News per Miccia corta

18 - 09 - 2008

Quando per fare la rivoluzione facevo libri (e riviste autogestite)

 

(Liberazione, giovedí, 18 settembre 2008)

 

 

 

 

 

 

Nanni Balestrini

 




Alla Feltrinelli ci lavoravo dal '62. Avevo cominciato a occuparmi di carta stampata nel 1956 aiutando Luciano Anceschi a fare la rivista "Il Verri". Per alcuni anni la rivista uscí con piccoli editori, finché nel 1961 Anceschi la propose a Giangiacomo Feltrinelli, che accettó di pubblicarla sotto il suo marchio e di assumerne anche il giovane collaboratore.

Entrai a far parte della redazione di narrativa di Valerio Riva che si occupava di due collane, i "Narratori di Feltrinelli" e "Le Comete", dedicata quest'ultima a autori innovativi. C'era anche una redazione a Roma dove Bassani dirigeva la "Biblioteca di letteratura", che seguiva autori piú tradizionali. La redazione era molto affiatata e godevamo di un'assoluta libertá  nelle nostre scelte. Giangiacomo Feltrinelli aveva un istinto eccezionale nella valutazione degli autori e dei collaboratori, a cui dava fiducia e lasciava completamente mano libera, salvo a essere spietato quando sbagliavano. Aveva creato nella casa editrice un'atmosfera elettrizzante, un clima frenetico. Si viveva la sensazione esaltante che fare libri era soprattutto fare cultura, e anche politica. Sono stati anni magici, irripetibili, pieni di incontri e di scoperte.

Riva aveva lanciato la nuova narrativa latinoamericana, da García Marques a Carlos Fuentes e a Vargas Llosa, e autori americani come Malcom Lowry e James Baldwin. Grazie a Enrico Filippini, pubblicavamo praticamente tutta la narrativa in lingua tedesca: Günter Grass, Ingeborg Bachmann, Uwe Johnson, Peter Handke ecc.

Per parte mia seguivo gli autori italiani, in particolare quelli della nascente neoavanguardia, che avrebbero dato vita al Gruppo 63. L'uscita di Capriccio italiano di Sanguineti fu un grande scandalo, a cui fecero seguito Fratelli d'Italia di Arbasino, Hilarotragoedia di Manganelli e tanti altri. Avevo messo a punto una nuova collana, i "Materiali", che pubblicava testi e saggi sulle nuove tendenze, Cage, Dubuffet, Carmelo Bene, il nuovo cinema sperimentale...

Dopo qualche tempo, pur continuando il lavoro redazionale, mi sono trasferito a Roma per occuparmi della sede romana della casa editrice. I rapporti tra Feltrinelli e Bassani si erano guastati e la redazione era stata chiusa. Si apriva la libreria Feltrinelli di via del Babuino, dove avevo un ufficio. Mentre ancora si facevano i lavori aveva ospitato la rappresentazione clandestina del Vicario di Hochhuth, interpretato da Volontè e vietato in teatro dalla polizia.

La libreria diventó subito un centro vivacissimo della cultura romana che gravitava intorno a Piazza del Popolo, il luogo obbligato per scrittori, artisti, giornalisti, gente di teatro, di cinema e stranieri di passaggio, per gli incontrarsi e per seguire gli eventi e le manifestazioni che vi venivano organizzate.

 

Potere operaio

Contemporaneamente alla chiusura di "Quindici" nasce "Potere operaio". L'annuncio della costituzione del gruppo era stato dato alla fine di luglio '69 e in settembre ci fu a casa mia a Roma in via dei Banchi Vecchi la riunione di fondazione. Tra i partecipanti Toni Negri, Franco Piperno, Giairo Daghini, Oreste Scalzone, Sergio Bologna.

(...)

Per la Feltrinelli continuavo a occuparmi degli scrittori italiani e della collana dei "Materiali", e dal '70 della nuova collana "I Franchi Narratori", che raccoglieva storie di esperienze vissute. Nel '71 ho pubblicato Vogliamo tutto , sui grandi scioperi alla Fiat nel '69, che avevo seguito, e che racconta la storia dell'operaio massa Alfonso Natella.

Nel marzo del '72 muore Giangiacomo Feltrinelli. Potere operaio organizza a Milano una conferenza stampa dove Giairo Daghini legge alla stampa il famoso comunicato: «un rivoluzionario è caduto».

