News per Miccia corta

08 - 11 - 2005

Il diritto all`autobiografia. Un`intervista di Susanna Ronconi




UNA CITTဠn. 132 / ottobre 2005
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SUSANNA RONCONI

IL DIRITTO ALL'AUTOBIOGRAFIA

Da una riflessione maturata in carcere sulla necessitá  vitale, pur nella cesura con il passato, di "lavorare" sulla memoria, sull'autobiografia, l'idea che riflettere sulla propria storia, raccontarsela con altri, riflettere sulle sconfitte, serva nel lavoro sociale, serva agli abitanti di un quartiere degradato come ai tossicodipendenti, come a tutti. Il rischio di un presente implacabile che macina tutto. Intervista a Susanna Ronconi.

Susanna Ronconi, tra i fondatori di "Fuoriluogo", si occupa di formazione e supervisione del lavoro sociale, in particolare nel campo delle marginalitá  urbane e delle tossicodipendenze.

In questo momento sei impegnata in diverse attivitá  in campo sociale con un tuo approccio particolare, autobiografico, per cosí dire. Puoi raccontare?

Mi piace presentarmi in questo momento come una persona che raccoglie storie, perché si puó dire che la mia vita, personale e professionale, si stia addensando attorno a questa questione.
Sicuramente tutto è cominciato con un lungo lavoro su me stessa e sul mio passato politico. A metá  degli anni "˜80, dopo la chiusura della storia di Prima Linea, eravamo tutti in carcere e spontaneamente abbiamo cominciato a fare un bilancio della nostra storia, a tentare un ragionamento critico sul nostro passato. Cercavamo di riagganciare il presente dando forma al nostro passato. In un primo momento fu proprio un percorso di difesa e rivendicazione, perché se c'era una cosa che maggiormente ci era negata in quegli anni era il diritto a un'autobiografia. Se parlo al plurale è perché fu davvero un percorso di memoria collettiva: anzi, il provare a tenere in piedi quella memoria è stato il collante di quel collettivo, che non stava piú insieme per una condivisione di storia politica, effettivamente giá  chiusa. Non volevamo essere espulsi dal mondo e il fare memoria subito cosí, a caldo, è stato una specie di atto vitale. La prima volta che ho capito che la mia storia, il mio passato e la memoria erano cosí essenziali per me è stato in quel contesto.
In effetti, fino a quel momento non avevo mai ragionato su queste cose. Il mondo dei militanti allora era un mondo di eterno presente, un presente eternamente dilatato. Non c'era un riferimento forte al passato né una progettualitá  tale da consentire di definire ció a cui volevamo arrivare. In carcere invece ho cominciato a ragionare sugli altri tempi che sono presenti nella nostra vita. Da una parte c'era il futuro, peró lí il ragionamento era bloccato, (il carcere non ti consente di guardare troppo avanti); ma dall'altro lato cominciava giá  a esserci il passato, anche se era un passato recentissimo perché si era appena chiuso. Ed è come se questa memoria ci fosse improvvisamente apparsa come strumento di difesa contro il nulla del carcere. Quando ci penso col senno di poi questa mi sembra una cosa abbastanza straordinaria. Avremmo potuto metterla in molti altri modi, avremmo potuto fare molte altre cose, e abbiamo fatto in realtá  anche molte altre cose, nel e sul presente, peró mi sembra importante che per tutti noi il primo appiglio sia stato proprio quel passato che stavamo scontando in carcere, senza che nessuno di noi avesse un discorso particolarmente raffinato o teorico su questo. Ci siamo detti: salviamo il senso e il valore di questa memoria, diamogli una forma perché sia comunicabile anche ad altri e facciamone una specie di ancora contro lo smarrimento.

Qual è il bilancio, oggi, della ricostruzione di quella memoria politica?

