 14 novembre 2008)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In quel contesto emerge la figura di Eugenio Pacelli e la dura pronuncia contro il manifesto razzista e antisemita di Hitler

 

"Il papa e il diavolo" analizza le diverse posizioni della Curia romana e i contrasti fra Sant'Uffizio e Segreteria di Stato sotto Pio XI

 

Secondo l'autore, il futuro Pio XII avversava con decisione l'odio antiebraico

 

Ma il pontefice non eliminó dalla preghiera del Venerdí Santo il "perfidis Judaeis"

 

 

 

AGOSTINO GIOVAGNOLI

 



Piú cresce la polemica contro la beatificazione di Pio XII piú aumentano, per reazione, le spinte per accelerarla, ha osservato Marco Politi su Repubblica. ሠdifficile, peró, che ció induca qualcuno ad abbassare i toni della discussione: sono passati ormai piú di cinquant'anni dalla morte di papa Pacelli e la contrapposizione fra colpevolisti e innocentisti sembra farsi sempre piú intensa. Ne ha sofferto e continua a soffrirne anche l'indagine storica, perché c'è incompatibilitá  tra storia giustiziera - o giustificazionista - e autentica conoscenza storica. Lo conferma, indirettamente, anche un interessante volume di Hubert Wolf sui rapporti tra Vaticano e nazionalsocialismo.

 

L'indagine arriva fino al 1939 e dunque si occupa solo del pontificato di Pio XI: è stato infatti questo papa a trattare per primo con il «diavolo nazista» cui allude il titolo dell'edizione tedesca (Il papa e il diavolo). Ma la forza attrattiva della polemica su papa Pacelli è tale che nella copertina dell'edizione italiana - Donzelli, pagg. 324 euro 28, in libreria il 20 novembre - al titolo originale è stato aggiunto Pio XII e il Terzo Reich, sebbene Wolf non tratti del pontificato pacelliano (mentre invece dedica molto spazio ad Eugenio Pacelli quale collaboratore di Pio XI).

 

Il libro di Wolf mostra uno spaccato illuminante del Vaticano di Pio XI, anche se non tutti i documenti da lui utilizzati hanno uguale valore. Ne emerge una Curia romana dove si discuteva molto, con convergenze e divergenze che non riflettevano solo differenze di caratteri o di idee, ma anche le diverse responsabilitá  legate ai vari uffici ricoperti. L'autore sottolinea, in particolare, i contrasti tra il S. Uffizio, cui spettava difendere la dottrina, e la Segreteria di Stato, che doveva valutare le contingenze politiche: il primo ribadiva la fedeltá  al dogma, la seconda evidenziava i condizionamenti della storia. Molte pagine riguardano il confronto tra gli atteggiamenti verso il nazismo di Pio XI e di Pacelli, a partire dalla contrapposizione, suggerita giá  negli anni Trenta dal vescovo tedesco Alois Hundal, tra il «comportamento virile» di Pio XI e quello ritenuto piú debole del suo Segretario di Stato. Si pensava che l'ostilitá  di Hundal verso Pacelli - è possibile che egli abbia indirettamente ispirato Il Vicario, la piéce teatrale di Hochhuth all'origine della leggenda nera di Pio XII quale «papa di Hitler» - fosse dovuta al tentativo di Hundal di difendersi da quanti lo accusarono, nel dopoguerra, di legami con il nazismo. L'indagine di Wolf, invece, modifica molte convinzioni precedenti: da una parte, Hundal voleva veramente la condanna dell'ideologia nazista (ma non di Hitler) ma, dall'altra, fraintese le motivazioni della prudenza pacelliana. Il papa e il diavolo, infatti, attribuisce a Pacelli - quando questi era Segretario di Stato - atti significativi contro il nazismo, come l'inserimento di una «chiara confutazione» del razzismo hitleriano nel testo dell'enciclica di Pio XI la Mit Brennender Sorge. Scrive Wolf che Pacelli «respingeva con decisione l'antisemitismo razziale. Il suo intervento per un silenzio pubblico del papa era invece piuttosto strettamente connesso alla sua concezione dell'ufficio del capo della Chiesa cattolica come "padre comune" di tutti i cattolici. Secondo la sua visione egli sosteneva la stretta neutralitá  del Santo Padre in tutti i conflitti politici. Wolf ricorda poi che, divenuto papa, Pacelli espresse al vescovo von Galen profonda gratitudine per le coraggiose posizioni di questi contro Hitler, perché «i vescovi possono parlare, il papa deve tacere»: l'autore proietta cosí la sua spiegazione dei comportamenti pacelliani anche sui «silenzi» di Pio XII.

