News per Miccia corta

30 - 09 - 2008

Spike Lee e i suoi Soldiers ``riscrivono`` la Storia

 

(Liberazione , martedí, 30 settembre 2008)

 

 

 

 

Boris Sollazzo

 




Miracolo a Sant'Anna (dal 3 ottobre in sala), il film di guerra italo-(afro)americano è finalmente arrivato. Tra incontri prelavorazione, footage cannensi, polemiche a orologeria, per piú di un anno abbiamo atteso l'ultimo film del grande Spike Lee. Due erano le liti da comporre: l'attacco del regista newyorkese d'adozione a Clint Eastwood, reo, secondo lui, di essere l'ultimo grande esponente della guerra al cinema raccontata ai bianchi per i bianchi e solo con bianchi, e la spinosa controversia con i partigiani italiani, offesi dalla sceneggiatura del film che presenta la strage di Sant'Anna di Stazzema - 560 persone uccise dalle SS di Walter Roder - come rappresaglia e attuazione della regola della decimazione (la stessa delle Fosse Ardeatine: 10 civili per ogni tedesco morto) e non come atto premeditato dei tedeschi.

Sulla prima, premesso che il cineasta nato ad Atlanta ha ragione da vendere, bisogna riconoscere al grande Clint una maggiore capacitá  di raccontare la guerra. Spike Lee, pur dotato di enorme talento, qui non ne avvicina la grandezza della regia e la forza delle storie. Sulla seconda, invece, la polemica non sembra trovare fondamento. Che quelle stragi fossero sempre atti premeditati mascherati da rappresaglia era una realtá , e il regista statunitense non snatura il senso delle cose. Offre solo un monologo a Pepi, capo partigiano (un sempre ottimo Pierfrancesco Favino), per illustrare la follia della guerra, le terribili scelte e gli ingiusti e inevitabili sensi di colpa che si pongono a chi è costretto a combatterla. «Sono figlio dei partigiani - racconta lo stesso attore italiano - sono figlio di una generazione che ha combattuto per me e per la mia libertá . E se ho interpretato una figura del genere, regalandogli delle umane incertezze, ho solo dimostrato che mai uccidere puó essere un avvenimento naturale. E anche se si è dalla parte giusta, non si puó e non si deve perdere la propria umanitá . Altrimenti, se si ammazza solo perché ci si crede nel giusto, allora quella ereditá  non la voglio. Credo sia fondamentale che in ogni conflitto, anche in quelli attuali, i resistenti, i combattenti si pongano delle domande, si mettano in discussione. Non è una provocazione, ma un discorso del genere l'avrei considerato nobile anche se l'avesse fatto un fascista». Pepi porta su di sé il macigno di quella strage e del tradimento di un compagno, lui ha comandato la brigata che ha ucciso i tedeschi presi a pretesto per quell'atroce eccidio toscano dell'agosto del 1944.

«Non sento di dover chiedere scusa a nessuno - sottolinea Spike Lee - abbiamo raccontato una storia di fiction qual è quella di James McBride (il libro, omonimo, è del 2002 edito da Rizzoli). Su quell'avvenimento la storiografia ha diverse interpretazioni, che noi inseriamo. La lotta clandestina e le conseguenze sui civili erano una realtá , ma non addossiamo colpe. Era la guerra e l'abbiamo raccontata. Per una volta dalla parte di chi non ha voce». Non a caso il regista mette come prima sequenza un estratto ironicamente retorico de Il giorno piú lungo di John Wayne, dimostrazione di quel cinema di propaganda che nel dopoguerra ha imperato nelle sale a stelle e strisce. «Quella divisione, la 92ma, ha combattuto per i suoi nipoti, per noi - continua Lee -. Per non essere un giorno, cittadini di serie B. E forse, anzi sicuramente, dobbiamo a loro il fatto che, per esempio, Barack Obama potrebbe diventare presidente. Certo, molti lo odiano per il colore della sua pelle, ma la maggioranza, ne sono convinto, crede nel cambiamento che rappresenta». E' uno Spike piú saggio, piú tenero, quasi buonista. «Credo di essere sempre lo stesso, ma questo è un film diverso nella mia cinematografia. Sono uscito da New York, ho attraversato un oceano, ho girato scene di battaglia, diretto un bambino, coordinato un set che parlava lingue diverse. Una bella innovazione per me».

La storia narrata è quella di Hector Negron, veterano della seconda guerra mondiale, nel 1984 quasi pensionato delle poste. Un immigrato italo-americano si presenta al suo sportello. Lui lo guarda, dice solo «Rodolfo!», poi gli spara in petto con una Luger. Il resto è un unico flashback che ci spiega perché lo ha fatto, dove nasce quell'odio covato per quarant'anni, una squadra di soldati neri massacrata, un villaggio affamato e accerchiato, una donna emancipata che li aiuta (Valentina Cervi, brava). Fino al finale catartico con Luigi Lo Cascio che si sta specializzando nelle chiose finali dei melodrammi storici, visto che anche Marco Tullio Giordana in Sanguepazzo affidó a lui l'ultima parola. Perché questo è Miracolo a Sant'Anna : non una ricostruzione storica, ma un melodramma d'epoca di 150 minuti che vuole ricordare sensazioni e sentimenti, non un film sulla resistenza italiana, ma sui neri americani in una divisa troppo stretta.

«Non ha considerato la veritá  storica - ha protestato l'Anpi -, abbiamo chiesto un confronto e non ce l'ha dato». Perché Spike Lee per una volta, nel suo cinema, è pieno di dubbi, non ha certezze granitiche. Perché segue la fiaba infantile e tragica del sassofonista MacBride, perché la sua è piú memoria individuale che storica. Il film è pieno di difetti, ingenuitá , in certi momenti, come nelle caratterizzazioni dei soldati della Buffalo, sembra quasi girato da un bianco, tanto i personaggi son tagliati con l'accetta. Ma si lascia vedere. Forse poteva essere piú attento, forse peró, come dice lui «certe polemiche nascono da una ferita mai rimarginata in Italia». O come dice l'autore del libro «meglio discutere su questo, che sull'ultima puntata di American Idol o del Grande Fratello ».

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