Direi che quell'esperimento, visto oggi, un po' è riuscito e un po' fallito. E' anche questa riflessione che mi ha portato a lavorare sulla memoria anche in un altro modo, in un'altra dimensione. E' fallita secondo me la parte rivendicativa e negoziale rispetto al resto del mondo: non ce l'abbiamo fatta, tra virgolette, ad accreditare la nostra storia dentro la storia di questo paese. Me ne sono accorta negli ultimi due mesi in cui abbiamo girato presentando il libro di Sergio Segio. A vent'anni di distanza c'è ancora un forte rancore rispetto alle nostre storie, l'ho sentito fortissimo, rinnovato. Questo diritto all'autobiografia non l'abbiamo ottenuto. Potrei fare un parallelo di questo mio pessimismo con un bellissimo libro sulla memoria, Alla cieca, di Claudio Magris. Premetto che Magris in tutti gli anni del carcere è stato per noi un riferimento fortissimo, perché riusciva a guardare alle cose che stavano accadendo con molto disincanto, ma ancora con una fortissima speranza. Penso appunto al suo Utopia e disincanto. Ricordo una frase che trascrivevo di continuo: "Una voce nel buio urla la vita non ha senso... ma è sempre il timbro profondo e accorato di quella voce a dire che invece forse un senso c'è". Ecco, per me Magris è sempre stato un'á ncora. Quest'ultimo suo libro è invece un libro del pessimismo: il protagonista è un ex-stalinista, un triestino che nel romanzo si chiama Salvatore Cippico (chiaramente si è ispirato a figure realmente esistite) ed è uno dei famosi stalinisti finiti nell'isola di Goli Otok, condannato dai titoisti. Al momento del racconto il personaggio si trova in un centro di salute mentale e il libro è il suo dialogo con lo psichiatra, un lunghissimo delirio che dice dell'impossibilitá  di raccontarsi, dell'impossibilitá  di raccontare al mondo la propria storia. Non solo perché quella è una storia che nessuno vuole piú ascoltare e che è scomoda per tutti, ma soprattutto perché il protagonista non riesce a spiegare come, pur essendo stato uno stalinista (che è la qualifica meno difendibile al mondo -esattamente come "terrorista"), pur essendo stato questa cosa orribile, lui, dentro di sé, sente di aver avuto una sua generositá  degli ideali, una sua rivoluzione. Si è giocato la vita su questa cosa, sente la dignitá  di tutto ció, ma non riesce a comunicarla a nessuno... per cui delira con il suo psichiatra. Allora io, nonostante abbia seguito per vent'anni Magris e lo debba ringraziare per la forza che ha saputo darci, dopo aver letto quest'ultimo libro ho dovuto riconoscere: bene, lo stalinista, come il terrorista, non ce l'ha fatta.

Come sei riuscita a far fronte a quest'impasse?

Questa è stata la mia conclusione rispetto alla dignitá  storica della mia memoria politica, che cioè quella dignitá  esiste per me, per alcuni, ma non per il mondo. Certamente, questa cosa mi manca e mi pesa, peró ho scoperto che nel lavoro sulla memoria si possono rintracciare anche altre cose. Nel 2000 ho riscritto la mia storia, per me stessa questa volta, diversissima da quella che avevo raccontato nell'85 a Nicola Tranfaglia o a Luisa Passerini, non diversa per i fatti, ma perché sono andata a rintracciare altri fili, scoprendo di avere tante biografie parallele, intrecciate ovviamente: posso scrivere la mia biografia affettiva, la biografia delle mie scoperte, del mio modo di apprendere e di sapere, posso scrivere la biografia di tutte le volte che ho provato con modi diversi a metter mano sulla realtá  (non è stato solo con le armi), oppure la biografia di me con gli altri, la mia biografia mitica, quella dei miei luoghi e cosí via. Non voglio con questo dire che l'esperienza politica della lotta armata non conti piú nella mia vita (anzi è centrale, rimane importantissima), ma che, nella nostra memoria, sono stratificate un'infinitá  di esperienze e di saperi che possono restituire senso. Anche se quella piú forte, quel nocciolo della memoria e dell'identitá  storico-politica, è in crisi e non viene riconosciuta, ci sono molti altri fili che possono costruire una trama. In questo c'è un ottimismo sfrenato che contrasta con il pessimismo dell'esito della mia memoria politica. A questa riflessione si collega il fatto che oggi faccio la raccoglitrice di storie anche per gli altri.

Cosa vuol dire?

