News per Miccia corta

01 - 11 - 2008

I borghesi cantavano ``il Piave`` ma al fronte si cantava ``Gorizia``

 

(Liberazione, sabato, 01 novembre 2008)

 


 

Cesare Bermani




Scriveva Marx nel libro primo del Capitale, a proposito di macchine e grande industria: "Un sistema articolato di macchine operatrici che ricevono il movimento da un meccanismo automatico centrale soltanto mediante il macchinario di trasmissione, costituisce la forma piú sviluppata della produzione a macchina. Quivi alla singola macchina subentra un mostro meccanico, che riempie del suo corpo intieri edifici di fabbriche, e la cui forza demoniaca, dapprima nascosta dal movimento quasi solennemente misurato delle sue membra gigantesche, esplode poi nella folle e febbrile danza turbinosa dei suoi innumerevoli organi di lavoro in senso proprio".

La guerra industrializzata, questa industria del macello umano specializzato, venne colta come un'estensione di questo sistema di macchine senza centro e periferia, che poneva in crisi qualsiasi lettura che muovesse dall'individuo e che dava la sensazione di partecipare a un evento non voluto dai suoi autori umani. Fu questa sensazione a influenzare massivamente la visione che i soldati ebbero di se stessi e della realtá  circostante.

Scriveva, per esempio, Rudolf Bilding: "Sbaglia chi paragona questa guerra a un'antica campagna in cui le volontá  degli avversari si fronteggiavano apertamente: in questa guerra entrambi gli avversari giacciono sul terreno e solo la guerra ha una propria volontá ".

La grande guerra fu di trincea e - scrive padreva Agostino Gemelli - "La vita di trincea, ad eccezione dei periodi di azione difensiva (i bombardamenti) ed offensiva (gli attacchi) è cosí monotona e scolorita che determina una specie di restringimento del campo della coscienza. L'uniforme paesaggio che si stende dinanzi alla trincea, limitato dalla visibilitá  delle feritoie o dai fori praticati nei muricciuoli delle ridottine e degli appostamenti, è tale da rendere ancora piú monotona la vita di trincea. Il cannone ha distrutto ogni germe di vegetazione; tra la propria trincea e quella nemica non vi è che un tratto di terreno sconvolto, piú o meno ampio, di lá  e di qua i reticolati, paletti contorti, qualche straccio che il vento agita goffamente.

E' un deserto. Non un movimento. Gli osservatori, le vedette, conoscono il terreno punto per punto, in ogni minuzia. Un ramo d'albero smosso, una palata di terra fresca, un sasso cambiato di posto sono avvertiti come gravi novitá . A quando a quando, nelle giornate di tregua, romba d'un tratto un colpo secco di fucile che desta, come per eco, altri colpi; a quando a quando il rabbioso chiacchierare delle mitragliatrici. Poi di nuovo silenzio di morte".

La guerra di trincea è anche l'invisibilita del nemico, rendendo la terra di nessuno e la prima linea un mondo ignoto, per cui al di lá  del reticolato tutto è perturbante. Inoltre quell'invisibilitá  esasperava l'importanza del senso acustico e sembrava rendere l'esperienza della guerra particolarmente soggettiva e impalpabile. L'udito era infatti diventato piú utile della vista per cogliere e individuare le fonti di pericolo.

Anche il rintanarsi del combattente fra e sotto la terra - una terra divenuta un labirinto di cunicoli, silenziosi, bui, in grado di fare perdere l'orientamento - veniva vissuta al contempo come rifugio e minaccia permanente, svolgendosi nel costante pericolo di cannoni e mortai che inducevano nei fanti una sorta di terrore totale.

E quel po' di eroismo che qualcuno poteva inizialmente avere avuto era stato seppellito da un lavoro monotono e continuo da scavafossi e dal susseguirsi dell'allestimento dei trinceramenti alle corvée e ai turni di guardia, effettuati da uomini spesso tormentati dalla fame e sempre da pulci, pidocchi e topi.

