News per Miccia corta

18 - 10 - 2008

«La mia ``Predappio`` chiede riflessioni e non pregiudizi»

 

(Liberazione, sabato, 18 ottobre 2008)

 


 



 

Parli di Predappio? Sei un fascista. Se sei un fascista, sei un amico di Alemanno. Se sei amico di Alemanno allora ecco perché ti hanno invitato al Festival di Roma.

Equazioni semantiche in libertá . Non cosí esplicite, ma pesantemente accennate proprio lí dove le parole dovrebbero avere piú senso che altrove, su un giornale, un quotidiano, anzi "il" quotidiano italiano: la Repubblica. E' quello che è successo con il documentario Predappio in Luce di Marco Bertozzi, ospite nei prossimi giorni del Festival del cinema di Roma, nella sezione Extra (in programmazione il 26, 27, 28 ottobre). Il titolo era stato annunciato dl curatore Mario Sesti durante la conferenza stampa di presentazione e, dal giorno dopo, i giornali si sono lanciati in una serie di illazioni costate notti insonni e non solo al suo autore. E' un difetto che abbiamo in molti, noi giornalisti, e su cui ci dovremmo domandare. Ovvero se sia legittimo, e fino a che punto, rispettare il dettato generale (di direttori ed editori) di «arrivare primi e fare scandalo». Comunque e a prescindere, anche senza verificare.

Predappio in Luce è un documentario raffinato e lungimirante sulla nascita di una cittá -simbolo e sul peso storico che ancora oggi grava sulle spalle di un'intera cittadinanza e della sua amministrazione (di sinistra). E' lí del resto che tre volte l'anno (nascita e morte di Mussolini e marcia su Roma) il fascismo non corre rischi di apologia, infesta l'intero paese, lo fa preda del suo delirio senza che polizia e carabinieri facciano nulla per impedirlo. L'ordine dovrebbe arrivare da Roma, ma la capitale se ne frega, lasciando ai locali il compito di gestire la patata bollente, senza peraltro dargliene gli strumenti.

Marco Bertozzi (nato a Bologna 45 anni fa, ma da sempre cittadino riminese) di formazione è architetto, dedicatosi poi con passione a una serie di documentari sugli immaginari urbani. Tra gli ultimi, Appunti romani commissionato dall'Archivio audiovisivo del movimento operaio nel 2004. Proprio intorno a quella data giunge a Bertozzi una sorta di appello dal comune di Predappio. La richiesta è tanto comprensibile nella teoria quanto complessa nella pratica: trasformare l'immagine da "cittá  del duce" del comune con un documentario, tentare di risanare la ferita ancora aperta del passato, permettere ai cittadini e ai loro amministratori di costruirsi finalmente un futuro.

Predappio in Luce è un bellissimo lavoro. Lo possiamo dire dopo averlo visto. Che affida alle scelte estetiche (in particolare all'uso del sonoro e del montaggio) il proprio "punto di vista". Del resto, chiarissimo.

 

Bertozzi, dopo la conferenza stampa di presentazione del Festival, lei è stato investito da uno tsunami di giudizi aprioristici. Non se lo aspettava?

Sinceramente, no. Sono rimasto di sasso rispetto proprio alla realtá  giornalistica, che evidentemente ha piú bisogno di motti che di idee. Io sono sinceramente una persona seria che da anni svolge un lavoro di tipo storico. Sto lavorando a questo titolo da quattro anni e credo alla possibilitá  per il cinema di essere luogo di riflessione. In questi stessi anni ho scritto un libro sulla storia del documentario italiano (Marsilio ed, ndr ), genere da noi ancora cosí poco sviluppato rispetto ad altre realtá  europee.

 

Torniamo un attimo alle origini di "Predappio in Luce" e al suo rapporto con le amministrazioni locali.

