News per Miccia corta

14 - 11 - 2005

I fascisti non hanno piú vergogna. Memoria o revanche?



I figli dei fascisti che non hanno rinnegato le proprie scelte non si vergognano piú dei loro padri, scrive Pierluigi Battista sul quotidiano di cui è vicedirettore.
Che cosa accomuna ``la frenesia dei figli dei vinti di riconoscersi, di trovare finalmente accesso nel palcoscenico della memoria condivisa?``, si chiede Battista, giá  avanzando una risposta: ``Il tratto comune è un elementare dato quantitativo che peró ha fatto fatica a essere accolto nella sua semplice veritá : il fascismo ha goduto del consenso della stragrande maggioranza degli italiani``. Come dire che la democrazia, e la repubblica, sono stati il prodotto di una minoranza. Ma non è questo il punto, perché è pur vero che all`inizio e prima di mostrare per intero il volto dittatoriale e guerrafondaio il regime affascinó anche intellettuali che poi organizzarono l`antifascismo e la resistenza e convinse (con le buone o con le cattive)parti non irrilevanti della societá  italiana dell`epoca.
Quel che curiosamente manca nell`analisi di un lucido osservatore come Battista è uno sguardo all`altra faccia della medaglia. Dice il vicedirettore del Corriere che ``La mostrificazione dei padri si è fortunatamente conclusa``, e non c`è che da essere d`accordo. Non fosse che questo processo, reso evidentissimo dall`ultima produzione editoriale di Giampaolo Pansa e dal suo successo `di pubblico e di critica`, si accompagna o anzi si fonda sul parallelo e rovesciato processo di mostrificazione e messa all`indice di chiunque sia stato comunista, 50, 30 o ancora pochi anni fa o addirittura adesso.
Allora viene da chiedere: siamo di fronte alla ``dissoluzione dei fumi di una guerra civile troppo a lungo rimossa``, come conclude Battista, o piuttosto a una semplice, accanita e disonesta revanche?


Dal Corriere della Sera, 14 novembre 2005

I figli dei fascisti non si vergognano piú dei loro padri

Da Cerami a Paolo Rossi, raccontano dopo anni il passato di genitori «dalla parte sbagliata»

di Pierluigi Battista

E' da qualche tempo che i figli dei fascisti hanno imparato a dire di essere figli di fascisti, senza i penosi balbettii dell`imbarazzo e le remore psicologiche del passato. Vincenzo Cerami, uno scrittore che non ha mai fatto mistero della sua appartenenza alla sinistra, nei giorni scorsi ha raccontato, in un`intervista all`Unitá  , del padre che aveva combattuto nella guerra di Spagna «dalla parte sbagliata». E anche Paolo Rossi, comico e teatrante adorato dal popolo di sinistra, ha rivelato recentemente che suo padre aveva militato sotto le bandiere della Repubblica sociale italiana. Prima non era cosí. Per chi nel dopoguerra aveva scelto la sinistra mettendosi in urto col mondo dei padri risultava enormemente piú difficile trasferire in una dimensione pubblica l`esperienza familiare di un fascismo mai rinnegato. Per molti il padre fascista non pentito ha incarnato un segreto conturbante, una condizione da nascondere e occultare, un marchio socialmente inaccettabile e inaccettato, tra i piú dolorosamente esagitati, persino una maledizione anagrafica di cui vergognarsi. Ora un argine psicologico sembra che sia stato travolto, alla buonora. La mostrificazione dei padri si è fortunatamente conclusa, e raccontare di essere figli di fascisti non espone piú alla riprovazione del tribunale del conformismo. Un fenomeno analogo è del resto alla base dello straordinario successo dei libri di Giampaolo Pansa, stupito lui per primo della valanga di lettere pervenute dai figli e dai parenti dei fascisti coinvolti nell`orgia di violenza che in Italia fece scorrere a fiumi il «sangue dei vinti». Una memoria congelata si è sciolta riemergendo tumultuosamente dalle cripte dell`oblio e dell`autocensura, un ricordo cancellato e annientato dalla vergogna è diventato nuovamente discorso pubblico, pietas collettiva non piú inibita dall`atmosfera di eterna dannazione che gravava sul mondo di chi fu sconfitto nel disonore. Che cosa accomuna questa frenesia dei figli dei vinti di riconoscersi, di trovare finalmente accesso nel palcoscenico della memoria condivisa e una disponibilitá  di chi ha scelto la sinistra a fare i conti con il fascismo di famiglia senza piú sottostare ai dettami crudeli del silenzio di convenienza?
Il tratto comune è un elementare dato quantitativo che peró ha fatto fatica a essere accolto nella sua semplice veritá : il fascismo ha goduto del consenso della stragrande maggioranza degli italiani. La vulgata ideologica in auge nei decenni del dopoguerra raccontava un`altra storia, la leggenda nera di un popolo vessato da una cricca di regime di cui gli italiani hanno potuto sbarazzarsi dopo un ventennio di tacito dissenso. I figli dei fascisti che non hanno rinnegato il loro passato hanno cosí sperimentato sulla loro sensibilitá  privata e sociale una peculiare dissociazione, giacché la loro storia familiare rappresentava la negazione esistenziale di quel dogma ideologico e storiografico. Una frattura sul piano del «vissuto» che la scelta di militare in un campo avverso e ostile a quello dei padri non ha mai sanato fino in fondo. Solo adesso i figli dei fascisti possono scoprire che i figli dei fascisti sono tanti, anche se tanti sono stati i padri fascisti che hanno ritoccato le loro biografie per marcare con zelo una cesura irreversibile con il loro passato. Solo ora i figli dei fascisti percepiscono un`atmosfera sociale in cui la scelta dei loro padri guadagna finalmente il rispetto di una memoria che non vuole piú nevroticamente annichilire l`esperienza vissuta del passato. Non condivisione, ma rispetto: forse la condizione indispensabile per dissolvere i fumi di una guerra civile troppo a lungo rimossa.
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