Infatti, come ebbe a dire quel grande disegnatore e grande interprete della Grande Guerra che fu Otto Dix, che pure era stato in precedenza accesamente interventista, «Pidocchi, ratti, filo spinato, pulci, granate, bombe, cunicoli, sotterranei, cadaveri, sangue, liquame, topi, gatti, artiglieria, sozzura, pallottole, mortai, fuoco, acciao: ecco cos'è la guerra. E' opera del diavolo".

C'era quindi molto ironia e rabbia nel cantare «Il general Cadorna / ha fatto un'avanzata. / Ha preso tutti i topi / che c'era in camerata».

Mentre l'inno per eccellenza di quel genere di guerra avrebbe potuto essere questo altro canto: "La vita del militare / non ci puó piú dolorare / patimenti e tribolazion / e l'onore è sensazion.// E' una vita da maledetto / che costretti l'abbiamo da far / che immaginar 'n si sa.// E dalle pulci siam mangiati /dai pidocchi tormentati/ ma 'i pigliamo a centinaia / ma 'i nella camicia e nella maglia / e ogni luogo nel capel / li schiacciamo col martel.// Come son grossi / han fino gli ossi /dal gran tormento tormento / e ben poco ci lascia dormir. // E fra topi e toponi / sono i nostri amiconi / anche certo il barbagian. / Con lor noi viviamo / e il rancio dividiamo.// E ció che provvede / vogliamo mangiare /mangiar non possiamo / perché troppa miseria c'è".

In una guerra di trincea, dove la libertá  d'azione era paralizzata dalla superioritá  della potenza di fuoco difensiva sulle truppe attaccanti e mitragliatrici e barriere di filo spinato rendevano pressoché inespugnabili le linee di difesa, gli Stati Maggiori si convinsero di potere forzare quella situazione aumentando il fuoco offensivo delle artiglierie, combinato con i gas e con l'offensiva di enormi masse umane. Ma di solito anche pochi fucilieri nemici sopravvissuti al tiro preparatorio d'artiglieria erano in grado di fare terminare gli attacchi sul filo spinato. E anche se l'avanzata avesse avuto successo "dietro ogni breccia praticata nel sistema difensivo in questa guerra di trincea potevano essere scavate e fortificate nuove linee, prima che la forza attaccante riuscisse a spostare in avanti la propria artiglieria su quel deserto di fango e rovine che essa stessa aveva creato".

Quei tentativi di forzare la situazione non fecero altro che provocare immani macelli e aumentarono drammaticamente il senso di distacco tra Stati Maggiori e loro truppe, dando vita a piú riprese a forme di ostilitá  reciproca. «Il general Cadorna / è il capo dei briganti./ Ordinava ai suoi soldati /dicendo sempre "Avanti!"// Bombe a man / e colpi di pugnal» recita una delle innumerevoli strofette che avevano per mira lo Stato maggiore italiano. E un'altra: «Sapete cos'ha fatto/ la nostra artiglieria?/ Ha massacrato tutta/ la povera fanteria// Bim bom bom / al rombo del cannon». Infatti anche la propria artiglieria era spesso per il fante il nemico piú temibile e l'alleato migliore di coloro contro cui si combatteva.

Lo spirito offensivo e aggressivo che avrebbe dovuto caratterizzare il soldato, in una guerra divenuta difensiva da entrambe le parti, che per di piú sembrava non potesse vedere la fine, lasciava inevitabilmente il posto ad atteggiamenti tesi a ridurre l'ostilitá  reciproca.

Si sapeva che ogni colpo di mortaio, raffica di mitragliatrice, scarica di fucileria avrebbe avuto una risposta. E quindi, a dispetto degli Stati Maggiori, si faceva di tutto per evitarle.

Cosí il cannoneggiamento del mattino si limitava a pochi colpi, e di solito indirizzati in certi punti delle trincee conosciuti da entrambe le parti e quindi sgomberati.

