News per Miccia corta

16 - 09 - 2008

Tutti contro Sofri. Un intervento di Sergio Segio

 

 

 


 

di Sergio Segio

 


Tutti contro Sofri. O quasi. Basterebbe questo per esprimere vicinanza all'ex leader di Lotta Continua. Se non altro per sottrarsi alla consueta ressa di chi corre in soccorso del vincitore.

La mia − presumo scomoda − solidariet√°¬† oltre che da antica amicizia e stima √® motivata anche da una ragione personale. Infatti anch'io, sapete, non sono mai stato un terrorista. Omicida politico e militante della lotta armata s√≠, ma non terrorista. La definizione che di questa "categoria"¬Ě fornisce Sofri non mi convince, poich√© credo che il carattere di indiscriminatezza che appunto caratterizza il terrorismo comporti il fatto che esso non si rivolga verso "parti nemiche"¬Ě e non ricerchi consensi: l'incertezza dell'attribuzione, o talvolta, il sapiente mascheramento fanno parte della strategia del terrore, che si indirizza indistintamente verso chiunque. Come appunto anche la strage di piazza Fontana ha dimostrato. Semmai sono le guerriglie o le lotte armate che si rivolgono contro le parti considerate nemiche e operano cercando di allargare il consenso in quelle reputate amiche. Normalmente, le lotte armate rivendicano le proprie azioni, mentre il terrorismo mistifica e nasconde le paternit√°¬† degli attacchi; i quali sono quasi sempre stragi non singoli e mirati obiettivi.

Mi ritrovo semmai in una considerazione espressa da Francesco Cossiga riguardo gli "anni di piombo"¬Ě: ¬ęPiano con i "terroristi"¬Ě. Rileggendoli ora, quei dati, e considerando che sono state sei o settemila le persone finite in carcere per periodi pi√ļ o meno lunghi, va ricordato che aveva ragione Moro: ci trovavamo davanti a un grosso scoppio di eversione. Non di terrorismo. Il terrorismo ha una matrice anarchica che punta sul valore dimostrativo di un attentato o di una strage. L'eversione di sinistra non ha mai fatto stragi. Ci trovavamo davanti a una sovversione. A un fenomeno politico. A un capitolo della storia politica del Paese¬Ľ (articolo a firma Gian Antonio Stella, in "Sette"¬Ě, magazine del "Corriere della Sera"¬Ě, 7 febbraio 2002).

Ma evidentemente non si tratta di questione terminologica o scolastica. Davanti e sopra le definizioni stanno i morti, le famiglie, le sofferenze e i lutti.

La puntigliosit√°¬† nominalistica − epper√≥ fondata nella qualificazione giuridica del reato contestato e nella sentenza che lo ha condannato − su cui Sofri insiste ancora oggi sul "Corriere della Sera"¬Ě non deve impedire di cogliere un punto centrale da lui sollevato: riconoscere anche Pinelli (aggiungerei: i tanti Pinelli, gli Zibecchi, i Roberto Franceschi, i Franco Serantini...) come vittima. Scrive Sofri: ¬ęPenso a Pinelli come a una vittima del terrorismo di stato, l'ultima vittima della strage di Piazza Fontana¬Ľ. Io direi invece che come Pinelli √® stata la diciasettesima vittima della strage, Calabresi ne √® stata la diciottesima. E poi ne sono venute altre, inanellate in una tragica sequenza di morti solo in apparenza scollegate e distinte: Giangiacomo Feltrinelli, Sergio Ramelli, Enrico Pedenovi, Giuseppe Ciotta, Emilio Alessandrini. E tanti, troppi, ancora.

Del libro degli anni Settanta in tutta evidenza non è ancora stata voltata l'ultima pagina. Anche perché i diversi capitoli mostrano parecchi buchi. Vi sono pagine strappate che vanno ricomposte, pagine nascoste che vanno scoperte e inserite per poter leggere il libro per intero, e poterlo alfine archiviare, assieme a quel Novecento di cui è stato parte.

