News per Miccia corta

05 - 11 - 2008

La destra e la gran ventata retorica il Piave vale quanto il 25 Aprile

 

(la Repubblica, mercoledí, 05 novembre 2008)

 

 

 

 

 

La Russa: è la Grande Guerra, non la Resistenza, che corona il Risorgimento

 

Ma Napolitano ha riequilibrato la lettura della festa, chiudendo al nazionalismo

 

 

 

FILIPPO CECCARELLI

 




Per dirla tutta: se non ci avesse posto riparo il presidente Napolitano, il 4 novembre di Berlusconi e La Russa si sarebbe impantanato nella piú prevedibile e risentita retorica, peró all'altezza dei tempi: Dio Patria Famiglia e Mulino Bianco.

 

Pericolo scampato, sia pure di un soffio. Nel gran torneo degli anniversari ad alto impatto, l'obiettivo del governo era evidentemente quello di prendersi una rivincita sul 2 giugno e, ancora di piú, sul 25 aprile. Di qui l'idea di ripristinare il 4 novembre come giorno di festa nazionale, restituendo cioè alla data «la giusta e dovuta dignitá » come ha detto il ministro Ronchi. E tuttavia, sul piano delle premesse cognitive e simboliche, lá  dove si gioca la partita per la costruzione del senso, soprattutto dalle parti di An si è lasciata intendere una volontá  piú complessa e definitiva: cogliere l'occasione per regolare i conti con quella che La Russa ha sommariamente definito «una certa cultura antimilitarista», ma che per un bel pezzo d'Italia - si pensi all'80 per cento registrato nel 2003 dai sondaggi contro l'intervento in Iraq e alla moltitudine di bandiere arcobaleno esposte fuori dalle finestre - si identifica con la cultura della pace o se si vuole del pacifismo.

 

Ecco, basta: è cambiato il vento, adesso ci siamo noi. E quindi è superato, secondo Alemanno, il tempo in cui «ci si vergognava» del tricolore. A detta del ministro della Difesa, è la Grande Guerra che corona il Risorgimento, non la Resistenza. Le forze armate oggi impegnate all'estero, cosí il presidente del Senato Schifani, rappresentano «il baluardo dei nostri valori» - parola invero piuttosto povera anche se oltremodo utilizzata per riempire i vuoti ideologici e progettuali.

 

Perché poi si sa come vanno queste celebrazioni; e come agevolmente slitta - e tanto piú nei comodi, sicuri e tranquilli rifugi della classe politica - la frizione dell'oratoria, della precettistica automatica, dell'enfasi ampollosa e declamatoria. E vai con l'inno, perció, e «vieppiú» con il destino, e «parimenti» con l'onore, il coraggio, la dedizione, il sacrificio, l'amor di Patria, le pagine di gloria, l'alto senso del dovere. Senza mai un accenno, né una menzione, né forse nemmeno un pensiero alle follie dei generali, o alle ordinarie e inutili carneficine di quel conflitto che ha lasciato ossari sterminati e cippi con i nomi dei caduti in ogni minuscolo paese d'Italia.

 

E qui, se Dio vuole, si è fatto sentire Napolitano, con una valutazione storica articolata, dichiaratamente lontana da ogni retorica, nonché aliena da militarismo od esaltazione nazionalistica. Nel frattempo la tv trasmetteva uno spot sul 4 novembre e le Forze armate che i soliti, vecchi o residuali schemi della destra riusciva in qualche modo a reintegrare dando smalto, spazio, luce, suono e assai accattivante immagine al patriottismo promozionale di marca berlusconiana.

 

Rimarchevole, anzi magistrale documento che per molti aspetti certifica l'ormai compiuto dominio della forma e dell'ideologia pubblicitaria su qualsiasi evento della vita pubblica. Cosí c'è pure un cagnolino, risorsa spettacolare estrema, in quei due minuti di messaggi che piú astutamente mirati non si potevano delineare per immagini. Per cui il filmato, o per meglio dire il montaggio si apre con Piazza Navona vista dall'alto, le cupole, l'arte, e qui parte la musica: solenne, orecchiabile, tipo «Momenti di gloria». Quindi tanti bambini, il Futuro, e altrettanti piccoli tricolori, mamme allegre, rapporti rassicuranti, splendide ragazze, anziani felici, veterani pieni d'orgoglio, militari bellissimi che camminano, alacri lavoratori, un quado d'invidiabile concordia sociale e subliminale. (A veder bene, seduta a un tavolino sul fondo, c'è una simil-Carfagna, e anche un signore barbuto che legge il giornale, ma un po' assomiglia a La Russa).

 

C'è un filo di vento, sagome di passanti, e c'è una storia: la buona storia di soldati e soldatesse che partono. Il viaggio, la missione, zaini, bagagli e piano piano, dalle finestre c'è uno che applaude, poi una donna e sono due, poi il battimano cresce d'intensitá  insieme con la musica, e si fa ovazione. All'apice dello spot sui muri si proiettano le ombre - attenzione: le ombre - di un aereo che sfreccia, di un carroarmato, di un motoscafo. Volti di bambini messi lí a riequilibrare quei paurosi attrezzi di morte. Sempre sul muro l'ombra composta di un soldato, forse un corazziere a cavallo. Mentre la musica diminuisce c'è tempo per sentire il lontano rumore di un nitrito, tipo l' «Isola dei famosi» e la sirena, non sai mai, di una autoambulanza. Infine una scritta: «Grazie Ragazzi» (la stessa di vari manifesti di An).

 

Ottima regia, effetto Barilla o Mulino Bianco. Inconfondibile la zampata del berlusconismo - anche se è plausibile che come tanti altri in questo tempo, il ministro La Russa, che ha dato vita all' «Ignazio joeur», ci sia arrivato da solo. Il Cavaliere ha presenziato all'Altare della Patria. Non è tipo da parate, lui, e la retorica patriottarda se la mangia a colazione. Alla fine della cerimonia si è rivolto alla banda dei carabinieri. Sorrisone: «Peró una canzone di Apicella ogni tanto potreste pure farmela... ».

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