Faccio lavoro sociale ormai da 15 anni e negli ultimi due o tre anni mi sono accorta che in qualsiasi ambito del lavoro sociale mi trovassi, cominciavo a prendere la strada del lavoro con le storie delle persone, quando le incontravo. Questo è stato vero per le persone tossicodipendenti, come nel lavoro di formazione con gli operatori, ai quali ho chiesto di fare con me la loro autobiografia professionale. E resta vero anche ora che sto lavorando in due territori delle periferie torinesi dove ho scelto di raccogliere le storie degli abitanti. E' infatti importante capire che cosa ha voluto dire negli anni abitare proprio lí, in quel posto, con quelle persone, in quel quartiere.
Si tratta di un percorso maturato progressivamente e oggi sento che c'è una relazione fortissima tra quello che io ho scoperto sulla potenzialitá  e sulla molteplicitá  della mia memoria e quello che sto proponendo agli altri. Tutto è nato dalla convinzione che le storie delle sconfitte hanno moltissime cose da dirci, e da darci. E' difficile oggi ascoltare le storie degli sconfitti (lo si fa in qualche nicchia) perché c'è la convinzione che gli sconfitti non abbiano niente da dire. Le storie di sconfitta si portano dietro una specie di irrilevanza, ma soprattutto di insignificanza. Io invece ho scoperto che queste memorie sono un patrimonio incredibile: è come se fossero il risvolto, l'altra parte della storia, qualcosa scritto tra le righe. Cosí, sono partita da me stessa e poi ho alzato un po' lo sguardo, per andare a vedere cosa ci insegnano, ad esempio, le biografie del dolore, della sofferenza, le biografie delle cesure drastiche, quelle degli smarrimenti e cosí via. Il primo momento in cui ho intuito questo è stato proprio nel lavoro con le persone tossicodipendenti, alle quali inconsciamente facevo la stessa proposta che, tempo prima, avevo fatto a me stessa e cioè quella di trovare, pur con tutti i lati oscuri o sofferenti o drammatici o di sconfitta della loro biografia, una forza o un apprendimento su di sé, o quantomeno un sapere spendibile nella vita. Il discorso sulla tossicodipendenza è interessante perché attorno a quel mondo c'è una prolifica produzione di immaginario, vi si associano perdizione, sconfitta, addirittura l'idea di "non essere uomini", cosí che spesso si vuole rifondare la propria vita chiudendo, dimenticando e rinnegando quell'esperienza. Io invece vado a proporre un recupero pieno di questa memoria "maledetta". Lo scopo è quello di recuperare il senso in un passato che molti etichettano come non utilizzabile, privo di valore d'uso al presente, e di riscoprire nelle proprie storie tutta una serie di saperi accumulati durante una vita quotidiana povera, emarginata, rabbiosa, durissima, dentro la quale peró la persona ha trovato le proprie strategie di vita e anche dei gradi di libertá  agibili.
Questa è una rivoluzione culturale, un uso della memoria che sa essere sovversivo.
Da questa idea è nata a Torino un'esperienza molto particolare che dura ormai da dieci anni e sulla quale stiamo anche scrivendo un libro: si tratta di una ventina di persone con l'esperienza dell'eroina, consumatori «storici» (per storici intendo gente tra i 45 e 55 anni di etá ) la stragrande maggioranza dei quali ancora frequenta l'eroina, che hanno anche fondato una loro associazione. Ció che è interessante è che oltre a fare cultura (ad esempio un discorso antiproibizionista serio), queste persone si sono impegnate come operatori dentro i servizi pubblici non essendo astinenti, dando vita a questa straordinaria esperienza che li vede operatori professionisti (alcuni di loro sono pagati quanto il collega psicologo) e allo stesso tempo utenti degli stessi servizi. Per caritá , la guarigione è auspicabile, peró magari non sempre è possibile, non sempre è ció che le persone desiderano, e perché allora il presente dev'essere per forza un presente di dannazione?

