News per Miccia corta

25 - 10 - 2008

Storia di una generazione perduta negli anni di piombo

 

(la Repubblica, sabato, 25 ottobre 2008)

 

 


 


 

Il durissimo film di Uli Edel segue la vicenda dei terroristi dai cortei del '68 alla lotta armata. Nessun dubbio sui suicidi di Stammheim

 

NATALIA ASPESI




ROMA

«La storia si ripete prima come tragedia poi come moda». La cinica frase apre l'ancor piú cinico sito "The Prada-Meinhof Gang", simbolo una bomba a mano col rossetto al posto dell'innesco, inventato qualche anno fa da un Gruppo di Artiste Terroriste, che nulla avevano a che fare con la moda, molto invitate allora a grandi mostre collettive. Il sito c'è ancora, e in totale frivolezza smemorata, segnala quale marca di scarpe portano le signore alle manifestazioni no-global. ሠla deriva della grande scemenza mercantile che non vuole saperne delle tragedie irrisolte del passato, non per non affrontarne la veritá , ma perché il mondo è cambiato, non ha tempo per la storia, disconosce persino il presente che non sia virtuale.

Poi arrivano a questo stanco Festival, contemporaneamente, due film imperfetti eppure molto interessanti, a ricordare a chi aveva rimosso, a raccontare a chi non c'era se mai ne fosse curioso, cosa fu in Germania (ma in tutto il mondo e soprattutto in Italia) quel decennio feroce di omicidi, sequestri, scontri, attentati, rapine, bombe, incendi, in nome di un'illusione di libertá , di uguaglianza, di giustizia, per i lontani popoli oppressi: contro l'imperialismo (parola oggi del tutto desueta) americano e la guerra in Vietnam, contro i governi conniventi, al grido esotico di Ho-chi-Min, occupando universitá , facendosi massacrare dalla polizia e ammazzando decine di innocenti assieme a qualche uomo-simbolo.

Poche polemiche in patria per il film Ombre lunghe, anche se tra gli sceneggiatori c'è, pagato col finanziamento pubblico, l'ex terrorista della Raf Peter-Jurgen Boock, uscito di galera dopo 18 anni, mentre da noi è stato congelato La prima linea tratto dal libro dell'ex-terrorista Sergio Segio, forse perché per interpretarlo sarebbe stato scelto il troppo glamour Riccardo Scamarcio. Molto dolore tra i parenti delle tante vittime ha scatenato invece La banda Baader Meinhof che sta avendo un grande successo di pubblico se non di critica. Diretto da Uli Edel, tratto dal libro di Stefan Aust, che aveva lavorato con Ulrike Meinhof nella rivista politica Konkret di cui era direttore il marito di lei, racconta cronologicamente e in totale distanza, pare con accurata documentazione, quei dieci anni di terrore: dalla prima manifestazione di protesta a Berlino nel 1967 contro la visita dello Sciá , con il primo studente ammazzato e violentissime scene degli scontri ricostruite con grande sapienza, all'ultimo assassinio perpetrato dalla seconda generazione della Raf, nell'ottobre del '77, dell'industriale Schleyer sequestrato mesi prima.

Due ore e mezzo durissime, dall'iniziale curiositá  da parte del movimento studentesco e di una certa borghesia colta, che si spengono alle prime azioni terroristiche e alla scelta della clandestinitá . Ma si puó raccontare una storia ancora recente che pure pare cosí lontana, dimenticata, superata da altri terrorismi e da altre sconfitte, la storia di una generazione perduta, la lunga stagione di una giovinezza diventata assassina in nome della giustizia, restandone fuori, sforzandosi di documentarla senza partecipazione, senza azzardare quella cosa tanto diffusa e di moda che è il revisionismo?

Attori, regista, sceneggiatori ci riescono, anche rifiutandosi di mettere in dubbio la veritá  ufficiale, che per la morte, nella stessa notte dell'ottobre 1977, di Gudrun Ensslin, impiccata, di Baader e Raspe, sparati, ognuno nella sua cella del carcere di massima sicurezza di Stammheim, stabilí che si trattava di suicidio. Il rapimento di Schleyer con l'assassinio della sua scorta ricorda quello di Aldo Moro, il crollo di Ulrike Meinhof nei cinque anni di carcere inquieta, il ritrovamento dei cadaveri dei suicidi è raggelante; geniale la figura del capo della polizia (il magnifico, odioso Bruno Ganz) che capí le virtú del computer come arma antiterrorismo, interessante il modo in cui per primi i terroristi della Raf capirono l'importanza dei mezzi di comunicazione, inviando alle televisioni i filmati dei loro ostaggi.

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