 

Il papa e il diavolo analizza soprattutto alcuni momenti del dibattito curiale sul razzismo nazista, partendo dal 1928 e dalla condanna dell'associazione «Amici di Israele» che si proponeva un riavvicinamento tra cattolici ed ebrei. Alla fine di un lungo dibattito interno, Pio XI non solo respinse la richiesta degli «Amici di Israele» di eliminare dalla liturgia del Venerdí Santo l'espressione offensiva «perfidis Judaeis», ma sciolse anche l'associazione, di cui facevano parte pure molti importanti ecclesiastici. Malgrado tale esito, Wolf nota giustamente che si svolse allora, per prima volta ai vertici della Chiesa cattolica, un'approfondita discussione sull'atteggiamento verso gli ebrei che mostra l'infondatezza del «libello» di Goldhagen secondo cui tutti i cattolici erano antisemiti. La vicenda, peró, si presta a letture diverse. Da un lato, infatti, prevalse allora indubbiamente la posizione antisemita del segretario del S. Uffizio Merry Del Val, ma, dall'altro, Pio XI volle riequilibrare il mantenimento del «perfidis Judaeis» nella liturgia, con una condanna ufficiale dell'antisemitismo razzista. L'episodio attesta perció, sottolinea Wolf, che la Chiesa cattolica, condannó l'antisemitismo molto presto e comunque prima di altre grandi istituzioni. Egli peró aggiunge che allora «Pio XI perse un'occasione importante» perché «una riforma della preghiera del Venerdí Santo avrebbe rappresentato un segnale contro l'antisemitismo molto piú netto di una generale condanna dell'antisemitismo». Indubbiamente, dopo che nel 1959 Giovanni XXIII ha eliminato dalla liturgia il «perfidis Judaeis», molte cose sono cambiate nell'atteggiamento cattolico verso gli ebrei.

 

Non sappiamo, peró, se la stessa decisione presa, trent'anni prima, avrebbe avuto effetti analoghi: nel 1928, ad esempio, anche coloro che, come Schuster, criticavano le espressioni liturgiche contro gli ebrei, condividevano un certo antigiudaismo. ሠstata la tragedia della Shoah ad imporre il salto di qualitá  che differenzia le condanne dell'antisemitismo degli anni Venti e Trenta da quelle del periodo giovanneo e conciliare.

 

A questa prima discussione ne seguirono altre, come quella di grande rilievo che accompagnó l'elaborazione di una severa condanna del razzismo esposto nel Mein Kampf di Hitler. In Vaticano, infatti, non ci si accontentó di mettere all'Indice Rosemberg, ma si decise di colpire anche il libro-manifesto del dittatore nazista. La condanna di una serie di tesi contenute nel Mein Kampf fu effettivamente approvata dal S. Uffizio, anche se finí per essere pubblicato, con alcune modifiche, dalla meno autorevole Congregazione per i Seminari (nel frattempo era uscita l'enciclica del papa contro il nazismo e le esigenze della diplomazia imposero prudenza). In ogni caso, sappiamo ora che Curia romana considerava inconciliabili con il cattolicesimo le tesi di Hitler e, piú in generale, collegando la ricostruzione di Wolf a quanto giá  noto - come l'enciclica non pubblicata di Pio XI contro le teorie razziste o le critiche vaticane al razzismo fascista - appare sempre piú evidente la linea dottrinale di condanna del razzismo biologico assunta dalla Chiesa cattolica a partire dal 1928. Tutto ció, ovviamente, non esaurisce il problema di quanto siano stati coerenti con questa condanna dottrinale gli atteggiamenti concreti assunti di volta in volta e non risolve la piú complessa questione di un antisemitismo che oltrepassava largamente il razzismo biologico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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