News per Miccia corta

22 - 10 - 2008

La primavera di Praga e i tormenti del PCI

 

(Liberazione, 22 ottobre 2008)

 

 

 

 

 

Stefano Bianchini

 




Molto si è scritto e si è detto negli anni passati, e ad ogni anniversario, sulle origini, i caratteri precipui, i limiti e le ragioni del fallimento e della repressione della Primavera cecoslovacca. Soprattutto nell'opinione pubblica è rimasta impressa in modo indelebile l'immagine tangibile della stroncatura politico-militare divulgata dalle fotografie dei carri armati sovietici a Praga, a Bratislava e nelle campagne cecoslovacche.

 

Quanto, tuttavia, la letteratura italiana coeva alla Primavera si è soffermata su quegli eventi? Quanto gli intellettuali e la politica italiani hanno colto, e riflesso, le passioni, le speranze e, se si vuole, le illusioni di quella fase che annunciava cambiamenti tumultuosi e inediti?

 

Il vivace e davvero interessante dibattito che si svolse alla Camera dei deputati il 29 e il 30 agosto 1968, sull'onda delle emozioni provocate dall'intervento militare del Patto di Varsavia, in che misura raccoglieva i sentimenti di simpatia e scetticismo che avevano accompagnato quell'esperienza, collocandoli nel quadro piú vasto delle trasformazioni che, trasversalmente, in tutta Europa stavano coinvolgendo i giovani e le Universitá , l'organizzazione economica e la vita sociale, la sovranitá  statale e la funzione dei blocchi, la memoria e la storia, nonché l'insieme delle relazioni Est-Ovest?

 

Un'analisi comparata fra gli atti parlamentari di agosto, la documentazione conservata negli archivi del Pci e nel Fondo Antonetti presso l'Universitá  di Bologna, nonché le informazioni e le riflessioni offerte ai propri lettori da alcuni periodici che hanno forgiato la cultura e il pensiero politico italiani (come Il Mulino , la Discussione , Critica Sociale , Mondo Operaio , Rinascita e Il Ponte ), fra il gennaio e l'agosto del 1968, offre uno spaccato vivace di un clima politico-culturale che potremmo definire davvero unico.

 

Da un lato, infatti, il dibattito alla Camera si era dipanato attorno a tre grandi temi, ossia la natura dei cambiamenti che avevano caratterizzato la Primavera cecoslovacca, il nodo della sicurezza e delle relazioni fra i due blocchi e il processo di integrazione europea. Dall'altro, i periodici da noi presi in esame si interrogarono quasi esclusivamente sui contenuti delle riforme che si prospettavano in Cecoslovacchia e sulla direzione che questi avrebbero potuto prendere, mentre nel Pci tale nodo cruciale si intrecció costantemente, ma soprattutto a partire dalla fine di aprile, con la preoccupazione crescente per la possibile reazione sovietica.

 

Il cuore delle discussioni in atto puó peraltro essere ricondotto alla possibilitá , o meno, di «riformare la rivoluzione».

 

L'intera stampa periodica da noi considerata finí con il concentrarsi proprio su questo aspetto, al punto di aver indotto Pier Luigi Contessi, sulle pagine de Il Mulino a definire gli eventi cecoslovacchi "uno sconcertante fenomeno".

 

E sconcertante lo era davvero, per il modo in cui si era prodotto, per il coinvolgimento attivo e pacifico, ma sempre piú incisivo, di diversi strati sociali, per le difficoltá  che si aprivano nel valutare il cambiamento in corso, tanto alla luce di un socialismo democratico, quanto in relazione al ruolo politico-culturale esercitato dall'Occidente e dell'esperienza democratica della Cecoslovacchia fra le due guerre mondiali.

 

In definitiva, tutti questi elementi erano giunti al pettine e imponevano una svolta giá  preannunciata dalle riforme economiche su prezzi e imprese che, dalle proposte di Liberman e Ota Sik agli adeguamenti legislativi jugoslavi e alla ristrutturazione romena, stavano ormai attraversando l'interno spazio socialista europeo.