Tu hai seguito anche esperienze di auto-aiuto...
L'auto-aiuto per me è un validissimo metodo, un dispositivo potentissimo. Dal "˜93 al "˜96 ho lavorato sull'auto-aiuto con gruppi di persone sieropositive, tossicodipendenti, anche in carcere. Questa metodologia nasce da un patto di base che stabilisce la completa orizzontalitá , cioè la paritá  tra le persone che vi partecipano, che riconoscono dignitá  e valore all'apporto dell'altro a prescindere da qualsiasi diversitá . Inoltre funziona il cosiddetto principio dell'helper: dopo aver ascoltato l'altro, cerco di dargli supporto attraverso il dono della mia esperienza e allo stesso tempo, narrando me stesso, riattraversandomi in maniera autoriflessiva, automaticamente mi aiuto, mi ricompongo. Con un'unica operazione aiuto l'altro e aiuto me stesso. I movimenti di auto-aiuto sono una realtá  in via di sviluppo anche se, purtroppo, a volte si scontrano con le esigenze del mondo scientifico e professionale. Andrea Devoto, un terapeuta di Firenze, che purtroppo ora è morto, aveva colto il punto quando diceva che molti professionisti sostengono e invitano le persone a fare auto-aiuto ponendo peró dei paletti, come se ci fossero degli ambiti che devono restare di esclusiva competenza degli esperti. Quando l'auto-aiuto diventa anche potere di parola e potere di definizione, quando gli utenti di un servizio diventano autonomi al punto di voler produrre una definizione di loro stessi e del loro problema che li soddisfi (magari diversa da quella del terapeuta), allora il dispositivo comincia a dare fastidio, perché sposta l'equilibrio dei poteri, togliendone ovviamente agli esperti.
La memoria e le storie si sono rivelate importanti anche nel lavoro che ho fatto con gli operatori sociali. Chi fa lavoro sociale oggi vive una fortissima crisi di senso perché si sente addosso mandati diversi da quelli che sente interiormente: l'operatore ha delle mansioni, a mio avviso, molto dure, di controllo, di confinamento, di gestione della sofferenza, in assenza di autonomia. Gli operatori restano cosí imbrigliati da una nuova retorica sulle tecniche e sulla "scientificitá " dove i loro saperi dell'esperienza non trovano posto e rischiano, anche qui, di essere irrilevanti, insignificanti. Ho molti incarichi di supervisione e tra me e gli operatori c'è un dialogo quotidiano su questo: che cosa stiamo facendo? Che cosa stiamo costruendo con le persone con cui lavoriamo?
Facciamo quindi dei laboratori di autobiografia professionale, con la scrittura, non con l'oralitá , in cui le persone provano a fare ció di cui parla Franco Basaglia nel suo libro sulle Conferenze Brasiliane. Basaglia dice: non importa che i risultati che abbiamo ottenuto siano duraturi, puó darsi che dopodomani ce li rimangino tutti, la cosa fondamentale è che noi possiamo raccontare e testimoniare che per noi l'impossibile è diventato possibile, che noi, in un certo momento, siamo stati capaci di gestire la sofferenza psichiatrica in un altro modo.
Riscoprire queste piccole vittorie aiuta a stare dentro il lavoro sociale con una bussola che non sia quella dei mandati istituzionali, sempre piú ambigui e vissuti molto negativamente. Le abbiamo chiamate infatti "storie di trasgressione del mandato" e quello che ho scoperto è che tutti hanno almeno una storia di questo tipo. Non ho mai trovato un operatore che non sapesse citare una volta in cui è riuscito a dare risposta positiva alla domanda "dopo il mio intervento, lui o lei è piú libero di prima? Lui o lei è ora in grado di scegliere?". In fondo è proprio questa la domanda a cui il lavoro sociale dovrebbe dare risposta positiva. Una volta raccontate queste storie, ce le scambiamo e le leggiamo, per andare a vedere quali sono stati gli ingredienti di questa cosa bella che c'è successa. Questo non serve a fare un manuale per il presente (le cose cambiano e non si puó ripetere la stessa formula), ma a ricordare, come dice Basaglia, che l'impossibile è stato possibile. E' un lavoro molto piccolo, indiziario, provvisorio, peró è una traccia, un appiglio.

Anche il lavoro coi cittadini delle periferie torinesi parte da queste riflessioni?

