News per Miccia corta

15 - 10 - 2008

Perché il femminismo non ``sfonda``?

 

(Liberazione, 15 ottobre 2008)




Lea Melandri



Se √® vero che la pacifica "rivoluzione femminista" √® l'unica sopravissuta alla fine degli anni Settanta, l'unica che abbia avuto continuit√°¬† in una vasta proliferazione di gruppi, associazioni, centri culturali e politici, √® anche vero che √® la pi√ļ silenziosa, oscillante tra brevi comparse e altrettanto rapide sparizioni. Il pensiero e l'azione politica del movimento delle donne sembra aver perso estensione e radicalit√°¬† proprio quando √® il contesto storico in cui viviamo a richiederla.
Un antidoto al populismo, al trionfo dell'antipolitica, al risveglio del fondamentalismo religioso, potrebbero essere proprio quella "ňúpolitica della vita' che discende dalle pratiche e dai saperi degli anni Settanta.
La domanda che viene da porsi allora √® questa: perch√© il femminismo non √® riuscito a generalizzare la sua cultura, che riguarda uomini e donne, sfera pubblica e sfera privata? Che difficolt√°¬† abbiamo incontrato e incontriamo per sentirci oggi cos√≠ "ňúpovere' pur possedendo un sapere prezioso, uno sguardo sul mondo indispensabile per capire i rivolgimenti in atto nel presente?
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Faccio un passo indietro e parto da una osservazione elementare: la donna, esclusa dalle responsabilit√°¬† della vita pubblica, dallo statuto stesso di "umano", identificata col corpo, la natura, la funzione sessuale e riproduttiva, √® stata da sempre "oggetto" del sapere. Sono stati i saperi, oltre che i poteri, della comunit√°¬† storica degli uomini a definire che cosa √® "femminile", a esercitare, pi√ļ o meno direttamente, sui corpi, sulla vita psichica e intellettuale delle donne, controllo, imperio, sfruttamento, violenza o, al contrario, esaltazione immaginaria. Attraverso i saperi passa la violenza manifesta di un dominio, ma anche e soprattutto quella violenza pi√ļ insidiosa, perch√© invisibile, che √® l'interiorizzazione di un'immagine di s√© dettata da altri: un modo di pensarsi, di sentire, di essere, che fa propria la lingua e la visione del mondo dell'altro. Quando esclude le donne dal "contratto sociale", quando descrive l'educazione della femmina, destinata a vivere ¬ęin funzione degli uomini¬Ľ, ¬ępiacere e rendersi utile a loro¬Ľ, Rousseau, il padre della democrazia moderna, sa di poter contare sul sentire comune delle donne, un sentire fatto di adattamenti, resistenze, ma anche strategie di sopravvivenza - come il potere che viene dal rendersi indispensabili all'altro, l'uso sapiente di potenti attrattive, come la maternit√°¬† e la seduzione.
Uscire da questa pesante eredit√°¬† storica ha comportato, per le donne, un doppio "scarto": smascherare la falsa neutralit√°¬† dei saperi creati dal sesso maschile, ma anche sradicare quella che Sibilla Aleramo, gi√°¬† all'inizio del "ňú900, chiamava ¬ęuna rappresentazione del mondo aprioristicamente ammessa e poi compresa per virt√ļ di analisi¬Ľ. L'analisi che Aleramo affronter√°¬† in solitudine, attraverso un processo continuo di "svelamento" e costruzione dell'¬ęautonomia dell'essere femminile¬Ľ, √® diventata poi nel femminismo degli anni Settanta la "pratica dell'autocoscienza": un modo di procedere originalissimo, che tiene insieme scavo in profondit√°¬†, modificazione di equilibri psichici profondi ("presa di coscienza"), e costruzione di s√© come individualit√°¬† che si pone per la prima volta nella sua interezza: corpo pensante, o pensiero incarnato, sessuato.
