News per Miccia corta

20 - 10 - 2008

Pio XII: «Con noi i tedeschi sono corretti». Un beato di troppo tra Vaticano e Israele

 

 

(Liberazione, domenica 19 ottobre 2008)

 

 

 

 

Fulvio Fania

 




Cittá  del Vaticano

 

Giornata di fuoco per l'anima di papa Pacelli. Escono nuovi documenti storici, si arroventano ancora le polemiche, Vaticano e Israele camminano sul filo delle dichiarazioni per evitare incidenti diplomatici. Scalpitano intanto i fans di Pio XII che lo vorrebbero subito beato mentre la strada della santitá  si fa sempre piú irta di ostacoli soprattutto nei rapporti con l'ebraismo. I sostenitori cominciano a guardare con sospetto perfino agli indugi di Ratzinger che ha lasciato passare anche il cinquantesimo anniversario della morte del predecessore senza sbloccare la causa di beatificazione. Certo, Benedetto XVI ha celebrato la ricorrenza con una messa solenne in San Pietro e ha dedicato a Pacelli una lunga omelia in cui ha citato tutto quanto poteva citare per dimostrare che quel pontefice si oppose al nazismo, oltre che al comunismo. E' giunto perfino ad elencare tra i meriti il suo contributo all'enciclica contro il neopaganesimo nazista di Pio XI, di cui Pacelli fu segretario di stato. Ha taciuto invece sul fatto che Pio XII rinunció ad emanare una seconda enciclica contro il regime hitleriano che era nei propositi del predecessore. Cionostante le attese dei piú solerti difensori di Pacelli sono andate deluse: il decreto sulle "virtú eroiche" del promesso beato è rimasto nel cassetto. E' bello e pronto da mesi ma privo dell'imprimatur papale.

 

Per quale ragione Benedetto XVI ha imposto un «tempo di riflessione», come ha ribadito ancora ieri il portavoce Federico Lombardi? E perché a "riflettere" dovrebbe essere, a quanto pare, non la Congregazione per i santi che si occupa di beati, ma la Segreteria di stato che cura le relazioni estere della Santa sede?

 

Il relatore della causa di beatificazione, padre Peter Gumpel, ha dichiarato che se Benedetto XVI non si è ancora recato in Israele è perché dal 2005 nel museo dell'Olocausto, lo Yad Vashem di Gerusalemme, la foto di Pacelli figura tra quelle di coloro che non contrastarono la deportazione degli ebrei. In una didascalia si denuncia infatti la «questione controversa» del suo atteggiamento nei confronti del nazismo. Le accese parole di Gumpel costringono la Santa sede a versare acqua sul fuoco. Il direttore della Sala stampa Federico Lombardi assicura che «per quanto rilevante» la targa dello Yad Vashem non è «determinante» come causa di un mancato viaggio. La visita resta anzi «nei desideri» di Benedetto XVI, pur non essendo «ancora programmata».

 

Il portavoce del ministero degli esteri israeliano, Yossi Levy, restituisce il favore affermando che il Papa resta per il suo Paese un «ospite gradito e amato». L'invito a visitare Israele c'è da tempo e spetta soltanto al pontefice decidere quando. Il governo israeliano non replica invece a Gumpel a proposito della contestata targa nel museo della Shoah e reagisce anzi in modo sprezzante: «Non commentiamo dichiarazioni di persone non autorizzate a parlare a nome del papa».

 

Dopo tutto, il nunzio apostolico aveva giá  chiesto alla direzione dello Yad Vashem di modificare la didascalia contro Pacelli e aveva strappato qualche promessa. Il Vaticano non sembra tuttavia intenzionato a farne ragione di pubblica contesa. Meglio tentare una soluzione fuori dai riflettori.

 

Ma intanto il caso resta. Pochi giorni fa il rabbino di Haifa, invitato speciale al Sinodo dei vescovi, ha confermato che ad opinione degli ebrei sarebbe proprio il caso che il Vaticano rinunciasse a beatificare Pacelli perchè in effetti quel pontefice rimase in silenzio di fronte alla Shoah. Si possono discutere le ragioni del suo comportamento - ha spiegato -, si puó anche riconoscere il suo impegno per salvare molti ebrei ma «il fatto resta». Le parole di rav Cohen, pronunciate con i giornalisti fuori dai palazzi vaticani, sono rimbalzate all'interno come un vento gelido, come fosse un ultimo avviso da parte ebraica e israeliana che mandava in fumo lo zelante lavorio apostolico per schierare dalla propria parte altre voci dell'ebraismo. Benedetto XVI ha ricevuto infatti con grandi onori la fondazione ebraica americana "Pave the way" che ha organizzato un simposio a favore di Pio XII.