 

Era evidente, quindi, che anche in Italia - dove operava un partito comunista con un forte seguito elettorale e con una visione programmatica che si richiamava alle "vie nazionali al socialismo" - lo "sconcertante fenomeno" attirasse l'attenzione di tutto l'arco parlamentare e, quindi, anche degli intellettuali politicamente piú attivi e sensibili. Nell'ambito del Pci, del resto, giá  il 18 gennaio Giuseppe Boffa segnalava, in un rapporto da Praga, quanto profonde fossero le divisioni che attraversavano non solo i vertici del Partito comunista (d'ora innanzi KSC), ma l'insieme della societá  cecoslovacca di fronte alla necessitá  di sostituire Novotny ai vertici del partito e del paese.

 

Nel frattempo, Rinascita aveva pubblicato diversi articoli di varia ampiezza che si erano presto soffermati sul nuovo protagonismo degli intellettuali, presentato come espressione di una «volontá  di rinnovamento del partito...e di costruzione del socialismo nel paese», a conferma del quale furono ricondotte sia l'elezione di Goldstücker a presidente dell'Unione degli scrittori, sia il rientro nell'Unione stessa di Milan Kundera e Jan Prochá¡zka. Le riforme economiche e il programma d'azione del Partito vennero descritti ai lettori successivamente e posti in relazione al discorso di Dubcek in occasione dell'anniversario del febbraio '48.

 

In marzo Bertone cominció ad offrire un quadro piú dinamico della situazione interna, soffermandosi sulle tensioni sempre piú evidenti fra conservatori e innovatori non piú, e non solo, nel Partito, quanto nella societá  nel suo insieme. Il moltiplicarsi delle riunioni pubbliche rispondeva alla necessitá  di avvertire il lettore dell'eventualitá  che gli eventi cecoslovacchi influissero sui paesi vicini. Su questo punto, in realtá , Bertone aveva informato riservatamente la Direzione, specificando meglio che non si trattava tanto di problemi relativi all'Urss, quanto di possibili ripercussioni nelle relazioni bilaterali fra Cecoslovacchia, Ddr e Polonia, a causa delle aperture manifestate da Praga verso la Repubblica federale di Germania. Nello stesso rapporto Bertone si era inoltre soffermato sulla riunione di gennaio del Comitato centrale (CC) del KSC per mettere in evidenza come lo scontro politico all'epoca avesse corso il rischio di una drammatica rottura a causa del tentativo, promosso da circoli vicini a Novotny, di far intervenire i militari. Si era, dunque, trattato di un conflitto tutto interno alla Cecoslovacchia e, una volta scoperta e bloccata, questa mossa aveva contribuito - cosí concludeva Bertone - a rafforzare gli innovatori, attribuendo loro una solida maggioranza.

 

Insomma, grazie alla rete di relazioni e di collegamenti interpartitici, il Pci possedeva un buon livello di conoscenze "interne" su quanto stava avvenendo a Praga e tuttavia non aveva ancora la percezione che una seria crisi all'interno del campo sovietico potesse prodursi. Questo spiega perché i cambiamenti prospettati in Cecoslovacchia continuassero ad attrarre la fiduciosa speranza dei comunisti italiani che la "riforma della rivoluzione" potesse procedere. E, in effetti, tutto lasciava presagire che si stesse muovendo in quella direzione.

 

Insomma, mentre il sostegno pubblico alla Primavera si mantenne inalterato per tutto il breve periodo della sua attivitá , non troviamo neppure segni di preoccupazione che il processo di "riforma della rivoluzione" potesse essere minacciato, almeno fino alla fine di aprile. La prima indicazione in questo senso - stando ai verbali della Direzione Pci in nostro possesso - potrebbe essere individuata in un breve commento di Luigi Longo del 29 aprile, quando, dopo aver annunciato il proprio viaggio a Praga, il segretario riferí dell'incontro consultivo fra partiti comunisti svoltosi a Budapest e in cui aveva registrato, da parte del KPSS, la tendenza a togliere spazio alle discussioni e "un'aria gelida" nei confronti del Pci stesso.