Quello che avviene negli anni Settanta, dunque, non √® solo l'ingresso massiccio delle donne nella vita pubblica - lavoro extradomestico, istruzione, urbanizzazione, impegno politico, ecc. -, e neppure solo la nascita di una soggettivit√°¬† femminile singolare e plurale . E' una rivoluzione (pacifica) che va alle radici dell'umano, riportando alla storia quanto di umano √® stato "naturalizzato", sottratto perci√≥ a possibili cambiamenti, una ridefinizione del confine tra privato e pubblico, che sovverte l'atto fondativo stesso della politica, che interroga tutte le costruzioni storiche della civilt√°¬† dell'uomo a partire dal pensiero che le sorregge: un pensiero che si √® strappato dalle sue radici biologiche e che su questa scissione originaria ha costruito tutte le dualit√°¬† che conosciamo. Prima fra tutte, quella tra i ruoli del maschio e della femmina. Quella che si profila, attraverso una inedita coscienza e parola femminile, √® un'idea diversa di cultura, di storia, di democrazia, di libert√°¬†, di politica. Non si tratta di un "sapere" che si aggiunge ad altri, un'iniezione vitale di conoscenza, che va ad integrare, o ¬ęfecondare la sterile civilt√°¬† dell'uomo¬Ľ - secondo l'idea di complementariet√°¬† che ha accompagnato l'emancipazione di inizio Novecento -, ma di un processo formativo e cognitivo che ha osato addentrarsi nelle ¬ęacque insondate delle persona¬Ľ , in una ¬ęmateria segreta, imparentata con l'inconscio¬Ľ, e che da l√≠, da quelle ¬ęlande deserte¬Ľ, da quella "preistoria" pietrificata, ha cominciato a guardare con occhi diversi la storia, a sovvertire l'ordine esistente.
¬ęChe cosa avverr√°¬† delle istituzioni quando si accorgeranno di essere funzionalizzate a un sesso solo?¬Ľ (Rossana Rossanda, Le altre , Feltrinelli 1979).
E' con questa domanda che il femminismo tentó allora di costruire un proprio "lessico politico", ridefinendo parole giá  in uso - democrazia, uguaglianza, libertá , organizzazione, ecc. -, e introducendone delle nuove, frammenti di una teorizzazione che aveva come punto di partenza e di analisi il "sé", rivisitato attraverso la pratica dell'autocoscienza ( Lessico politico delle donne , a cura di Manuela Fraire e Biancamaria Frabotta, 1978, ristampato da Fondazione Badaracco-Franco Angeli 2002).
La cultura femminista degli anni Settanta rappresenta un eccezionale equilibrio tra un sapere inteso come processo formativo - aderenza alla memoria del corpo, all'immaginario sessuale, all'esperienza particolare di ognuna -, e, al medesimo tempo, come tensione trasformativa del mondo, quale si espresse allora nelle battaglie per il divorzio, l'aborto, il diritto di famiglia, la violenza sessuale. Si potrebbe anche dire che mobilitazioni per i diritti e pratiche di liberazione erano tra loro intersecati: non si voleva che restassero "un pezzo di riforma" isolata dalla messa in discussione della sessualitá  e dalla cultura dominante maschile. Quello che si stava abbozzando era un sapere che, partendo dalla costruzione di sé, si andava a collocare, con una forte conflittualitá , sul confine tra sfera pubblica e privata, che si richiamava al corpo, alla sessualitá , alla salute fisica e psichica, consapevole dei segni che la civiltá  dell'uomo vi ha lasciato sopra. Era una sfida che le istituzioni non potevano reggere, e che perció hanno ostacolato e in alcuni casi osteggiato.
Era, come cap√≠ lucidamente Rossana Rossanda, ¬ęuna critica vera, e perci√≥ unilaterale, antagonista, negatrice della cultura altra. Non la completa ma la mette in causa¬Ľ.
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Le difficoltá  che il sapere prodotto in quel decennio incontra nel riattraversare le costruzioni storiche, nascono dunque dalla radicalitá  dell'assunto iniziale: un soggetto politico imprevisto e anomalo, quale era la soggettivitá  femminile, collettiva e insieme rispettosa della singolaritá , una "presa di parola" che denunciava, non svantaggi o discriminazioni sociali, ma una "espropriazione di esistenza", a partire dal destino toccato alla sessualitá  femminile, identificata con la procreazione e quindi cancellata come tale - da cui il ruolo "naturale" di madre, la dedizione all'uomo, il sacrificio di sé. Era una affermazione di "libertá " che si poneva peró come lento processo di "liberazione" dalle tante "illibertá " interiorizzate: nel vissuto amoroso, nelle relazioni famigliari, nei rapporti di lavoro, nella malattia, nella follia, nell'assuefazione alla violenza quotidiana.
