News per Miccia corta

24 - 10 - 2008

Terroristi belli, folli e dannati nel film tedesco piú controverso


(Repubblica.it)

Regista e sceneggiatore ammettono: "E' vero, i capi della banda erano affascinanti
Per i giovani della nostra generazione sono stati delle vere e proprie icone"


di CLAUDIA MORGOGLIONE

 

<b>Terroristi belli, folli e dannati<br/>nel film tedesco piú controverso</b> 
Una scena del film


ROMA -
Due ore e 40 di ritmo mozzafiato, azione, sparatorie, deliri di onnipotenza, proteste studentesche, proclami politici piú o meno altisonanti. Col capo carismatico del terrorismo tedesco che sullo schermo appare come una sorta di Jim Morrison, bello, dannato e un po' folle. E con le sue compagne di lotta e di delitti affascinanti e altrettanto fuori di testa di lui, almeno nella fase finale della loro battaglia frontale contro lo Stato. Con queste caratteristiche, è chiaro che La Banda Baader Meinhof di Uli Edel, di scena oggi al Festival nella sezione Anteprima, abbia provocato in Germania - reduce, come l'Italia, da anni Settanta di piombo - reazioni contrastanti, polemiche feroci.

E anche qui a Roma la pellicola, accolta con un po' di freddezza alla proiezione per i giornalisti di questa mattina, accende il dibattito. Con un confronto serrato, in conferenza stampa, tra i cronisti (italiani e stranieri) presenti e i realizzatori del film. C'è chi, ad esempio, fa notare come i personaggi principali, e cioè i leader del gruppo terrorista "rosso" della Raf, siano decisamente glamour. Troppo icone della lotta alle ingiustizie, troppo eroi mediatici. E chi invece fa notare alcune omissioni: sullo schermo non si parla, ad esempio, dei legami tra la loro organizzazione e la Stasi, la famigerata polizia segreta della Ddr.

Ma loro - il regista Uli Edel, lo sceneggiatore e produttore Benrd Eichinger, lo scrittore Stefan Aust dal cui libro la pellicola è tratta - non ci stanno a finire sul banco degli accusati. E ribattono punto su punto. Cominciando col sottolineare l'aspetto che emerge con piú forza dall'opera: la personalitá  carismatica dei protagonisti di quella stagione, Andreas Baader (interpretato da Moritz Bleibtreu), Ulrike Meinhof (la Martina Gedeck delle "Vite degli altri"), Gudrun Esslin (Johanna Wokalek), e i loro piú stretti compagni. Eichinger, ad esempio, ammette che "per la nostra generazione, per chi era giovane negli anni Settanta, loro erano davvero delle icone". "Sí, erano cool - gli fa eco Aust - anche se poi sono diventati spaventosi".

Concetti ribaditi dal regista: "In quell'epoca, eravamo tutti consapevoli del fascino di quei personaggi: anche se poi, col passare del tempo e delle loro azioni, quel fascino si è tramutato in orrore. Ma non credo che chi vede il film possa indentificarsi in questi personaggi". Quanto alle omissioni sui legami tra Raf e Ddr, Edel spiega che "all'inizio l'unica cosa che i terroristi fecero fu passare per Berlino Est per raggiungere il campo di addestramento in Germania; fu solo dopo che quei rapporti diventarono piú organici. Non ne abbiamo parlato perché in quelle due ore e mezza ci interessava soprattutto raccontare quella stagione ai ragazzi di oggi, che non l'hanno vissuta. E con grande veritá  storica: abbiamo studiato tantissimo materiale, le cose si sono davvero svolte cosí".

E vediamo, allora, cosa accade in queste due ore e 40 dal grande ritmo, intensissime, per nulla noiose malgrado la lunghezza. Tutto comincia nel 1967, quando la nota giornalista di sinistra Ulrike Meinhof resta traumatizzata dall'uccisione di un manifestante, in una protesta contro lo Sciá  di Persia. Poco dopo, conosce Andreas Baader e la sua compagna Gudrun Esslin, reduci dall'incendio di un grande magazzino in funzione anti-guerra del Vietnam. Con loro, entra in clandestinitá  e fonda la Raf, firmando una serie di azioni terroristiche, sempre piú violente. Poi il gruppo viene arrestato, e processato: la Meihnof si suicida poco dopo, gli altri solo dopo aver constatato il fallimento del dirottamento di un aereo Lufhtansa fatto allo scopo di ottenere la loro liberazione.

Su questo il film prende posizione nettamente: si trattó di suicidi, e non di omicidi politici in carcere come molti hanno sostenuto. "Tutto fa pensare che si tolsero la vita - conferma Aust - c'è un 'pizzino' della Meinhof che lo spiega, e ci sono le testimonianze dei loro compagni pentiti, che raccontano anche di come le armi che usarono per ammazzarsi giunsero a loro, eludendo i controlli della prigione".

Resta il fatto che il film, al di lá  del successo di botteghino - un milione di spettatori solo nei primi dieci giorni di programmazione - in Germania ha provocato polemiche assai vivaci. Come del resto accade qui in Italia, quando un film tocca una ferita ancora non rimarginata come gli anni di piombo. "Il mio Paese su questo tema non ha ancora raggiunto la pacificazione - conclude Edel - il tema non è stato ancora pienamente affrontato. Ma quello che volevo trasmettere col film era ció che anch'io ho provato a fine anni Sessanta: l'euforia della protesta anti-Vietnam, quella scintilla di libertá  che ci fu per un momento. Prima che i terroristi mandassero tutto a rotoli".

LA SCHEDA DEL FILM
- LA GALLERIA FOTOGRAFICA
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