News per Miccia corta

01 - 11 - 2008

Se un bambino vede i fascisti

 

(la Repubblica, sabato, 01 novembre 2008)

 


 


 


GUIDO CRAINZ




Sono storie vere e al tempo stesso simboliche quelle che popolano gli intensi racconti de Il rogo nel porto di Boris Pahor (Zandonai, pagg. 224, euro 18, a cura di Anna Raffetto). Evocano il dramma della popolazione slovena di Trieste durante il fascismo ma aiutano anche a comprendere nella sua pienezza una tragedia nazionale. Una tragedia italiana. "Sulla via Commerciale non era scesa la sera, l'incendio sopra i tetti sembrava venire dal sole che liquefacendosi sanguinava nel crepuscolo": nel racconto che dá  il titolo al libro è annunciata cosí la distruzione del Narodni dom, la Casa della cultura slovena. Siamo nel luglio del 1920, e l'avvio delle aggressioni squadristiche è narrato con lo sguardo di Pahor bambino. Un bambino che non riesce a capire perché i soldati stiano a guardare, senza fare nulla, le fiamme che divorano "quella casa cosí bella e grande". E che rivedrá  poi sempre nei suoi incubi notturni, questa e altre devastazioni: quell'"infierire degli uomini neri che gridavano eia, eia, eia alalá ".

Con gli occhi e la memoria dell'infanzia sono rivisitate sopraffazioni sempre piú diffuse e invasive, dall'incendio dei libri sino alla soppressione delle scuole slovene e all'obbligo di frequentare quelle italiane. Con bocciature inevitabili ed umiliazioni quotidiane. Piú in generale, con il mutare di un intero universo: "le fiabe, prima, erano molto diverse. Prima erano molto piú belle". Si legga la storia della piccola Julka, rea di aver pronunciato in classe qualche parola slovena e per questo investita dalla collera e dalla violenza di un maestro dell'epoca ("All'occhiello il distintivo con il fascio littorio"). Si legga, anche, l'evocazione dell'assassinio di Lojze Bratu', compositore e maestro di musica goriziano. Alla metá  degli anni trenta i fascisti lo costringono a bere una miscela di olio di ricino e di olio di macchina che lo porta lentamente alla morte: vogliono stroncare con una "punizione esemplare" l'uso dei canti religiosi sloveni e imporre i divieti del regime sin dentro le chiese.

La vicenda collettiva narrata da Pahor è resa straordinariamente viva dai colori e dagli umori di Trieste e dall'affollarsi di figure nitidamente sbozzate: Mizzi, la giovane sarta de Il rogo nel porto, il mondo infantile de Le fauci del leone di pietra e di altri racconti, il padre de Il naufragio, oppure l'istriano Tomaz de L'indirizzo sull'asse. Torna in mente spesso, leggendo queste pagine, quel che Giani Stuparich scriveva nella primavera del 1921: "E' lecito invadere le case, i campi, le chiese di questi slavi e imporre loro con le rivoltelle in pugno di non amare, di non pensare e di non pregare in slavo?".

L'incendio della Casa di cultura slovena e l'avvento del fascismo segnano in modo indelebile un vissuto e sono evocati da Pahor anche in Necropoli (Fazi, 2008), il libro che lo ha fatto conoscere di recente, con grandissimo ritardo, ad un piú ampio pubblico. Inizió con quelle fiamme, scrive, una soppressione di identitá  destinata a durare un quarto di secolo e a raggiungere nei campi di sterminio il suo limite estremo: sembró realizzarsi nei lager quella fine che avevamo sentito incombere sin dal primo dopoguerra. La nostra angoscia, aggiunge sempre in Necropoli, era stata espressa per tutti da Srecko Kosovel, morto giovanissimo nel 1926, che aveva letto nel dramma della sua gente la piú generale condizione europea. E sono i versi di Kosovel a scandire i diversi momenti evocati nei racconti de Il rogo del porto: la "grande guerra" e l'avvento del fascismo ("E a un tratto giunse/ come una nube nera"), il trauma dei lager, e poi lo spaesamento e il difficile ritorno alla vita nell'Europa - e nella Trieste - lacerata di quegli anni.

Al poeta sloveno del Carso Pahor aveva dedicato anni fa una penetrante biografia (Srecko Kosovel, Studio Tesi) e qui si chiede: se Seghers lo ha pubblicato nella collana dei Poètes d'aujourd'hui, perché non potrebbe varcare la soglia dei licei italiani? E perché, va aggiunto, non l'ha ancora varcata Boris Pahor, le cui opere erano giá  state, almeno in parte, tradotte? Come Necropoli, infatti, anche Il rogo del porto era disponibile da alcuni anni: lo aveva proposto in questo caso l'editore Nicolodi, che aveva pubblicato anche altri suoi libri (La villa sul lago e Il petalo giallo). Leggendo ora questi racconti ci rendiamo conto che non è stata (solo) insensibilitá  o disattenzione di critici letterari a impedire cosí a lungo una piú ampia conoscenza di Pahor. E' stata - molto di piú - una profonda, tenace e diffusa rimozione. Una rimozione nostra.

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