 

Durante quello stesso mese, del resto, un rapporto dell'Ambasciata d'Italia a Mosca rivela come le preoccupazioni per l'atteggiamento sovietico nei confronti di Dubcek e della sua politica fossero stati trasmessi al governo italiano dalla capitale sovietica allorché cominciarono a trapelare i contenuti reali dell'incontro di Dresda del 23 marzo. In quell'occasione i sovietici, appoggiati in particolare da Ulbricht, Gomulka, Ká¡dá¡r e Todorov, espressero le loro preoccupazioni per le ripercussioni che si sarebbero potute innescare in tutto il campo come conseguenza delle riforme cecoslovacche, specialmente in seguito alla liberalizzazione dei comportamenti di studenti e intellettuali. E pur tuttavia, l'anonimo estensore del documento italiano ritenne allora che - nonostante le pressioni - la forza di persuasione sovietica avesse perso di incisivitá  e che l'unica arma in mano di Mosca per fermare la Primavera consistesse nelle sanzioni economiche, data l'alta dipendenza dell'industria cecoslovacca dalle materie prime importate dall'Urss.

 

Dunque, in questo clima di incipiente preoccupazione Longo visitó Praga fra il 5 e il 7 maggio, dove espresse il sostegno del Pci alla Primavera e alla leadership cecoslovacca. I verbali dell'incontro fra Longo e Dubcek non lasciano dubbi in proposito: essi confermano che Longo fece esplicito riferimento all'interesse italiano per un "socialismo democratico aperto".

 

Pur tuttavia, se si va a rileggere il rapporto di Longo alla Direzione, al suo ritorno, il 10 maggio, si colgono nelle sue parole non solo il favore con cui guardava a quell'esperienza, ma anche lo sforzo di riflettere la prudenza dei leader cecoslovacchi, impegnati da una parte a mediare con Mosca e tranquillizzare gli alleati, nonché dall'altra a procedere "decisamente" sulla via del rinnovamento. Tenuto conto di questa controversa dinamica, Longo individuó allora la fragilitá  della Primavera negli aspri contrasti, sempre presenti, nel partito e che, a suo modo di vedere, ne indebolivano l'azione di rinnovamento. Alla fine, Longo si dimostró comunque fiducioso, convinto che non vi fosse spazio reale per la nascita di un partito di opposizione, nonostante alcune richieste in questo senso fossero emerse nel Paese.

 

Non seguí alcun dibattito, ma il rapporto rivela come l'idea del pluripartitismo, nella cultura politica dei comunisti italiani, fosse ancora ondivaga: pronta certamente ad essere sostenuta in Italia (e in Occidente), ma assai piú cauta per quel che riguardava i paesi socialisti: «Cosa vuol dire un partito di opposizione - si era domandato Longo -, ritorno al capitalismo?». Non si trattava solo di un timore per le reazioni sovietiche o di una sorta di persistente ambivalenza determinata dalla dipendenza culturale con l'ereditá  di Lenin: vi era, nell'insieme del gruppo dirigente comunista, ancora la convinzione che il pluralismo di una democrazia popolare potesse essere espresso da un policentrismo di istituzioni (partito, sindacato, organizzazioni giovanili, femminili e culturali ecc.) senza con questo tradursi in pluripartitismo.

 

In tale coacervo di contraddizioni risiedeva la difficoltá  del Pci di affrontare tutte le implicazioni insite nello "sconcertante fenomeno". Ció emerse in maniera sempre piú evidente nelle settimane seguenti, quando la pressione sovietica si fece sempre piú forte.

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