 

Il postulatore della beatificazione di Pacelli, il gesuita Paolo Molinari, sostiene che Ratzinger spera proprio di ottenere da Israele e dal mondo ebraico un gesto distensivo. Ed è per questo che non affretta i tempi. La tesi vaticana è che la cosiddetta "leggenda nera" sul silenzio di Pio XII fu fomentata da parte comunista prima che dagli ebrei.

 

Ieri peró tutto il rumore è ricominciato dall'apparente quiete delle ricerche storiche d'archivio. E non si tratta dell'epoca della guerra fredda bensí di quella tremenda dell'occupazione tedesca di Roma. L'agenzia Ansa ha rilanciato alcune anticipazioni di un libro di Mario Cereghino e Giuseppe Casarrubea che rinnovano pesanti ombre sul comportamento di Pacelli. I due studiosi pubblicano due documenti reperiti negli archivi segreti del Dipartimento di Stato Usa e del Foreign Office britannico. Il primo è un rapporto dell'inviato speciale inglese in Vaticano D'Arcy Osborne, che in quel periodo ebbe frequenti contatti con la Segreteria di Stato pontificia e con lo stesso papa. Il diplomatico vi riferisce di un incontro con Pio XII avvenuto il 18 ottobre 1943. La data è cruciale perché quarantotto prima le SS rastrellarono il ghetto ebraico e 1024 persone furono poi deportate ad Auschiwtz e Birkenau. Impossibile che non fosse noto al papa e, d'altra parte, storici favorevoli a Pacelli hanno documentato alcuni interventi d'Oltretevere al riguardo tra cui quello, cauto fino al limite della compiacenza del cardinale Maglione, presso l'ambasciatore tedesco. Stando al rapporto inglese, il papa non fece peró cenno a quel terribile rastrellamento e parló piuttosto della fame che colpiva la cittá  di Roma sollecitando gli Alleati a fornire aiuti alimentari. Pio XII confermó inoltre «enfaticamente» che non avrebbe lasciato il Vaticano a meno di non essere rimosso con la forza». In quel periodo Hitler ipotizzó anche un trasferimento del pontefice in Germania. Eppure, nel colloquio con l'ambasciatore britannico, Pio XII aggiunse di non avere ragioni per lamentarsi del generale Von Stahel e della polizia tedesca «per quanto riguarda il rispetto della neutralitá » della Santa Sede. D'Arcy Osborne, secondo il suo stesso racconto, obiettó che la definizione di Roma cittá  aperta era «una farsa» e spiegó che i tedeschi «sistematicamente privano Roma di rifornimenti, arrestano ufficiali italiani, carabinieri, giovani e applicano metodi spietati di persecuzione degli ebrei». L'ambasciatore chiese quindi al Papa una pressione piú forte del Vaticano per salvaguardare la propria neutralitá  ma Pio XII ribadí che i tedeschi, fino ad allora e a questo proposito, si erano comportati «correttamente».

 

Padre Gumpel si è subito lanciato a confutare la data di quell'incontro che a suo avviso risalirebbe al 14 ottobre, dunque prima del rastrellamento degli ebrei. In questo modo la gelida politica di Pio XII che emerge dal racconto del diplomatico inglese verrebbe mitigata. Ma non capovolta.

 

I due ricercatori pubblicano un secondo rapporto del 13 dicembre 1943. Stavolta è una talpa dei servizi americani, Fritz Kolpe, a riferire un colloquio con l'ambasciatore tedesco Ernest von Weiszaecker: «Il papa si augura che i nazisti mantengano le posizioni sul fronte russo e spera che la pace arrivi il prima possibile. In caso contrario il comunismo sará  l'unico vincitore in grado di emergere dalla devastazione bellica». Il rapporto spiega inoltre che Pio XII voleva «dissuadere le potenze occidentali dal costringere la Germania ad una resa incodizionata».

 

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