Qui a Torino c'è una situazione difficilissima, nel senso che è una cittá  che non sa piú cos'è. Il luogo e il territorio non sono piú identitari, se possiamo dire cosí, o comunque lo sono sempre meno: è una cittá  piena di buchi, non solo perché è tutta un cantiere, ma perché sono spariti i luoghi che piú degli altri erano simboli, punti di riferimento, soprattutto le grandi fabbriche. Le periferie, quindi, si portano dietro i problemi storici, i disagi di sempre, e in piú questo sconvolgimento attuale: la cittá  viene completamente ridisegnata, cambiano tutti gli assi d'ingresso e uscita dalla cittá , la cittá  passa da industriale a commerciale-terziaria, eccetera... Una volta i grandi agglomerati proletari si identificavano con i dormitori della fabbrica, quindi magari facevano schifo ma avevano un loro senso nella mappa della cittá  e anche abitarci aveva un suo significato perché ci stava la classe operaia.
Adesso questi stessi quartieri non hanno piú una forma propria, spuntano come funghi tra un centro commerciale, quattro chilometri quadrati rasi al suolo di macerie, un centro olimpico e una nuova autostrada. Ecco, c'è da questo punto di vista una crisi dell'abitare fortissima, oltre a processi di impoverimento, e all'arrivo di molte famiglie immigrate che fanno fatica ad integrarsi. Il Comune da parte sua cerca di fare una politica pubblica contenitiva, una sorta di accompagnamento a queste catastrofi. In questo ambito io e altri raccogliamo storie ed è stata una nostra proposta, non prevista dai progetti delle istituzioni. C'era, questo sí, un ascolto che si preoccupava di indagare cosa non funzionasse nei servizi e nella convivenza, ma non ci si occupava di chiedere a questi abitanti che cos'è per loro quel territorio: se vogliono fuggire o se ci stanno bene, che cosa hanno vissuto in quei posti, che relazioni hanno, se stanno chiusi nel quartiere o se da lí partono per andare in giro per la cittá , a quali avvenimenti hanno assistito, di gioie, di dolori, che solidarietá  c'è stata, che solitudini, oppure com'era il quartiere quando sono arrivati e com'è oggi e cosí via. L'idea è che raccontare la storia della propria vita in un luogo possa servire principalmente a due cose. Prima di tutto a farlo sentire piú proprio, perché diventare consapevoli di cosa rappresenta per me il posto dove abito puó servire ad abitarlo meglio, a volerlo difendere e migliorare. Questa è la scommessa partecipativa del lavoro sulla memoria, che è poi quello che ha interessato il committente che ci ha dato via libera.
Aggiungo che restano molti punti interrogativi su questo perché, per come stanno stravolgendo questa cittá , non so davvero quanto questo filo della memoria, della riappropriazione possa tenere, forse si spezza. Vedremo. L'altra scommessa ha invece una dimensione collettiva, sociale: l'idea è di provare a costruire un dispositivo in cui le persone si scambino queste narrazioni, queste storie di vita. Vogliamo riuscire a far parlare tra loro le persone che oggi sono in conflitto, che magari attualmente non riescono a vivere insieme perché sono troppo diverse, perché si scontrano negli stili di vita e nell'uso del territorio, penso ad esempio agli scontri tra generazioni, agli scontri tra culture. Si tratta a volte di scontri tra modi di usare la casa: è molto divertente, ma anche molto tragico, l'impatto che c'è stato a Lucento (un quartiere di case popolari a Torino) tra i vecchi abitanti del quartiere che ci vivono da sempre, cioè da trent'anni, e le nuove famiglie rom che sono