Giangiacomo era entrato in clandestinitá  nell'estate del 69. Aveva delle informazioni molto precise che gli arrivavano dal Pci sul pericolo di un colpo di stato. I giornali di destra lo indicavano come finanziatore dei gruppi extraparlamentari in Italia e di quelli terroristi sparsi per il mondo e subiva in continuazione perquisizioni e pedinamenti.

Quando ha smesso di occuparsi direttamente della casa editrice ha voluto che la direzione restasse in mani politicamente sicure. Non si fidava di Riva perché era un socialista, non si fidava di Filippini perché era anarchico, per cui li ha licenziati e mi ha chiesto di trasferirmi da Roma a Milano per dirigere il settore della letteratura. Ma io preferivo restare a Roma, ho rifiutato e gli ho consigliato come nuovo direttore letterario Aldo Tagliaferri.

Ricordo il funerale di Feltrinelli al cimitero di Milano con una folla enorme circondata da un esercito di polizia. Alla fine Scalzone si è arrampicato su un albero e ha fatto un comizio. La tragica morte di Giangiacomo, con cui avevo un rapporto intenso, è stata per me un trauma, e cosí ho lasciato la casa editrice dove avevo lavorato per un decennio con passione e entusiasmo.

 

L'Ar&a

Lasciata la Feltrinelli nel '73-74 ho fatto per la casa editrice Marsilio una collana dedicata a testi del movimento intitolata "Collettivo", dove sono usciti tra l'altro Nord e sud uniti nella lotta dello scrittore operaio Vincenzo Guerrazzi e Scrittura e movimento di Franco Berardi Bifo.

Su "Linus" pubblicavo le poesie della Signorina Richmond, ironico personaggio metá  poesia e metá  rivoluzione e nel '76 da Einaudi la raccolta di racconti La violenza illustrata . Mi ero intanto trasferito a Milano dove ho curato con Bifo alcuni numeri della rivista dell'autonomia "Rosso" e mi sono occupato di un nuovo progetto editoriale: l'Ar&a.

C'era stato un importante convegno a Orvieto, nel '76, con accesi dibattiti sui rapporti tra cultura e movimento. Era stato organizzato dalla Cooperativa Scrittori, creata da Luigi Malerba e Elio Pagliarani con altri scrittori provenienti dal Gruppo 63. Era l'idea dell'editoria alternativa che circolava dopo il Sessantotto, con esempi realizzati in Germania, e anche in alcune zone del movimento in Italia: gruppi di scrittori o politici che si pubblicano da soli, si fanno la loro casa editrice, se la autogestiscono.

Si tratta di iniziative piú che lodevoli che peró devono affrontare difficoltá  spesso insormontabili: la debolezza finanziaria, la scarsa competenza editoriale, la poca possibilitá  di diffusione. Per risolvere questi problemi si è pensato a una struttura che potesse fornire i servizi di cui dispone un normale editore medio alle piccole iniziative non in grado di sostenerli per la loro dimensione ridotta. Il lavoro redazionale, la grafica, il rapporto con la tipografia e con la distribuzione nelle librerie, l'ufficio stampa, l'amministrazione, il magazzino sono i servizi indispensabile per poter esistere sul mercato librario e superare la fase dilettantesca e artigianale dell'editoria alternativa, affascinante ma inefficace e sempre in perdita.

Con l'Ar&a il lavoro degli editori si limitava alla ricerca dei titoli, al rapporto con gli autori e a mettere a punto i libri che intendevano pubblicare. Veniva definita la programmazione, le date di uscita dei titoli, e poi una volta consegnato il manoscritto alla redazione centralizzata l'Ar&a provvedeva a tutto. Il lavoro redazionale e grafico era eseguito professionalmente. Accentrando la stampa su un'unica tipografia era possibile ottenere prezzi vantaggiosi, e la stessa cosa valeva per l'acquisto della carta in grandi quantitativi. L'ufficio stampa poteva offrire ai giornali una vasta gamma di libri di cui occuparsi. Il fatto di operare per diverse sigle permetteva di presentarsi con un buon numero di uscite regolari mensili a un distributore nazionale, che non aveva interesse a lavorare per chi produceva pochi titoli saltuari.