L'idea nasce qualche anno fa, mentre ero lí con Carlo Lizzani e Steve Della Casa per un progetto sul cinema fascista degli anni Trenta. Una manifestazione aperta ai cittadini che parteciparono con grande entusiasmo alle riflessioni e alle visioni che proponemmo in quell'occasione. Fu allora che mi contattarono gli amministratori del comune chiedendomi di aiutarli a spiegare, con un mio lavoro, quale sia il peso della memoria che si portano sulle spalle, e creata in buona parte proprio sui documentari del Luce che fecero da grancassa al mito di Mussolini e della sua famiglia.

 

Come ha deciso poi di procedere in un compito cosí complesso?

Intanto senza prendere in considerazione l'inserimento di una "voice over", cioè di un commento mio alle immagini. Sinceramente mi sembrava cacofonico, oltre che artisticamente non corrispondente ai miei gusti. Ho preferito commentare l'assurditá  delle situazioni, dei proclami, la vanagloria, le parole che fanno accapponare la pelle, con mezzi propriamente cinematografici, ovvero con il paesaggio sonoro, creato assieme a Giorgio Casadei, e con il montaggio di Francesco Guerra. Che dovevo fare? Gridare che il fascismo è stata una terribile dittatura? Lo devo dire con le mie parole? Ma io voglio fare cine-documentario e credo che tra etica ed estetica ci sia un passaggio ermeneutico....

 

Forse lei non fa i conti con la realtá  italiana, ideologicamente molto piú rigida che in altri luoghi e tendenzialmente poco incline al cambiamento, anche di prospettiva. Il suo lavoro è pieno di inni e braccia tese. Qualche fascista, alla fine, potrebbe trovarlo a tratti persino lusinghiero, senza cogliere quel vento gelido (nel sonoro) che attraversa l'intero filmato.

Mi sembra sinceramente assurdo. Quello che mostro è caricaturale, quando non apertamente eversivo. Come nel caso dei raduni di fronte al mausoleo di Mussolini. Tutti cantano "Faccetta nera", ma la cosa che fa realmente scandalo, e io la mostro, è che ci sia un prete a cantare in prima fila, mentre i carabinieri assistono senza muovere un dito. Sono loro che se ne infischiano dell'apologia di fascismo, non io. Se io faccio vedere una cosa, non vuol dire che sono identificato con quella cosa. E' cosí difficile da capire?

 

Poi, nemmeno troppo a latere, c'è il discorso che riguarda l'architettura fascista, soprattutto quella dell'inizio degli anni Trenta. E qui, anche gli storici - uno francese e uno inglese - che lei ha scelto come commentatori spiegano quale sia l'apporto anche innovativo del razionalismo nell'architettura di quel tempo.

Puó essere un discorso un po' ostico, ma per me importante come storico dell'architettura. Gli anni Trenta sono stati un periodo di grande discussione, in architettura, tra storicisti legati al passato e alla tradizione e razionalisti attenti ai movimenti internazionali. La stessa dicotomia esisteva anche nel cinema, in quegli stessi anni, tra spinte autarchiche e altre internazionaliste. Non sono il primo a sottolinearlo e sono cose che secondo me è ora di andare a vedere. Se ne occupó persino il Festival del cinema di Pesaro di Lino Micciché nei lontani anni Settanta, con una intera retrospettiva dedicata al cinema del Ventennio.

 

Evidentemente le ferite sono ancora aperte e sanguinanti...

Sí, ma sará  ora di cominciarle a curare, queste ferite. Ed è esattamente la richiesta che arriva dagli amministratori di Predappio, costretti a fare da soli i conti con una storia troppo pesante. Ripeto: mi indigna pensare che qualcuno possa assimilare il mio percorso con quello di persone molto distanti da me. Il fascismo è stato una terribile dittatura, e senza distinzioni tra un "prima" e un "dopo". Ma questo non mi impedisce di fare delle riflessioni e di proporle agli altri tramite il mio lavoro.

I libri sono acquistabili in libreria o presso i rispettivi editori