News per Miccia corta

21 - 10 - 2008

Foa, una vita per la sinistra

 

(la Repubblica, martedí, 21 ottobre 2008)

 

 

 

 

  

Sindacalista e politico è stato sempre aperto e impegnato nella costruzione del nuovo

 

Nato nel 1910, antifascista, conobbe il carcere per otto anni e partecipó poi alla Resistenza

 

Da ragazzo frequentó il Liceo D'Azeglio di Torino dove insegnava Augusto Monti

 

Venne arrestato per la delazione dello scrittore Pitigrilli, specialista in simili mansioni

 

 

NELLO AJELLO

 




L'Italia ha perduto uno dei protagonisti politici piú appassionati, uno dei testimoni piú vitali della sua democrazia. Tale era Vittorio Foa, morto ieri a novantotto anni. La sua è una biografia intensa, a tratti febbrile. Durante la dittatura fascista egli fece parte di quel nucleo compatto di oppositori, che a Torino, la sua cittá , operavano sotto le insegne di Giustizia e Libertá . All'opposizione si sarebbe poi svolta gran parte della sua esperienza politica. Vide la propria gioventú - dai venticinque ai trentatré anni - tagliata in due dal carcere, per poi partecipare alla Resistenza come dirigente del Partito d'Azione. Fino a ieri, la presenza di Foa ha animato in vari ruoli politici o sindacali, o nelle vesti di osservatore molto ascoltato, la vita civile del nostro Paese.

Ebreo, era esente da ogni settarismo confessionale. A proposito del dramma mediorientale, di cui con dolore percepiva la tragicitá , dava anche di recente giudizi lucidi, scevri da malanimo. Da ultimo, quando la sua esperienza di militante ha ceduto al bisogno della riflessione e dell'elaborazione culturale, dai suoi interventi dai suoi libri emergeva una laica saggezza.

Il quasi centenario che ieri si è congedato dalla vita venne a lungo giudicato, dai suoi amici e compagni piú antichi, un esempio di precocitá . Nato da una famiglia di buona borghesia, frequenta quel liceo D'Azeglio, dal quale proviene gran parte dell'élite democratica torinese, da Ginzburg a Mila, da Bobbio a Pavese. Vi insegnano grandi maestri, Augusto Monti, Umberto Cosmo, Zino Zini: maestri, oltre tutto, di antifascismo. Monti in specie continuerá  a mantenere i contatti con i ragazzi del D'Azeglio, fra i quali Foa, anche dopo gli anni del liceo.

Per suo conto, Foa è molto legato a Carlo Levi, il futuro pittore e scrittore, anche lui fervente antifascista. Intanto, non ancora quindicenne, egli si trasferisce per alcuni mesi a Parigi, dove lavora presso un'azienda commerciale. A ventun anni - luglio 1931 - si laurea in Giurisprudenza nella stessa sessione di laurea di Bobbio, con il quale compila talvolta, a quattro mani, dietro modesto compenso, qualche tesi di laurea per altri giovani torinesi. A ventitré anni entra nel movimento Giustizia e Libertá , ai cui Quaderni collabora con articoli apertamente critici sull'economia fascista e sul corporativismo; e ció finisce per esporlo ai sospetti del regime. Nei rapporti di polizia riguardanti un super-ricercato, Franco Antonicelli, compare spesso il nome del giovane Foa, come un amico in odore di «complicitá ». Nel maggio del ᯿½35, i sospetti si addensano. Foa viene arrestato, nel quadro di una retata che investe, a Torino, l'intero gruppo dirigente di Giustizia e Libertá . A fare la spia, in particolare ai suoi danni, è stato lo scrittore Pitigrilli (pseudonimo di Dino Segre), specialista in simili mansioni. Segue, nel febbraio 1936, la condanna di Foa a quindici anni di reclusione.

La cesura impressa alla sua vita dall'avventura carceraria non ne muta granché l'indole d'intellettuale riflessivo con una naturale inclinazione al sorriso. Lo dimostrano i messaggi che egli indirizza a casa dai vari istituti di pena che via via lo ospitano - le celle romane di Regina Coeli, il reclusorio di Civitavecchia, il carcere di Castelfranco Emilia -e che egli stesso raccoglierá  nel 1998 per Einaudi, sotto il titolo Lettere dalla giovinezza.

«Salute ed umore ottimi», si legge su quei fogli. La notizia vi ricorre insistente, anche quando s'intravedono nelle righe vari disagi fisici: dal raffreddore allergico al ben piú allarmante morbo di Basedow. E' il modo che il detenuto Foa usa per tranquillizzare i suoi cari. Ma questo understatement carcerario nasce anche da un'avversione: quella maturata in cella leggendo i memoriali dei detenuti del Risorgimento. In particolare Le mie prigioni di Silvio Pellico. «Adesso Pellico fa la lagna», cosí Foa sottolinea qualche frase di quel carbonaro ottocentesco sulla via della conversione religiosa. Trova incoerente e penosa l'immagine di patriota baciapile che Pellico trasmette di sé. E decide di regolarsi all'opposto.

