News per Miccia corta

09 - 10 - 2008

Silvia Rosselli. «Nulla dura per sempre Rimangono i ricordi»

 

(Liberazione, giovedí, 09 ottobre 2008)

 

 


 

 

 

 

Paola Pittei




Non c'è dubbio, Silvia Rosselli ha attraversato tutte le tragedie del '900, l'assassinio del padre e dello zio, le persecuzioni fasciste, la fuga e l'esilio oltre ai drammi personali e familiari. Tragedie che ha affrontato con una dolcezza e una serenitá  inaspettate, prima come donna e poi come scrittrice. Primogenita di Nello, nipote di Carlo Rosselli, nel suo libro Gli otto venti , Sellerio editore, ha ripercorso il suo lessico familiare senza trascurare ombre, cedimenti, fragilitá , anzi regalando ai lettori lo spaccato umano di una grande famiglia ebrea. Ed è proprio la famiglia la vera protagonista di «questa memoria ancora incandescente», mentre il massacro dei fratelli Rosselli resta sullo sfondo ineludibile della vita di tutti.

«Dopo la morte di mia madre mi sono accorta che non c'era piú nessuno a cui fare domande sul passato. Allora ho preso la decisione di scrivere quello che ricordavo per le mie figlie e i miei nipoti». Sentiamo allora che cosa ricorda Silvia di suo padre e di suo zio, i fratelli Rosselli, intellettuali democratici assassinati in Francia dal regime fascista nel 1937.

«Dello zio Carlo posso dire di non ricordare quasi niente - ci dice subito -. In fondo l'ho visto solo una volta, nel 1934 a Juan les Pins dove mio padre e mia madre mi portarono quando decisero di andare a trovarlo, di nascosto, in Francia. Non avrei potuto vederlo prima: fuggito dal confino di Lipari nel 1929, si era rifugiato a Parigi dove aveva continuato la sua attivitá  politica, fondando "Giustizia e Libertá ". Poi era partito per la Spagna a fianco delle brigate internazionali contro la dittatura di Franco. Questa sua fuga fra l'altro era costata a mio padre Nello il suo secondo confino a Ustica perché la polizia politica era convinta che lo avesse aiutato ad arrivare in Francia, mentre Carlo era stato ben attento a non coinvolgere il fratello nei preparativi di evasione». Di quei pochi giorni felici a Juan les Pins, vissuti in sordina per non dare troppo nell'occhio, Silvia ricorda la sua famiglia finalmente riunita e soprattutto i giochi sulla spiaggia con il cugino John/Mirtillino, primogenito di Carlo, di cui confessa di essersi fin da allora «perdutamente innamorata». Bellissime le foto contenute nel libro, soprattutto quelle storiche degli anni Trenta con i fratelli Rosselli.

«Di mio padre invece ricordo molte cose: il suo atteggiamento sempre sereno e scherzoso, sia con noi sia con i nostri cuginetti che lo adoravano; ogni tanto arrivava a Parigi pieno di regali per loro. Anche nelle situazioni peggiori, persino in carcere, trovava sempre qualcosa di bello e interessante. Lo ricordo bene in quell'estate del '35 quando il babbo e la mamma ci portarono a Dobbiaco insieme ai cugini piú piccoli Andrea e Melina (cosí chiamavano in famiglia la figlia di Carlo, Amelia Rosselli, che diventerá  una delle voci piú originali e profonde della poesia del '900, per non confonderla con la nonna Amelia ndr ). In quell'occasione compró scarponcini da montagna per tutti e ci portó a fare lunghe escursioni in montagna. Ci faceva morire dalle risate, come quelle volta che mise sotto il piatto di un ospite una pompetta comandata da un tubicino nascosto sotto la tovaglia che fece muovere all'improvviso piatto e stoviglie. Era un padre affettuoso e presente. Si è occupato di politica perché a quell'epoca non potevi fare a meno di farlo, ma si sarebbe dedicato volentieri ad altro». In realtá  Nello, a differenza di Carlo piú attivo politicamente, era uno studioso, uno storico specialista del Risorgimento su cui aveva giá  scritto due libri.

Quando i Rosselli vengono barbaramente uccisi nel bosco di Couternes a Bagnoles-de-l'Orne da sicari inviati dai servizi di Mussolini, Silvia ha 9 anni e per lungo tempo non sa nulla. Intorno ai quattro figli di Nello (Silvia, Paola, Aldo e Alberto) si era creata una cortina di protezione.

«Mia madre ci informó in modo molto obliquo della loro scomparsa senza darci troppe spiegazioni mentre la zia Marion informó i miei cugini in modo diretto e violento. Entró nella stanza dei piú piccoli - John aveva 10 anni e aveva saputo tutto subito - e chiese: "Sapete che cos'è un assassinio? Ecco, il babbo e lo zio Nello sono stati assassinati". Noi invece i motivi della loro morte li sapemmo molto lentamente, solo un anno dopo». Non avevano saputo niente anche perché non andavano a scuola, il padre non aveva mai voluto che venissero indottrinati dal fascismo e li aveva fatti studiare a casa. «Frequentavamo solo una palestra a Firenze - racconta - ma quando un insegnante ci chiese di fare il saluto fascista come gli altri bambini, ci tolsero subito anche da lí. Non abbiamo conosciuto neanche gli effetti delle leggi razziali del '38: il babbo fu ucciso nel giugno del '37 e giá  nel dicembre raggiungemmo la nonna Amelia in Svizzera». Comincia per loro il lungo esilio: dalla Svizzera all'Inghilterra e poi negli Stati Uniti per tornare in Italia nel 1946. In questo periodo il ruolo delle donne della famiglia è determinante per la formazione di quei sette bambini Rosselli.

