News per Miccia corta

04 - 10 - 2008

Le memorie divise del dopoguerra

 

 

 

(la Repubblica, sabato, 04 ottobre 2008)

 


 

 

 


 

GUIDO CRAINZ




NELLA COSTRUZIONE DELL'EUROPA - e, dopo il 1989, di un'Europa molto piú grande - non è secondario il confronto fra le differenti memorie di un'area che ha conosciuto due guerre mondiali, opposti totalitarismi e due tormentati dopoguerra. Il confronto è reso piú difficile dal permanere di memorie divise all'interno delle stesse nazioni, e va aggiunto che le ferite del passato sono molto piú lente a rimarginarsi di quanto spesso pensiamo.

Germania e Francia, ad esempio, sono nazioni fondatrici dell'Europa unita e fin dagli anni cinquanta a occidente vi sono state mescolanze reciproche fortissime: eppure ancora nel 1984 ha suscitato emozione l'immagine di Mitterrand e Kohl che si tenevano per mano nel cimitero di Verdun. E dieci anni dopo, nel 1994, ancora Mitterrand sfidó apertamente una parte dell'opinione pubblica francese (sia la destra ultra-nazionalista che la sinistra comunista) facendo sfilare il 14 luglio ai Campi Elisi soldati e carri armati tedeschi dell'Eurocorpo. Una scelta perseguita con determinazione e al tempo stesso con attenzione e rispetto per sentimenti ancora dolenti: «capisco chi si sente ferito perché è dominato dai ricordi, ma cosí si dimentica di costruire il futuro», disse. Dal canto suo anche il presidente tedesco Roman Herzog esprimeva rispetto «per gli anziani che hanno vissuto la guerra e ritengono che i nostri soldati sotto l'arco di Trionfo siano davvero troppo». Fu una scelta accompagnata da gesti simbolici accuratamente scelti e coronata da un successo che non tutti, alla vigilia, si aspettavano: «Germania col fiato sospeso per la parata congiunta del 14 luglio», scriveva la Repubblica.

Fu un passo importante, che andava a sanare anche una ferita di poco precedente, quando la Germania non era stata invitata in Normandia alla celebrazione del D-Day organizzata dalle potenze vincitrici. Ed eravamo nell'Europa occidentale del 1994. Si puó comprendere dunque quanto siano state e siano profonde le ferite della memoria nei paesi dell'Europa centro-orientale segnati ancor piú a fondo, se possibile, dalla guerra, dalle ferocie del nazismo e del fascismo, e da un dopoguerra spesso drammatico. E un processo di cui fa parte, in qualche modo, anche la tormentata vicenda del nostro confine orientale. Le ferite sono ancor piú profonde proprio perché hanno alle spalle una storia lunga: cosí è in Istria, e cosí è in molte altre aree martoriate d'Europa. Ad esempio in Polonia, che perde nel conflitto un abitante su cinque e avverte l'angoscia di una possibile scomparsa. Una Polonia spartita nel 1939 fra Hitler e Stalin, e attraversata poi dalle truppe naziste e dall'Armata rossa. Una Polonia che conosce inoltre, all'ombra di questo scontro piú grande, sanguinosi conflitti fra polacchi e ucraini nelle terre della Volinia e della Galizia orientale che avevano abitato insieme per secoli.

Di lungo periodo è anche la vicenda della Cecoslovacchia: in quest'area le tensioni fra i nazionalismi erano cresciute nei decenni finali dell'Impero asburgico, e circa tre milioni di tedeschi dei Sudeti erano stati inclusi nello Stato cecoslovacco sorto nel 1918. Le tensioni aumentarono dopo la crisi del 1929, con le crescenti richieste di autonomia di questa popolazione e il suo volgersi verso la Germania di Hitler. Le radiocronache realizzate nel 1938 per la Cbs (Columbia Broadcasting System) da un grande cronista, William Shirer, ci restituiscono con efficacia il clima con cui sono accolte le truppe naziste dopo il Patto di Monaco. Il posto di dogana cecoslovacco era deserto - riferiva Shirer agli ascoltatori americani - ma «appena oltre, Sudeti in preda a entusiasmo delirante avevano cominciato ad erigere un arco di trionfo fatto con pali del telefono decorati di rami di pino, sopra il quale avevano appeso un cartello: il territorio dei sudeti dá  il benvenuto ai suoi liberatori! E poi dai campi intorno cominciarono a saltar fuori i contadini, che urlavano e spiccavano balzi di gioia, alzando il braccio nel saluto nazista e gridando "Heil Hitler!"(...)».

