News per Miccia corta

29 - 09 - 2008

Massimo Storchi smentisce Pansa: «Nel 1945, il sangue versato fu quello dei vincitori»

(L'Unitá , 29 settembre 2008)

Bruno Gravagnuolo



Ci sono due leggende che la destra italiana ha messo in giro nel dopoguerra, rinsaldate dalla querelle aperta dal Sangue dei Vinti di Giampaolo Pansa. La prima è che la Resistenza sia stata una mattanza indiscriminata contro fascisti e borghesi, finalizzata a un progetto rivoluzionario comunista. La seconda è che gli aspetti scomodi e fratricidi del biennio 1943-45 siano stati nascosti dalla sinistra, all'insegna della retorica sulla Liberazione. In realtá  di tutto questo si è parlato fin dagli esordi del nuovo Stato. E battente è sempre stata la polemica mediatica di destra, nel denunciare gli «orrori» della «Resistenza rossa». Negli ultimi decenni poi una nuova storiografia di sinistra è tornata in modo serio sul problema: da Claudio Pavone, a Guido Crainz, a Mirko Dondi, a Dianella Gagliani, e a Massimo Storchi. Tutti studiosi venuti molto prima di Pansa sul tema, ma da lui citati solo di passata. Uno dei quali, Massimo Storchi, ha scritto l'ennesimo volume a riguardo: Il Sangue dei vincitori. Saggio sui crimini fascisti e i processi del dopoguerra (Aliberti, pp. 286, Euro 16, pr. di Mimmo Franzinelli). E’ un contributo decisivo, perché contestualizza le vendette partigiane. Focalizzando l'obiettivo sul «triangolo rosso» e in particolare su Reggio Emilia. Dove i fascisti, in funzione ausiliaria dei nazisti, spadroneggiarono, torturarono, massacrarono. E suscitarono una piena d'odio destinata a sboccare in resa dei conti col favore popolare. Non solo. Vi si racconta chi erano i carnefici saloini e poi gli episodi che a Reggio condussero una frazione minoritaria di comunisti all'omicidio di avversari. E si racconta della «giustizia negata» a entrambe le parti con l'amnistia di Togliatti, e delle sentenze che mandavano assolti i fascisti. Di tutto questo abbiamo parlato con Storchi, 53 anni, reggiano, giá  presidente dell'Istituto locale della Resistenza e responsabile del polo archivistico di Reggio Emilia. Uno che di documenti se ne intende. Sentiamo.

«Memoria, dolore, vendetta», recita il primo capitolo del suo libro sul 1943-45 a Reggio. Passioni che coincidono con un arco temporale piú ampio. Cosa c'è alle spalle delle vendette partigiane? 
«Nel cosiddetto triangolo rosso - Bologna, Modena, Reggio Emilia - vengono al pettine dopo la Liberazione i venti mesi dell'occupazione nazifascista. Assieme a quel che era successo venti anni prima. E’ la zona dove era stato piú attivo lo squadrismo, la zona dei ras e degli agrari. Funestata da repressioni e violenze che alimentarono una forte emigrazione politica. Per non parlare del carcere e del tribunale speciale negli anni Trenta. Rese dei conti e vendette nascono da una memoria lunga e piú breve. Basta scorrere una ad una le biografie delle vittime e gli antecedenti dei singoli episodi, come ho tentato di fare nei miei lavori».

Dai rapporti di polizia emerge l'intrico personale, familiare e di vicinato che, a partire dalla ferocia subíta, finisce per coinvolgere anche degli innocenti nelle vendette... 
«Sí, ma occorre ricollocare il tutto nella societá  di allora, lontana anni luce dalla nostra. E’ un tessuto sociale sconvolto dalla guerra ai civili, lacerato dalla disoccupazione e dall'illegalismo. Parliamo di una civiltà  contadina. E sono le comunità  contadine che si vendicano e regolano i conti nelle campagne. All'indomani della Liberazione c'è la reazione alla pressione capillare esercitata dal fascismo prima, e dal nazifascismo poi. Che aveva sconvolto tutti i legami comunitari: spiate, tradimenti, rappresaglie, torture, sospetti. Seguiti dalle vendette sommarie. Dopo il 1945 la comunitá  ferita esplode, con scene di violenza e tripudio popolare oggi per noi incomprensibili. Ma la fiammata della violenza brucia se stessa e finisce lí. Con un picco di 315 morti nell'aprile maggio 1945 - a partire dal 22 aprile - e due morti nel settembre 1946. Su un totale di 456, a fine 1946».

Leggi qui l’intervista integrale a Massimo Storchi

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