Dopo alcuni mesi di guerra, Era ormai consapevolezza diffusa tra i soldati di tutti gli eserciti belligeranti che essa era ormai priva di scopi ed aveva triturato qualsiasi precedente motivazione per combatterla.

Vi è una leggenda che puó considerarsi il prolungamento di questo stato d'animo:

"... in qualche punto tra le due opposte linee si trovava un gruppo della forza di un battaglione (alcuni dicevano di un reggimento) di disertori semi-impazziti provenienti da tutti gli eserciti, alleati e nemici, che vivevano sottoterra perfettamente in pace tra loro in trincee, rifugi e buche abbandonati, donde emergevano la notte per saccheggiare cadaveri e procurarsi cibo e bevande. Quell'orda di selvaggi visse sottoterra per anni e infine si fece cosí numerosa e rapace e irrecuperabile che fu necessario sterminarla. Osbert Sitwell conosceva bene questa storia, e dice che i disertori comprendevano francesi, italiani, tedeschi, austriaci, australiani, inglesi e canadesi. Quegli essere barbuti, barcollanti nelle loro uniformi lacere e rattoppate erano un mito creato dalle sofferenze dei feriti come conseguenza delle angosce, delle privazioni e dell'abbandono o esistevano davvero? E' difficile dirlo. In ogni caso, la storia riscuoteva largo seguito tra le truppe, che sostenevano che lo stato maggiore generale non riuscí a trovare il modo di liquidare questi banditi fino alla fine della guerra, e che infine dovettero liquidarli coi gas" (Paul Fussel).

Questa leggenda suggerisce forse piú di ogni altra un sentire comune a molti fanti di tutti i fronti: che il vero nemico di qualunque soldato è la guerra e non sono i soldati nemici.

La vita di trincea faceva poi sentire lontani non solo i propri Stati Maggiori ma anche la vita civile che si era lasciata alle spalle e, vedendo sempre meno le proprie azioni come parte di piani preordinati che avrebbero dovuto portare a precisi risultati, i fanti furono tra l'altro assillati almeno dal 1916 in poi dalla domanda: "Potrá  mai finire questa guerra?". Scrive in proposito ancora Paul Füssel: "Non era necessario essere un pazzo o un visionario particolarmente depresso per immaginare in tutta serietá  che la guerra non sarebbe mai finita e che sarebbe diventata la condizione permanente del genere umano. La situazione di stallo e il logoramento sarebbero continuati all'infinito, diventando, al pari del telefono e delle macchine a combustione interna, parte integrante dell'atmosfera ormai accettata dell'esperienza moderna".

E il maggiore Pilditch, considerando gli avvenimenti sulla Somme nell'agosto 1917, annota: «Entrambe le parti sono troppo forti perchè per ora si possa giungere a una conclusione. A questo ritmo chissá  quanto durerá  ancora, Nessuno di noi vedrá  mai la fine, e i bambini che vanno ancora a scuola saranno chiamati a succederci».

Questo stato d'animo era diffuso su tutti i fronti.

Si aggiunga che nella guerra di trincea proprio di fronte a te sta la trincea nemica, cioè «...la strana terra in cui non potevamo penetrare, il "giardino oltre il muro" dei nostri incubi» (S. Casson).

"Sentire" una presenza sconosciuta vicina senza poterla vedere apre la strada alla piú intensa proiezione della propria paura.

Scriveva Emilio Lussu: «E' da oltre un anno che io faccio la guerra un po' su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! በorribile! በper questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall'altra».

L'invisibilitá  del nemico e la necessitá  di autodifesa da ordini che appaiono e spesso sono insensati spinge i soldati di ogni fronte a rivolgere la propria ostilitá  verso ufficiali, stato maggiore, "patria". Da parte sua lo stato maggiore vede in questa ostilitá  una cospirazione e una volontá  di non combattere, rese responsabili dei propri errori di conduzione del conflitto.

