News per Miccia corta

02 - 11 - 2008

Un amore grandissimo nei giorni di Stazzema

 

(Liberazione, domenica, 02 novembre 2008)

 


 



 

Nanni Riccobono




Una donna scrive a Spike Lee. E' un'anziana signora dal nome splendido e buffo, si chiama Didala Ghilarducci. Ha 86 anni, è di Viareggio, da ragazza ha fatto la partigiana. Vuole spiegare a Spike cos'è che non va nel suo film "Miracolo a S. Anna".

E insieme alla lettera, manda al regista un libricino che ha scritto lei. Ottanta pagine, un frammento di autobiografia («Partigiana per amore», editore Marco del Bucchia, 9 euro).

Didala Ghilarducci sposó il suo uomo nel pieno della guerra, erano due ragazzini. Lui un antifascista, lei una diciottenne innamorata pazza. Dopo l'otto settembre raggiungono un distaccamento della brigata Garibaldi sui monti della Versilia, proprio sopra S. Anna di Stazzema. Hanno un figlioletto di pochi mesi; portano anche lui sui monti a fare il partigiano. Quando i nazisti trucidano l'intero paese di Sant'Anna, loro sono su un monte alle sue spalle. Vedono il fumo che viene dal paese e respirano l'odore di corpi bruciati. Un odore come quello della pelle del pollo quando si spenna e si brucia un po' per liberarlo delle attaccature delle penne, dice Didala. Lei - racconta - quell'odore se lo sente ancora addosso, una puzza acre, macabra.

I partigiani, dopo l'eccidio del 12 agosto 1944, scendono per capire cosa è successo. Vedono S. Anna, le case di pietra con l'interno nero di fumo, i cadaveri, centinaia e centinaia di cadaveri ammucchiati sul sagrato della piccola chiesa. Ci sono i pochissimi superstiti che vanno sollevando i corpi per cercare i loro cari...C'è il cadavere di don Lazzari, il parroco con il quale hanno parlato appena qualche giorno prima, dopo un'altra spedizione dei nazisti in un paesino vicino a Sant'Anna. E' lí, il corpo del sacerdote, fulminato da una revolverata.

Pochi giorni dopo la strage, il marito di Didala, Ciro Bertini detto Chittó, disarmato e con due compagni disarmati come lui, scende la montagna per cercare informazioni, per capire come è nata quella orribile carneficina. Cade in una imboscata, viene fermato e trucidato.

Quella di Chittó è una storia come ce ne sono tante nella storia della Resistenza. Didala ha il pianto nella voce quando la racconta, è naturale. E certo, ci commuove anche se siamo tutti un po' stanchi di commuoverci ogni volta, vorremmo tutti passare oltre e dire basta, è Storia, non è successo ieri, basta piangere...

Chittó era un ragazzo di 24 anni di buona famiglia borghese, un ragazzo allegro e amava sua moglie, suo figlio, e voleva solo vivere in pace con loro, in un paese un pochino migliore di quella schifezza messa su dal fascismo.

Ma in questo libricino scucito e pieno di errori tipografici che Didala ha scritto, il vero protagonista non è né il fascismo, né la resistenza, né l'infamia della strage: è l'amore, il grande amore, unico e irripetibile.

Il corpo di Ciro resta senza vera sepoltura insieme a quello dei compagni, a mezza via tra le montagne e Viareggio. Didala riesce a tornare a casa, arriva l'autunno e cominciano le piogge... Scrive :"Quando pioveva stavo in mezzo alla strada perché avevo paura che la pioggia portasse via il corpo del mio Chittó".

 

Didala lo dice infinite volte e in modi infinitamente struggenti, quanto amava Chittó. Come fosse la sua vita, il suo respiro, la sua ragione di ogni cosa bella che c'era nel mondo. Ma nell'immagine di questa donna ferma sotto la furia del cielo su di una strada dove pensa che il corpo di suo marito potrebbe essere trasportato dall'acqua, c'è qualcosa di ancora piú potente dell'indignazione. La Storia è la Storia, Didala sotto la pioggia è mito, è archetipo, è potenza biologica e culturale dell'amore di una donna...

E' quell'amore che ci fa piangere. Quasi come Romeo e Giulietta di Shakespeare, Paolo e Francesca di Dante e tutte le grandissime storie d'amore nella storia delle donne e degli uomini. Questo amore è una donna a produrlo. Una donna poco piú che bambina ma cosí innamorata, cosí innamorata da averne ancora talmente tanto dentro di sé dopo decenni e decenni senza il suo Chittó, che quando prende la penna in mano, a 86 anni suonati, e si mette a scriverne, la piena del suo amore ci travolge. Sono state sempre le donne ad esprimere amori cosí enormi, anche quando a cantarlo erano Dante e Shakespeare. L'amore di Didala è un amore che è sesso, cibo, vestiti, risate, cappellini con la veletta indossati solo in casa, pericoli, orrore e gioia profonda di essere vivi l'uno per l'altra, l'altra per l'uno.

Didala è bella, cosí deve essere. Le foto ce la restituiscono fanciulla spensierata, occhi scuri, capelli ondulati, un corpo di donna come un altro, cioè un archetipo corpo di donna. E bello era Chittó, alto, forte, una faccia intelligente. Natura e evoluzione delle specie partecipano da sempre al banchetto dei sentimenti.

C'è la guerra, c'è l'8 settembre, Didala potrebbe starsene al riparo con il suo piccolo, e aspettare l'armistizio, aspettare la morte di Chittó ammantata della dignitá  di un simulacro di donna; con tutto il rispetto per tutte quelle donne che lo hanno fatto. Didala potrebbe morire di dolore quando perde Chittó, una Didone senza l'umiliazione ma altrettanto disperata e cieca.

Didala no, se va in montagna e vive l'orrore perché ama tutto ció che fa con il suo sposo bambino, ama anche l'orrore se è con lui. Che sia la fame, e la fatica, o la paura, il terrore, le privazioni, l'odore dei morti. Tutto ció lei lo ama perché ama Chittó e ne è riamata. E quando lo perde, quando i nazisti glielo ammazzano e c'è tutta questa vita ancora da vivere, Didala si iscrive al Pci e diventa lei Chittó, per non perderlo mai del tutto.

Didala oggi è ora una bella anziana signora. L'abbiamo vista a "Porta a Porta" rispondere agli storici pomposi: "Io dico solo quello che ho visto, che ho vissuto - ha spiegato a Galli della Loggia - "da noi in Versilia il sangue dei vinti non lo si è versato, altrove non so".

 

Didala scrive a Spike Lee. Lei era su quelle montagne coi partigiani e lo sa bene com'è andata. Non è mica arrabbiata con il regista, anzi, lo ringrazia per tutte le sue belle opere. Solo, gli dice, per raccontarci cosa hanno fatto ai neri nell'esercito americano durante la guerra, perché sei andato a inventarti quella bugia sul tradimento di uno dei miei compagni partigiani? Nessuno ha tradito su quelle montagne. Altrove non so. E' possibile. Ma a S. Anna non è successo.

Didala tratta Spike con rispetto e amore, quell'amore di cui è ancora colma.

Gli si rivolge con quella stima sincera che prova per lui, appena velata di indulgenza per la gioventú di Spike, per la sua estraneitá  alle ferite profonde della Resistenza.

Tu che racconti la storia della lotta per i diritti civili, gli scrive, e la racconti cosí bene da diventare cibo anche per noi, qui, in questo pezzetto lontano di mondo, con questo film ci hai disorientati. Molti di noi sono ancora vivi, scrive Didala. Ancora soffrono, amano, vivono, onorano la memoria dei loro morti.

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