Con l'autocoscienza, il processo conoscitivo si spostava in prossimitá  del corpo, della memoria che vi si è depositata sopra. Alle generalizzazioni della politica, opponeva il "partire da sé".
¬ęIl blocco - scrisse Carla Lonzi - va forzato una per una, passaggio necessario per la nascita della propria individualit√°¬†¬Ľ.
Ma questo processo, che interessa la singola, aveva bisogno di un ¬ęaccostamento di vissuti di ognuna¬Ľ, della presenza fisica delle altre, del separatismo, cio√® di relazioni tra donne fuori dallo sguardo maschile. ¬ęIl sapere sull'autocoscienza non pu√≥ sostituire la formazione che avviene praticandola¬Ľ (M.Fraire). La soggettivit√°¬† femminile nasce in questa particolare relazione tra simili e, in questo senso, l'autocoscienza non √® la pratica di una fase storica, non √® "a termine", come si legge nella ricostruzione che la Libreria delle donne di Milano ha fatto di quegli anni ( Non credere di avere dei diritti , Rosenberg & Sellier, 1987). Insieme al suo portato teorico, √® la forma che ha preso il discorso femminile sul corpo, sulla sessualit√°¬† e che non poteva non fare i conti con la psicanalisi. La sua durata va messa in relazione col fatto che la sessualit√°¬† non appartiene a questa o a quell'epoca in particolare, non √® solo una componente della vita personale, ma una struttura portante della societ√°¬† in tutti i suoi aspetti. Sono d'accordo perci√≥ con Manuela Fraire quando scrive che √® stato ¬ęuno strumento abbandonato precocemente¬Ľ, e che i suoi frutti maturi sono stati in parte raccolti da certe scritture che ne conservano traccia. Il riferimento √®, in particolare, al gruppo milanese "sessualit√°¬† e scrittura" ( A zig zag , numero speciale, 1978), alle scritture di esperienza dei corsi delle donne (Associazione per una Libera Universit√°¬† di Milano), alla rivista "Lapis. Percorsi della riflessione femminile" (1987-1997).
Difficoltá  e ostacoli cominciano a nascere quando il femminismo si estende fuori dai piccoli gruppi di autocoscienza, dai collettivi cittadini, e a entrare negli ambiti istituzionali della cultura e della politica, quando "dal movimento femminista" si passa al "femminismo diffuso". Se l'allargamento era augurabile, evidenti furono anche da subito i rischi che comportava:
¬ęUn'operazione massiccia di esproprio e ridefinizione del patrimonio prodotto dalle donne, da parte di ambiti istituzionali della politica e della cultura¬Ľ (Marina Zancan).
Al convegno di Modena sugli "Studi femministi in Italia" (1987), si profilano due orientamenti: uno che vuole tutelare ¬ęspazi di autonomia e di autogestione, all'interno dell'universit√°¬†, attivare momento di autoriflessione sulla presenza in quel luogo, definire diversi paradigmi scientifici¬Ľ, ¬ędecostruire le discipline con pezzi di sapere esterni ad esse¬Ľ; in altre parole, mantenere un ¬ępendolarismo tra dentro e fuori l'Universit√°¬†¬Ľ (Raffaella Lamberti). L'altro, proposto da Luisa Muraro, mira invece a fondare un soggetto forte, una ¬ętradizione¬Ľ di donne, che come tale ha bisogno di una ¬ęautorit√°¬†¬Ľ e di un ¬ęlinguaggio¬Ľ, di un ¬ęordine simbolico¬Ľ su cui fondarsi. Nella costruzione identitaria di una ¬ędifferenza femminile¬Ľ con cui affrontare la vita pubblica, sparisce l'attenzione al corpo, al s√©, al vissuto personale, e anche il sapere che ne discende porta i segni di una posizione essenzialistica, rassicurante e destinata ad avere molto seguito, proprio perch√© sembra portare fuori dalla lentezza e dalle secche delle pratiche di "liberazione".
Rispetto a queste due posizioni, la rivista "Lapis" ha rappresentato un percorso a parte, critico rispetto al "pensiero della differenza", ma anche rispetto al proliferare di "studi di genere" in ambiti accademici. L'intento che muove la redazione √® quella di dare continuit√°¬† e sviluppo alla pratica con cui era nato il femminismo: ricerca di "nessi" tra politica e vita, tra il sapere di s√© e i ¬ęcento ordini del discorso¬Ľ di cui pure siamo imbevute; un'autocoscienza capace di interrogare saperi e poteri della vita pubblica; una ¬ęgeografia, non una genealogia¬Ľ, un sapere che non teme di addentrarsi in ¬ępaesaggi inquinati¬Ľ, di scandagliare il rapporto uomo-donna in tutta la sua complessit√°¬† e contraddittoriet√°¬†.