Era stata creata una societá  tra me, il giovane Luigi Durso che aveva procurato il finanziamento iniziale, e Gianni Sassi, personaggio dell'undreground milanese, proprietario della casa discografica Cramps per cui incidevano gli Area, che ne hanno suggerito il nome. Alcune sigle editoriali coinvolte preesistevano, come la Cooperativa Scrittori, le Edizioni delle donne e Multhipla di Gino Di Maggio, grande collezionista d'arte. Altre sono nate come emanazioni di riviste: L'Erba voglio di Elvio Facchinelli, le Edizioni Aut aut di Pierluigi Rovatti. Lavoro liberato di Francesco Leonetti era legata ai gruppi marxisti-leninisti, e I Libri del No di Dario Paccino ai comitati autonomi operai di Via dei Volsci, mentre Librirossi di Andrea Bonomi all'area autonoma milanese.

Piú anomale le edizioni di Squilibri condotte da Dario Fiori detto Varechina che proponeva pamphlet provocatori come Un risotto vi seppellirá  , materiali di lotta dei circoli proletari giovanili di Milano, e di Profondo rosso dedicate al thriller e inaugurate con i Racconti sanguinari curati da Dario Argento.

Si producevano 7/8 titoli al mese, quanto un buon editore medio, i libri erano presenti nelle librerie, i giornali se ne occupavano, i ricavati delle vendite arrivavano regolarmente e venivano ripartiti con i diversi editori. Nel suo anno e mezzo di vita Ar&a arrivó a pubblicare piú di cento titoli, alcuni con un buon successo immediato come Il Superuomo di massa di Umberto Eco e Fantasmi italiani di Alberto Arbasino, oppure La fabbrica della strategia, 33 lezioni su Lenin di Toni Negri, Alice è il diavolo del collettivo A/traverso, e poi molti titoli delle Edizioni delle donne, in particolare S.C.U.M., manifesto per l'eliminazione dei maschi di Valerie Solanas.

Ma nell'inverno 1978 l'Ar&a è costretta a interrompere la sua attivitá . Approfittando della lotta contro il terrorismo la repressione aveva cominciato a aggredire la parte piú esposta del movimento, l'informazione, l'editoria, le librerie, con continue perquisizioni e denunce. Minacce di arresto da parte dei carabinieri avevano convinto il socio finanziatore a sospendere temporaneamente le pubblicazioni, arresto che poi è diventato definitivo.

 

L'esilio

La repressione si accaniva contro il movimento colpendo anche situazioni culturali considerate fiancheggiatrici, creando un clima molto pesante. Era necessario poter disporre di uno strumento di difesa contro gli attacchi alla libertá  di stampa e di opinione sempre piú allarmanti. Ho preso cosí l'iniziativa di dar vita a una nuova rivista che avrebbe dovuto creare un fronte a difesa di diritti ormai sistematicamente violati. Con un gruppo di scrittori e intellettuali che condividevano questa necessitá  è stato progettato un mensile culturale di intervento e di dibattito, "Alfabeta", con lo scopo di far valere i valori della cultura in una situazione degradata. Nel comitato di redazione avevo a fianco Maria Corti, Umberto Eco, Francesco Leonetti, Antonio Porta, Pierluigi Rovatti, Gianni Sassi, Mario Spinella, Paolo Volponi. Gino di Maggio era l'editore, tra chi curava la segreteria redazionale Carlo Formenti. Tutti si riunivano settimanalmente nella sede dell'Intrapresa di Sassi.

Ma quando il primo numero che avevo impaginato esce, il 20 aprile del '79, non mi trovavo piú in Italia. C'era stato il 7 aprile, l'inchiesta giudiziaria che aveva portato all'arresto di una cinquantina di appartenenti all'Autonomia, accusati anche di tutti i crimini commessi dai gruppi estranei che praticavano la lotta armata. Con i compagni superstiti abbiamo formato un Comitato 7 aprile e pubblicato un numero unico di un giornale per protestare contro gli arresti e preparare la difesa. Solo una decina di giorni dopo ho appreso dalla stampa di essere, insieme a Franco Piperno e a G.B.Marongiu, uno dei tre incriminati che erano sfuggiti all'arresto.

Ero stato cercato a un vecchio indirizzo romano che avevo lasciato da tempo. Senza perdere un istante mi sono organizzato per lasciare l'Italia, e non ho trovato di meglio che farlo con gli sci scendendo da Courmayeur a Chamonix sulla pista che attraversa il Monte Bianco. Ho poi raggiunto Parigi dove avevo diversi amici, il filosofo Lyotard è stato il primo a ospitarmi.