Un macroscopico esempio di ció fu rappresentato dagli avvenimenti successivi alla rotta di Caporetto. Come mi ricordava il fante Giovanni Armandola, "dopo un po' ci han messo la fascia al braccio, "˜Brigata Foggia, traditori della Patria'; e dopo un po' ci han messo uno per uno, "˜qui bisogna andare al carreggio. Uno, due, tre... dieci, fuori; uno, due, tre... dieci, fuori' [...]: il dieci ha lasciato la pelle senza sapere il perché".

Ha scritto Mario Silvestri che nel periodo successivo a Caporetto "l'Italia tenne il fiato sospeso: ecco perché il nemico prevaleva! perché un pugno di rinnegati si erano prestati alla parte di Giuda; e frutto del tradimento era lo "˜sciopero militare'.

Al momento la spiegazione fu creduta, e con soddisfazione. Molto piú profondo scoramento avrebbe provocato la denuncia delle cause reali della rotta di Caporetto: incapacitá  di comandi, errori marchiani, disubbidienze , impreparazione professionale, mancanza di addestramento. Se le vere cause fossero state conosciute e pubblicizzate, poteva anche farsi strada l'idea che il disastro fosse irreparabile".

In soccorso della menzogna arrivó allora anche E.A.Mario, che con "La leggenda del Piave", scritta nel giugno e completata nel novembre 1918, cioè a guerra finita, sembró volere perpetuare la leggenda del tradimento a Caporetto, poiché la seconda strofa (poi soppressa) iniziava: «Ma in una notte trista/ si parló di tradimento,/ e il Piave udiva l'ira e lo sgomento. / Ah! Quanto gente ha vista/ venir giú, lasciare il tetto/ per l'onta consumata a Caporetto...».

Non meraviglia quindi che i soldati cantassero cosí: "Il Piave mormorava / calmo e placido al passaggio /puzzavano li piedi di formaggio.// L'esercito marciava/ per raggiunger la frontiera/ puzzavano li piedi di gruviera.// Muti restaron/ nella notte i fanti./Puzzavano li piedi a tutti quanti...".

Vera "invenzione di una tradizione", "La leggenda del Piave" finí per imporsi a furia di essere eseguita in celebrazioni ufficiali e riti collettivi.

Ma al fronte i soldati cantavano ben altro, strofe come queste: "Maledetto sia Cadorna/ prepotente come d'un cane/ vuol tenere la terra degli altri/ che i tedeschi sono i padron.// E vigliacchi di quei signori/ che la credevano una passeggiata/ quando sentirono la loro chiamata / corsero a Roma e s'imboscar.// E quei pochi che ci resteranno/ l'anno venturo verranno a casa/ e impugneran la loro spada/ contro i vigliacchi di quei padron// La Quadruplice malintesa/ che di pace non vuol sentire/ ma non sa cosa sia soffrire/ lá  sul Piave a guerreggiar.// Dal governo siam malnutriti/ dagli ufficiali siam maltrattati/ i quattro Stati si son riuniti/ per distruggere la gioventú»

Notava ancora Mario Silvestri: «La vita in trincea aveva favorito nella truppa in linea un fiorir di canzoni su tutti gli aspetti della sua esistenza grama e pericolosa. Dalle canzoni dei soldati le parole della retorica convenzionale erano regolarmente bandite: niente Patria, Italia, Trento, Trieste... Questi motivi riecheggiavano tanto piú intensamente quanto piú ci si allontanava dalla zona di combattimento; e il massimo di frequenza era raggiunto dagli avanspettacoli e nei "cafés-chantants" delle grandi cittá . Qui gran tripudio di bandiere, il tricolore era sprecato: ballerine nei tre colori, strisce tricolori, quinte e sfondi tricolori. E quanto piú lo spettatore si sentiva al sicuro, tanto piú si spellava le mani nell'applauso».

"La Leggenda del Piave" nasce e si afferma qui , non certo in zona di combattimento.

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