Non sentirsi un derelitto. Meno che mai comunicare una simile sensazione all'esterno. Ecco le direttive preposte al comportamento di Foa e dei suoi compagni di cella. Ogni missiva da Regina Coeli è un inno all'amicizia. L'aver trascorso gran parte della gioventú in carcere accanto ad Ernesto Rossi e a Riccardo Bauer verrá  sempre da lui citato come una incancellabile fortuna. Rispetto a quei due, che erano stati fra i massimi esponenti di Giustizia e Libertá , lui, di quindici anni piú giovane, si sentiva un novizio. Lo abbagliava la loro leggenda di vecchi lupi di galera. Il senso dell'umorismo di Rossi e la pacatezza austera di Bauer gli sembravano una miscela preziosa, un antidoto alle malinconia della reclusione. Un altro compagno prigioniero, Massimo Mila, avrebbe raccontato in un saggio vivace pubblicato sul Ponte che a tenerli svegli, e perfino allegri, era una dose traboccante di autoironia. Usavano l'epiteto di «martire» per autocanzonarsi. «Martire Rossi, che tempo fa oggi?». «Martire Bauer, passami il sale». «Martire Foa, smettila di scrivere a casa».

Nessun giornale entrava nella prigione. Non vi era ammessa la radio. Ma le notizie «pesanti» foravano le mura. «Ho sentito dire che è scoppiata una guerra», si legge in una lettera di Foa ai suoi (17 settembre 1939). Quella riga risulta censurata, a riprova che i guardiani non tollerano l'ironia. Man mano che il conflitto mondiale rivela il suo volto piú atroce, le missive di Foa perdono l'effervescenza degli esordi: vi si coglie l'angoscia per i familiari, esposti alle insidie razziali. La guerra fascista va male, ma il recluso non sembra gioire in pieno dell'auspicato ritorno alla vita civile. Parla delle possibili «amarezze della libertá ».

Mezzo secolo piú tardi, Vittorio Foa mi avrebbe raccontato in un'intervista il momento del passaggio fra la detenzione e i compiti politici che lo aspettavano «fuori»: «Era l'agosto del "˜43 quando uscii dal carcere di Castelfranco Emilia. Provavo, dopo la lunga segregazione, un desiderio di silenzio e di solitudine. La sera stessa della liberazione, in un'osteria accanto alla prigione, stappammo alcune bottiglie fra amici. E mentre bevevamo vedemmo passare a ritmo di marcia una schiera di ragazzi armati: erano i giovani nazisti della divisione Hermann Goering. Appena una settimana dopo l'8 settembre mandai alla sede del Partito d'Azione un memoriale con una serie di proposte politiche».

E' un nuovo inizio, difficile come previsto. Il partito d'Azione si dissolve subito dopo la Liberazione. I suoi militanti si spargono nelle file agitate di una sinistra non piú relativamente coesa, com'era apparsa negli anni di vigilia. Uno spirito irrequieto come Foa, quasi vocato per destino a sentirsi in minoranza, rievocherá  la diaspora azionista nel 1947, in un saggio intitolato Carlo Levi, uomo politico. E' una radiografia di quella forza politica che fin dagli inizi lasciava presagire una sorte effimera. «Ci dividemmo allora», scriveva Foa, «fra chi credeva nella tecnica politica e chi riaffermava il valore della poesia e della veritá , e cademmo tutti insieme: i poeti (come Carlo Levi, Emilio Lussu, Guido Dorso e Ferruccio Parri) e i tecnici». Foa non specificava in quale delle due categorie si riconoscesse. Sta di fatto che tardava a trovare una collocazione soddisfacente nei ranghi di questo o di quel partito, o nelle file sindacali. Questo genere di peregrinazioni non appartiene soltanto a lui. Fra i sogni maturati nell'attesa e la realtá  del presente ᯿½ appesantito, fra l'altro, dallo stalinismo che incombe su una parte essenziale della sinistra ᯿½ un'intera generazione di spiriti liberi e laici stenta a trovare la sua strada.

A Vittorio Foa, nel lunghissimo dopoguerra che gli è toccato di vivere, non è mancato ció che a tanti politici fa difetto: proprio quel senso poetico di cui parlava a proposito degli «azionisti» suoi amici. Ha sempre saputo scrivere bene, con incisiva chiarezza. Da Il Cavallo e la Torre a Questo Novecento, da La Gerusalemme rimandata a Passaggi, dalla conversazione con suo figlio Renzo intitolata Del disordine e della libertá  al Dialogo che egli pubblicó nel 2003 avendo come interlocutore Carlo Ginzburg, i suoi libri compongono una lunga, dubbiosa recensione del secolo appena trascorso. Dubbiosa, soprattutto. Piena di domande, come ha notato una volta Cesare Garboli. Avara di risposte se non revocabili, a loro volta, in dubbio.

Ció che rendeva convincente il personaggio, fino a ieri, era proprio la sua capacitá  di sottrarsi al destino di Vecchio Grillo Parlante, diffusore di sentenze non controverse. Quando lo accusavano di aver rinunziato a certi estremismi della sua gioventú e maturitá , rispondeva: «Il mondo è cosí cambiato che sarei uno strano tipo se non fossi cambiato anch'io». E soprattutto proclamava, ancora una volta, il sacro dovere di non lamentarsi.

«Penso a questo secolo», cosí suonano alcune delle sue ultime parole. «Non finisce mai. Tutto si ripete a non finire. C'erano una volta delle belle ideologie e sono venute meno: come facciamo?». E si rispondeva: «Se invece di piangere come orfanelli criticassimo sul serio quelle che non erano ideologie ma semplici frivolezze, potremmo finalmente entrare nel futuro. E dare anche un senso al passato».

Che per un combattente è un modo molto leggero- poetico, appunto - di dettare la propria lapide.

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