arrivate. I rom infatti sono in tanti e costringerli in appartamenti di tre stanze è praticamente impossibile, per cui vivono sui pianerottoli, sulle scale, nei cortili, cioè invadono gli spazi collettivi con le loro famiglie allargate. Puoi immaginare. A questo proposito, Paolo Jedlowski spiega molto bene quanto possa essere utile raccontarsi storie nella vita quotidiana perché questo scambio moltiplica la rete delle relazioni sociali, rafforza o crea dei legami. Il lavoro di narrazione peró non è spontaneo, o perlomeno quello spontaneo non è piú sufficiente perché il livello di alienazione in alcuni territori è alto. Questo lavoro va dunque facilitato, ha bisogno di spazi propri, di occasioni, di strutture, mentre spesso ti accorgi che c'è molta retorica su questo e che i dispositivi che vengono usati spesso sono cose di parata, formali.
Proprio a Lucento ho assistito qualche mese fa a uno spettacolo teatrale che ha messo in scena, secondo me, tutta la difficoltá  dell'uso della memoria, in rapporto al presente. La rappresentazione era allestita dentro il grande capannone di una fonderia oggi dismessa, la Teksid. L'avevo sempre vista da fuori ed entrarci è stato impressionante: è uno spazio enorme dove tutto giganteggia e tutto è di ferro e fuoco, è l'immagine del "˜900, della Torino industriale. Si trattava di un bello spettacolo sulla memoria operaia. La compagnia ha messo in scena le varie generazioni di operai dai primi del "˜900 ad oggi: i fabbri ferrai delle piccole botteghe artigiane reclutati dagli industriali, poi l'operaio professionalizzato, poi l'operaio massa, fino ad arrivare ai ragazzi dell'interinale che lavorano con le cuffiette e la musica tecno aspettando solo l'ora dell'uscita. Io avevo alle spalle una fila di anziani signori accompagnati da anziane signore, le loro mogli, che hanno continuato a parlottare in piemontese stretto durante tutto lo spettacolo. Loro erano quelli che avevano lavorato trent'anni lí dentro. Ed erano completamente straniati dal fatto, non solo di esserci tornati dopo la chiusura totale della fabbrica, ma anche di essere spettatori in un luogo dove erano stati protagonisti; erano un po' stravolti all'idea di vedere messa in scena la storia della loro vita, da attori che facevano le loro parti, proprio dentro quel luogo lí, dove la vita si era svolta.
A me questa cosa ha colpito tantissimo, il fatto cioè che i cambiamenti sono cosí veloci per cui si parla di alcuni avvenimenti come se fossero sprofondati in un tempo lontanissimo, mentre i protagonisti sono ancora vivi e riescono a vedersi messi in scena in un luogo che ancora esiste, che era stato loro ma che adesso è virtuale. E' questo il punto: la velocitá  delle trasformazioni impedisce alla memoria di sedimentarsi cosicché il tuo vissuto rischia di essere velocemente archiviato, strappato, buttato in un tempo lontanissimo anche se in realtá  è appena trascorso, è dietro l'angolo. E' la stessa sensazione che ho rispetto alla mia storia, è un nuovo parallelismo tra me e questi vecchi, tra me e il nuovo lavoro che in quel quartiere ho cominciato a fare.
Credo davvero che questa sia una dimensione che viviamo tutti, non solo la percezione che la velocitá  dei cambiamenti renda tutto ció che è alle nostre spalle inutile, apparentemente inutile, ma anche la difficoltá  a darsi il tempo di ricapitolare, di comprendere e dare forma prima di archiviare.
Il presente macina la memoria con una violenza incredibile, e lancia il nostro passato lontano, senza darci il tempo di farcene qualche cosa.