Veniva annunciata e salutata cosí l'annessione di quest'area al Reich, primo passo dello smembramento della Cecoslovacchia e di un'occupazione feroce. Quando le sorti della guerra si invertono inizia invece il dramma delle popolazioni tedesche: prima nelle cittá  rase al suolo dai bombardamenti, poi nei territori dell'Est che vedono, insieme, l'avanzata dell'Armata rossa e l'esplosione di violenze di massa e di «espulsioni selvagge» di milioni di tedeschi. In Cecoslovacchia è il governo democratico di Benes a emanare i decreti di esproprio di tedeschi e ungheresi.

In Polonia la spinta all'espulsione dei tedeschi si connette all'obiettivo di un'espansione a ovest, in territori prima appartenenti al Reich, per compensare la perdita di circa metá  del proprio territorio precedente (destinata ad essere annessa all'Urss).

A questa storia rimandano parole dolenti de La mia Europa di Czeslaw Milosz: «I pochi giorni trascorsi in un villaggio nei pressi di Danzica, nell'autunno del 1945, quando i tedeschi venivano espulsi, hanno lasciato in me disgusto e tristezza. Una certa Müller, che invano si appellava al fatto di aver nascosto prigionieri alleati, si suicidó assieme con i bambini gettandosi nella Vistola. Pressapoco in quello stesso periodo in quel villaggio morí di tifo mia madre, che a sua volta aveva perso, a oriente, la propria patria lituana».

E una storia evocata piú di recente da L'usignolo dei Linke di Helga Schneider, un romanzo intriso di memoria: «Era cominciata subito. Sin dai primi giorni dopo la resa delle forze armate tedesche, le autoritá  polacche avevano avviato una feroce, sistematica campagna d'odio contro le minoranze tedesche residenti in Polonia. "I tedeschi se ne devono andare!" era scritto a calce su tutti i muri, su tutte le facciate delle case (...). Si scatenó in tutto il paese una vera e propria caccia al tedesco (...). Occhio per occhio, dente per dente. Non aveva forse il Führer del Reich tedesco fatto espropriare i contadini polacchi per assegnare le loro terre ai tedeschi residenti nei Balcani? E non avevano forse i nazisti diviso le famiglie cosí depredate uccidendo vecchi e bambini (...)?».

Fra le pochissime voci a levarsi contro la tragedia vi fu quella dell'intellettuale ungherese Istvá¡n Bibó, che nel 1946 scriveva: «non si possono giustificare le atrocitá  commesse in nome di una nazione con le atrocitá  commesse in nome di un'altra». E aggiungeva: «vi è contrapposizione di valori fra democrazia e nazismo ma non vi è alcuna differenza qualitativa fra il dolore di una madre il cui figlio è stato ucciso in un campo di sterminio tedesco e quello di una madre il cui figlio, morto di fame in un campo di concentramento cecoslovacco o per strada durante una marcia forzata, viene seppellito avvolto in un foglio di giornale. Se il numero di queste madri dovesse moltiplicarsi in Europa orientale, non troveremmo piú nessuno a cui poter spiegare quale differenza di valori vi sia fra la democrazia e il totalitarismo».

Parole terribili, come è terribile questa storia. Si valuta che essa abbia riguardato, dopo la fine della guerra, fra i dodici e i quindici milioni di persone. Si valuta che, in conseguenza di questo processo, abbiano trovato la morte oltre un milione di persone (e sino a due milioni, secondo alcune stime): oltre centomila per violenze dirette, le altre a seguito di privazioni, dure prigionie, malattie; a seguito, in generale, delle disperate condizioni in cui questi colossali trasferimenti avvennero. A comporre il quadro sono principalmente le espulsioni di tedeschi dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia, dall'Ungheria, dalla Jugoslavia, dalla Romania, ma anche di ungheresi dalla Cecoslovacchia e dalla Jugoslavia, e cosí via. Vi sono infine i trasferimenti e le feroci espulsioni reciproche di polacchi e di ucraini, che culminarono in Polonia nell'«operazione Vistola» del 1947: cioè nello spostamento coatto a occidente, nei territori sottratti alla Germania, degli ucraini che non avevano accettato di spostarsi a Est, nell'Ucraina sovietica. E il forzato esodo tedesco, dunque, il capitolo piú tragico. Un flusso di milioni di persone si diresse allora dall'Europa centro-orientale verso le quattro zone divise della Germania: il paese devastato che ci è raccontato dall'Heinrich Bá¶ll de L'angelo tacque, dal Rossellini di Germania anno zero e piú di recente, in modo magistrale, da Sebald.

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