News per Miccia corta

12 - 11 - 2008

Terrore a nordest

 

(la storianascosta.com)

 

 



Introduzione

Il «passaggio» a Nordest



Tutto è cominciato lí, nel Nordest. In quella zona di confine che corre lungo la linea Trieste-Bolzano e che poi si allarga, all'interno, verso Trento, Venezia, Treviso, Padova e Verona. Il Triveneto. Il laboratorio che ha prodotto ed esportato nel resto del Paese il fenomeno della violenza politica e del terrorismo. In quelle Universitá , negli anni Sessanta, nacquero i primi fermenti della sinistra rivoluzionaria. Il nucleo preistorico delle Brigate rosse si formó nella facoltá  di Sociologia dell'ateneo di Trento, dove studiavano Renato Curcio e Mara Cagol. E i primi collettivi di Potere operaio – poi Autonomia operaia organizzata – apparvero al Politecnico di Padova, dove insegnava Toni Negri, e nelle sedi di Trieste e Venezia, dove molti suoi amici occupavano cattedre importanti. Nel Nordest, in quegli stessi anni, germogliarono anche i primi gruppi della destra eversiva. Nelle caserme di Verona, il colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi, seguace del Principe Junio Valerio Borghese, inizió a costruire la sua rete di «legionari» neonazisti, la Rosa dei Venti. E lí, tra Padova e Treviso, gli editori Franco Freda e Giovanni Ventura cominciarono a predisporre l'«agenzia» stragista di Ordine Nuovo.

Tutto ebbe inizio nel Triveneto. Poi il fenomeno si estese in direzione del triangolo industriale del Nord (Milano-Torino-Genova) e, attraverso la Pianura padana, dilagó nel resto del Paese. Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, e il «golpe Borghese». Le altre stragi «nere» dei primi anni Settanta: Brescia, Peteano, via Fatebenefratelli a Milano, il treno Italicus. La sinistra rivoluzionaria, gli scontri di piazza con l'estrema destra. La violenza diffusa. L'Autonomia e la P38. Le Br, Prima linea e le altre mille sigle dell'eversione rossa. Lo stillicidio di attentati con morti e feriti, i sequestri... Insomma, la guerra civile, sia pure a «bassa intensitá »; quella che ha segnato almeno un decennio della storia italiana, tra il 1969 e il 1978, con colpi di coda negli anni Ottanta e un lento esaurimento dopo la caduta del Muro. E che ora, all'inizio di questo nuovo millennio, minaccia di riaccendersi. Le Br-Partito comunista combattente, i Comitati d'appoggio alla resistenza per il comunismo, gli anarcoinsurrezionalisti, i Centri sociali della protesta piú radicale: le nuove sigle della sinistra antisistema che torna a predicare la palingenesi comunista. Mentre, sul fronte opposto, sono rifioriti movimenti di estrema destra e neonazisti che tornano a predicare la purezza della razza e l'odio per i diversi. Come un'idra, le teste del mostro della violenza xenofoba e dell'odio politico-ideologico rispuntano proprio quando si pensava che una fase drammatica della storia italiana fosse ormai definitivamente alle spalle. Ed è lí, ancora una volta, che è iniziato tutto. Fra Trieste, Bolzano, Padova, Treviso e Verona.

Perché questa fabbrica della follia si è impiantata da decenni proprio nel Nordest? Alcuni intellettuali – non molti, per la veritá  – in passato si sono posti questa domanda e hanno provato a trovare delle risposte. A cominciare dallo scrittore padovano Ferdinando Camon. Un altro scrittore e giornalista, Mino Monicelli, al tema ha dedicato un bel libro, "La follia Veneta. Come una regione bianca diviene culla del terrorismo". Le sue analisi penetrano in profonditá  la politica, la cultura, il costume e persino la psicologia di una terra. Le sue risposte sono convincenti. Eppure non soddisfano. Perché, come quelle di tutti coloro che si sono cimentati con l'argomento, trascurano un dato essenziale di quella realtá , la geografia. O, meglio, la geografia combinata con la politica e con la storia, la geopolitica insomma. Avrá  pur pesato il fatto che le vicende storiche abbiano collocato il Nordest lungo il confine tra mondi quasi sempre ostili, separati dalla geografia, ma anche dall'odio e dalla paura l'uno dell'altro? Avranno avuto un qualche peso i conflitti etnici e territoriali che in quell'area si sono intrecciati con i conflitti politico-ideologici e militari? Ecco, il nostro libro muove da queste due domande. E cerca di trovare delle risposte seguendo proprio quel filo che collega la violenza e il terrorismo con la particolare situazione geopolitica del Nordest, a partire dalla Resistenza. Sí, perché questa storia, a voler fissare una data, è cominciata proprio allora. Affonda le sue radici nei conflitti cruenti tra fascisti e antifascisti ma anche in quelli, altrettanto cruenti, che dividevano lo stesso fronte partigiano, dove non tutti si battevano per la medesima cosa: la rivendicazione di un'identitá  etnica o politico-ideologica non sempre coincideva con il bisogno di democrazia e libertá . E cosí, la storia ha finito per complicarsi, intrecciandosi inevitabilmente con il nuovo quadro geopolitico postbellico, profondamente segnato dalla guerra fredda. Le mire espansionistiche del comunismo jugoslavo prima e di quello sovietico poi furono percepite come un pericolo mortale nel mondo che stava da quest'altra parte del confine. Perché poggiavano non solo sulla forza degli eserciti, ma anche su una quinta colonna in territorio italiano concepita e organizzata per spianare la strada agli invasori: una vera e propria armata clandestina, con una rete di intelligence e un apparato di propaganda e guerra psicologica i cui capi, formati nelle scuole oltre la cortina di ferro, rispondevano direttamente ai Servizi segreti militari dell'Est. In quel nuovo contesto, nel caso di un conflitto con l'Occidente (ritenuto prima o poi inevitabile da Mosca), il Triveneto costituiva il passaggio obbligato verso l'Europa latina. E lungo quel passaggio venne costruita anche la risposta difensiva italiana e atlantica, che poggiava su eserciti clandestini affiancati a quelli regolari, su reti di intelligence e apparati per la propaganda e la guerra psicologica. Da lí, dall'esasperazione di quel clima, il mostro ha cominciato a prendere forma. Ripercorrendo quel filo, ci si accorge infatti che è stato proprio quel contesto a fare prima da incubatore e poi da detonatore della violenza e del terrorismo. I due fenomeni si sono formati e sono esplosi contestualmente, come la risposta degenerata di un mondo alle degenerazioni dell'altro.


GIOVANNI FASANELLA
MONICA ZORNETTA



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