Nel salotto della casa di Silvia a Trastevere campeggia la foto di una bellissima donna elegante, capelli candidi, un sorriso appena accennato: è la nonna Amelia Pincherle Rosselli, scrittrice e drammaturga di fama internazionale, una madre che ha perso drammaticamente tre figli: Aldo nella prima guerra mondiale, Carlo e Nello uccisi dal fascismo. Una delle donne forti, tenere, dolci e indomabili della famiglia, quella forse che ha contato di piú nella vita di Silvia. Quelle donne, come la madre Maria, solo apparentemente fragile, che hanno saputo prendere decisioni drastiche e difficili, come imbarcarsi su una nave per l'America prima che in Europa accadesse l'irreparabile.

Nella libro Donne ebree , edizioni Com Tempi Nuovi, Silvia paragona il rapporto fra la madre e la nonna a quello fra Ruth e Naomi come viene descritto nella Bibbia. Naomi, la suocera, quando muore il figlio chiede alla nuora, Ruth, di tornare dalla sua famiglia ma lei preferisce restare perché "la sua casa è lá  dove si trova lei". «C'era questa bella fusione anche fra loro, le decisioni venivano prese da entrambe, non le ho mai sentite discutere».

Un altro elemento "vivo" del libro sono le tante case che Silvia ama, abbandona e rimette insieme come se ogni volta ricostruisse la sua vita. E' stata una psicanalista junghiana, allieva di Ernst Bernhard, e il suo libro di memorie lo lascia capire chiaramente: «E' vero - ci dice - le case, anche nel sogno, rappresentano il sognatore. Questo libro è stata un'occasione per guardare indietro e vedere anche i miei errori».

Il suo modo sereno di raccontare si incrina - ma solo un po' - quando le chiediamo dei suoi rapporti con Alberto Moravia Pincherle, nipote della nonna Amelia. «Quando Carlo e Nello sono stati uccisi, lui ha avuto un atteggiamento non molto coraggioso. Non si è piú fatto sentire neanche dalla sua zia Amelia che tanto lo aveva sostenuto quando da ragazzo si era ammalato. Cosí quando tornammo dall'America la nonna non lo volle piú vedere, poi per intercessione della sorella di lui, Adriana, lo incontró, ma mia madre quel giorno uscí di casa. In seguito l'ho incontrato anch'io ma non avevamo niente da dirci, non mi era molto simpatico». A proposito di scrittori illustri della famiglia, un capitolo del libro è dedicato alla cugina poeta Melina/Amelia, soprattutto alla sofferenza dei suoi ultimi anni di vita che l'ha portata al suicidio una domenica pomeriggio di febbraio del 1996. «Ero l'unica parente che aveva a Roma, le piaceva venire a casa nostra dove ritrovava un po' dell'ambiente familiare. Soffriva di manie persecutorie, tutti pensavano che all'origine dei suoi problemi ci fosse la tragica morte del padre ma io ho sempre creduto che il suo primo trauma derivasse dal rapporto mancato con la madre Marion».

Non ha problemi invece a parlarci del figlio Giovanni Forti giornalista morto a 38 anni di Aids, una morte che, nonostante il suo immenso dolore, Silvia nel libro descrive in modo sincero e coraggioso, come sanno fare i Rosselli. «Di lui potrei parlare per ore - dice -. Era una persone simpatica, vivace in tutto, curioso della vita. Amava tanto il suo lavoro: aveva iniziato a il manifesto e alla fine era diventato inviato de L'Espresso a New York. Ricordo che con gli amici e con la sua prima moglie Rina Gagliardi faceva vere gare di memoria a chi ricordava per primo i nomi dei vecchi dirigenti Dc e le date dei governi passati. Anche lui è morto a 38 anni, come lo zio Carlo e come mio padre Nello, di un anno piú giovane». «Nella mia famiglia - dice con la sua dolcezza spiazzante - ricorre la morte di uomini attivi e impegnati che poi ci lasciano prematuramente». Molti di noi hanno conosciuto e apprezzato Giovanni ma tutti sicuramente lo ricordano per il suo ultimo articolo su L'Espresso in cui parla della malattia che lo sta portando alla morte e per l'appello ai giovani - trasmesso in tv nel programma di Enzo Biagi - a prendere tutte le precauzioni contro il possibile contagio con il virus Hiv.

Gli otto venti , un titolo curioso per un libro di memoria familiare. «E' una citazione del monaco buddista Nichiren Daishonin - spiega -. Significa che nella vita di ognuno di noi si alternano periodi belli e periodi difficili, ma "l'uomo saggio non si lascia influenzare né dalla prosperitá  né dal declino. Va avanti"». Esattamente quello che ha fatto lei. La religione ebraica è molto presente nel libro («mio padre, mia madre, tutta la mia famiglia è ebrea: sento un legame fortissimo con questo passato»). Ma è anche buddista. «Nessun conflitto per questa scelta - sorride - ho risolto dicendo chiaro e tondo a me stessa e a tutti gli altri che le mie radici rimangono profondamente ebraiche ma che nello stesso tempo non rinuncio a niente. Soprattutto non rinuncio al Buddismo».

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