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Ma torniamo all'oggi, alla domanda su come possa contribuire il sapere delle donne alla costruzione di una "democrazia di genere". Io penso che la cultura prodotta dal femminismo - quella che ha mantenuto un'attenzione al corpo, alla storia personale, al rapporto tra individuo e societ√°¬† - abbia oggi una parte importantissima, non tanto nel dare risposte quanto nel porre interrogativi al contesto in cui viviamo, in modo meno semplicistico di quanto non si faccia di solito, quando si liquida tutto come "barbarie", "irrazionalit√°¬†", "regressione". Il femminismo, se resiste alla tentazione di restringersi a "questione femminile" - uscita dalla marginalit√°¬†, riequilibrio della rappresentanza, politiche sociali e famigliari, ecc. -, ha molto da dire, non solo su questioni specifiche, come la procreazione medicalmente assistita, i consultori, la violenza maschile contro le donne, ma su fenomeni che investono tutta la societ√°¬†: la crisi dei partiti, il trionfo dell'antipolitica, il populismo, le politiche sicuritarie, la xenofobia, la crisi della famiglia, le battaglie per i diritti civili, le biotecnologie. Questo comporta, da un lato, recuperare la radicalit√°¬† dello sguardo, del punto di vista che ha caratterizzato il femminismo ai suoi inizi - quello che ha visto nel rapporto tra i sessi l'impianto originario di ogni dualismo -, dall'altro prendere atto che le problematiche del corpo, e tutto ci√≥ che √® stato considerato "non politico", sono oggi al centro della vita pubblica, sia pure sotto etichette che ne occultano il significato politico - ad esempio "questioni eticamente sensibili", "problemi di coscienza". Purtroppo lo sono in modo molto diverso da come ce lo prospettavamo. Sono temi che rimandano a vissuti, esperienze umane tra le pi√ļ significative, ma che non riusciamo quasi pi√ļ, non solo a "raccontare", ma a "vivere" come tali, tanto sono intersecate, confuse coi poteri e i linguaggi della sfera pubblica.
Noi volevamo trovare "nessi" tra poli apparentemente opposti, oggi ci troviamo di fronte a un amalgama , in cui privato e pubblico, casa e citt√°¬†, azienda e Stato, sembrano divorarsi a vicenda. Sotto questo profilo si pu√≥ leggere anche il protagonismo femminile: un esempio inequivocabile √® Sarah Palin, un ibrido perfetto di tratti virili e femminili tradizionali. Sempre pi√ļ spesso √® il discorso pubblico a prevalere: non parliamo pi√ļ di maternit√°¬† e di aborto, ma di Legge 40 o Legge 194. Altre volte invece sono la vita e le relazioni personali e prevalere: √® il quotidiano, la casalinghit√°¬†, ad assorbire e stemprare dentro il "senso comune" le istituzioni della sfera pubblica.
Per tentare di sciogliere questo agglutinamento pericoloso, di cui si alimenta il populismo, bisogna tornare a interrogare l'esperienza, sapendo che oggi non √® pi√ļ pensabile al di fuori dei vincoli che la imparentano con saperi e poteri istituzionali. Per riappropiarsene occorre un sapere di s√© capace perci√≥ di confrontarsi con tutti i saperi specialistici elaborati dalle donne, i quali, a loro volta, devono lasciarsi contaminare, modificare, da quei ¬ębarlumi di sapere che vengono dalla lenta modificazione di s√©¬Ľ ( A zig zag , 1978). Bisogna, in altre parole, imparare quello che Laura Kreyder, redattrice della rivista "Lapis", chiama ¬ęun salvifico bilinguismo¬Ľ: ¬ęil ragionare con la memoria profonda di s√©, la lingua intima dell'infanzia e, contemporaneamente, con le parole di fuori, i linguaggi della vita sociale, del lavoro, delle istituzioni¬Ľ ( Lapis. Sezione aurea di una rivista , Manifestolibri 1998)
Ma si tratta anche di saper affrontare la conflittualitá  che questo sapere inedito apre in tutti i luoghi in cui le donne sono presenti.

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