Sono stato il primo rifugiato politico a arrivare in Francia, ma ben presto molti altri sono seguiti per sfuggire alla repressione a tappeto che colpiva tutto il movimento, un vero esodo di diverse centinaia di compagni che si sono dovuti inventare una nuova vita per molti anni.

Era morto Demetrio Stratos, che con gli Area aveva suonato la musica del movimento, e anche in suo ricordo ho scritto il poemetto Blackout , come un'ode funebre sulla fine di un periodo cosí entusiasmante e doloroso. Dopo due anni passati a Parigi, dove era necessaria molta cautela a causa del governo di destra di Giscard d'Estaing, mi sono trasferito nella piú tranquilla Provenza. Continuavo a mantenere i rapporti con "Alfabeta", ricevevo i verbali delle riunioni settimanali e fornivo articoli e materiali dalla Francia. Mi sono occupato di una rivista in francese, "Change international", fatta insieme a Felix Guattari e al suo gruppo, con la collaborazione di Giairo Daghini che molto spesso mi raggiugeva da Ginevra dove insegnava all'universitá .

In Provenza ho conosciuto un giovane esule appena arrivato che è venuto abitare nella mia casa di campagna a Puyricard, presso Aix-en-Provence. Era Sergio Bianchi con cui ho scritto Gli invisibili, che è la sua storia e quella di tutti i giovani militanti degli anni '70.

Nel maggio del 1984 si è concluso il processo 7 aprile. Le mie incriminazione erano state pesantissime, associazione sovversiva, banda armata e 19 omicidi tra cui quelli di Aldo Moro e della sua scorta. L'accusa aveva chiesto per me 10 anni ma la sentenza è stata di assoluzione.

Dopo tanti anni sono cosí potuto rientrare in Italia, ma la mia prima impressione è stata di sgomento. Ritrovavo un paese in piena restaurazione, le vicende del passato piú recente erano state ipocritamente rimosse, nessuno parlava piú di politica, il consumismo era all'ordine del giorno, Milano da capitale dell'industria e della cultura era diventata il regno dei sarti. La moda dominava, tutti si vestivano di etichette.

Mi ci è voluto un certo tempo per abituarmi, ma ho continuato a dividermi tra l'Italia e la Francia. Gli editori avevano purgato i loro cataloghi di tutti i libri estremisti pubblicati nel decennio precedente e che avevano fruttato loro lauti ricavi. Mi sono rivolto alle maggiori case editrici per la pubblicazione degli Invisibili , ma tutte hanno opposto un gentile rifiuto. Il libro è stato infine accettato dalla Bompiani per intercessione del suo maggiore autore di successo, Umberto Eco. Ha ottenuto un buon esito di vendite e di critica, pur suscitando reazioni rancorose. La stessa sorte qualche anno ha avuto L'editore , sulla figura di Feltrinelli, con cui ho completato la mia trilogia sugli anni '70.

Ma si sentiva la necessitá  di un lavoro storico generale che rendesse conto di quel periodo, dopo che una valanga di articoli, libri, trasmissioni televisive l'avevano definitivamente etichettato come "gli anni di piombo", del terrorismo e dei crimini, cancellando il vissuto della parte migliore di due generazioni, che era stata annientata per aver creduto al sogno impossibile di far nascere una societá  piú giusta e piú umana. L'occasione si presentó nel 1988, quando l'editore Sugar mi chiese un libro per i vent'anni dal Sessantotto. Insieme al fantastico libraio Primo Moroni, memoria e archivio del movimento, preparammo un progetto chew ne raccontava le vicende, dalle lotte dei primi anni '60 alla sconfitta finale del movimento. Fu un grande lavoro, raccogliendo documenti, cronache e testimonianze, con l'attiva collaborazione di Sergio Bianchi, che ha poi curato una seconda edizione rivista del libro, oggi in circolazione nei tascabili Feltrinelli. Lo intitolammo L'orda d'oro .

 

Tratto da "Gli autonomi- Le storie, le lotte, le teorie" a cura di Sergio Bianchi e Lanfranco Caminiti, volume III, Derive Approdi (pp. 347, corredato da Dvd con materiali di archivio, euro 25)

 

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