Quindi in fondo è un problema di tutti: il presente macina la memoria nella vita affettiva, nella vita lavorativa, nella vita quotidiana, nel rapporto con qualsiasi cosa e con chiunque...

Assolutamente. Per questo bisogna assolutamente provare a far uscire la memoria dall'insignificanza e anche a darci, un po' tutti, il tempo di riattraversarla, questa memoria, per sentirci alle spalle qualche cosa, per non sentirci schiacciati da un presente che a volte ci sfugge.
Io ho cercato di occuparmi di questa cosa non girando attorno al mio ombelico, quindi non pensando esclusivamente alla mia storia e soprattutto non occupandomene esclusivamente in maniera rivendicativa, ma considerandola come tentativo di processo di significazione. Questo mi ha rafforzato. Si tratta di re-imparare a dare significato alle cose vissute, quindi, con me stessa, con i tossici, con gli operatori, con gli abitanti, con gli operai della Teksid... Se non lo facciamo non ci teniamo insieme, arriva comunque sempre un momento in cui il presente o gli altri ti travolgono e la corrente in ogni caso continua.
Ho trovato un ulteriore spazio per fare questo nella Libera Universitá  dell'Autobiografia, che ha sede ad Anghiari, un borghetto medievale in provincia di Arezzo. E' un'associazione con cui lavoro ormai da cinque anni e che dal punto di vista delle metodologie fa capo alla Bicocca di Milano, a Duccio Demetrio e a tutto quel giro di pedagogisti dell'etá  adulta. Lí si lavora sull'autobiografia e sulla memoria e soprattutto si teorizza il fatto che sia agli individui che ai gruppi, alle collettivitá , alle comunitá  sociali, serve urgentemente una tecnologia del sé, serve urgentemente una competenza, che non è professionale, ma è una competenza umana, del sapersi tenere insieme, perché la realtá  di per sé non ci tiene insieme affatto. Baumann lo dice benissimo: non è un buon obiettivo quello di pensare di ricostruire un'identitá , unica, bella, forte, basterebbe essere "portatore sano" di tanti io.
Questa definizione mi piace tantissimo perché avere io molteplici puó andare bene, ci permette di giocare su piú tavoli, è una chanche, ma trovare quel filo che puó tenere insieme questa molteplicitá  è fondamentale, se no ci perdiamo. E allora questo discorso della memoria, dell'autobiografia, dell'essere capaci ogni tanto di ricapitolare, capendo a che punto siamo, cosa abbiamo sedimentato, cosa abbiamo sperimentato, cosa abbiamo appreso, confluisce qui, nel saper riconoscere il valore del proprio vissuto. Il lavoro sociale per me è anche questo, è rendere democratica, alla portata di tutti, questa competenza, ed è una sfida enorme perché moltissimi ne sono esclusi: chi ha pochi strumenti culturali non ce la fa e si smarrisce facilmente. E' un lavoro certosino, da fare con grande modestia, senza cadere nella presunzione di aver trovato "il modo per", anche perché il lavoro sociale si compone anche di molte altre cose, piú immediate forse, come fornire un reddito quando non c'è, preoccuparsi che i servizi funzionino efficacemente, eccetera. Nel lavoro con gli abitanti delle periferie torinesi, abbiamo cercato di tradurre concretamente questa teoria sulla competenza di base: io e un'amica, prima di iniziare il lavoro vero e proprio con gli abitanti, abbiamo reclutato una decina di donne e fatto con loro un laboratorio di formazione per biografi di comunitá . Li abbiamo chiamati proprio cosí: "biografi comunitari" e cioè volontari della biografia a cui abbiamo insegnato a sostenere un colloquio narrativo, a raccogliere una storia e a restituirla, competenze di base, non ci vogliono secoli di studio, il lavoro sulle storie non dev'essere fatto per forza da professionisti...
Per me è anche questa una buona pratica di cittadinanza, per questo vorrei diventasse una pratica sociale, agibile. Non esistono tecnici della narrazione, basta avere un minimo di base culturale, un po' d'entusiasmo, curiositá  e interesse per l'altro... dopo un monte ore minimo di formazione si è biografi comunitari.

Mi sembra peró che nel fare i conti col passato spesso si abbia un altro atteggiamento opposto, quello di fare tabula rasa, di strappare le pagine, non solo di voltarle, specie quando l'esperienza è troppo negativa...

Non so, non vorrei aver dato l'impressione di chi ha trovato finalmente la via, perché non è cosí, anzi sono molto contraddittoria. Peró dalla mia ricerca, molto segnata dalla mia esperienza di vita, sono davvero uscita con una doppia esigenza. Sicuramente quella della cesura -nel libro che sto scrivendo (prima o poi bisogna che lo partorisca) c'è proprio un pezzo che ho titolato "elogio della cesura"- ma al contempo quella di uscirne con un'autobiografia. Ecco, io voglio il diritto al cambiamento, anche radicale, ma voglio anche il diritto a tenere insieme il mio passato e il mio presente. Questa tensione io la vivo da vent'anni e ora mi sembra di vederla in moltissime altre persone. Forse nelle varie fasi della vita tu ti metti delle lenti che ti fanno vedere soprattutto delle cose e non altre, ed io in questi ultimi due anni colgo quello che prima non vedevo, questa eterna tensione in tanta gente che ha voglia di andare oltre ma ha bisogno di portarsi dietro il proprio passato. Il presente ti spinge a tagliare e invece questa tensione va risolta, la diversitá  deve coabitare in noi. Non ho fiducia acritica nella memoria, non c'è nessun fondamentalismo nell'idea di memoria, insomma, mi viene da dire, "non basta raccontarsela". Bisogna avere dei modi, dei luoghi e anche partecipare a una dimensione collettiva in cui condividere questo lavoro paziente di attribuzione di significato a ció che si è vissuto. Questo mi interessa, questo sto provando a fare.

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