Quella storia va letta sino all'ultima riga. Ma partendo dall'inizio.

Ad esempio, quando il direttore di Repubblica, intervenendo a una trasmissione televisiva per presentare il libro di Mario Calabresi, dice testualmente: ¬ęLa questione del terrorismo in Italia √® chiarissima: √® qualcosa che √® impazzito nella met√°¬† del campo della sinistra, nella met√°¬† del campo del comunismo, ibridato con alcune istanze radicali¬Ľ, dice una verit√°¬† parziale e anzi fuorviante.

La storia, infatti, ha un carattere processuale dal quale non si pu√≥ seriamente prescindere. Non si pu√≥ fare a meno, dunque, di ricordare − e di informare chi non c'era − come √® cominciata l'intera vicenda della degenerazione armata e della strategia della tensione. Invece, negli ultimi anni, √® stato espunto dal dibattito pubblico ogni riferimento su cosa √® venuto prima di quell'impazzimento di cui ha parlato Ezio Mauro.

Vale a dire le stragi, le compromissioni con esse di pezzi dello stato, le degenerazioni istituzionali, i tentativi di golpe.

Uno dei fondamentali punti di snodo, se non il punto di inizio, è la strage di piazza Fontana. E la morte di Pino Pinelli. In un quadro che viene costantemente rimosso, ma che è decisivo per capire: vale a dire il contesto internazionale della Guerra fredda.

 

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Sofri vuole allontanare da s√©, e da Lotta Continua intera, l'accusa di terrorismo, perch√© tra questo e la violenza ¬ęun confine c'era¬Ľ. Penso sia una innegabile verit√°¬†. Anzi, penso che si via stato un confine tra violenza organizzata (quella teorizzata e praticata anche da Lotta Continua) e lotta armata. Tanto √® vero che chi in Lotta Continua a un certo punto decise che bisognava passare alla lotta armata, dovette uscire da quell'organizzazione. Io, tra i tanti altri. Decisione sciagurata e sicuramente evitabile. Ma forse pi√ļ facilmente evitabile se l'uso della violenza politica non fosse stato cos√≠ a lungo (e ben prima ancora della nascita di LC e della sinistra extraparlamentare) contemplato ed enfatizzato, moralmente e culturalmente accettato, promosso e organizzato.

Qui mi pare abbia ragione Erri De Luca quando, all'intervistatore che gli domanda se anch'egli avrebbe potuto scegliere la lotta armata, risponde: ¬ęAvrei potuto, s√≠, ma guarda che noi non facevamo una lotta disarmata. La lotta armata, rispetto a quello che facevamo noi, era diversa solo perch√© gli altri facevano di quella attivit√°¬† l'unica forma di espressione politica. Per noi quello era semplicemente un accessorio maledetto della grande lotta politica pubblica¬Ľ. Aggiungendo poi a proposito delle armi possedute da LC: ¬ę¬ęChe io sappia quelli che le detenevano le hanno passate ai gruppi combattenti. Se chiudi un giornale passi la tipografia a quelli che vogliono farne un altro. Le armi le passi a quelli che vogliono sparare¬Ľ (Intervista a Erri De Luca di Claudio Sabelli Fioretti, Magazine del "Corriere della Sera"¬Ě, 9 settembre 2004).

√°ňÜ questa la differenza. Per gli uni le armi (e gli omicidi politici) erano strumento programmatico, e via via esclusivo, da rivendicare. Per gli altri strumento occasionale, da sottacere. Una piccola-enorme differenza. Richiamarla, com'√® giusto, presupporrebbe riconoscere ‚Äď e Adriano ora onestamente lo fa − che anche i "terroristi"¬Ě, vale a dire i lottarmatisti, non erano mostri caduti dalla luna, ma erano parte, se non proprio prodotto, della storia della sinistra, e anche di Lotta Continua. Non erano belve sanguinarie ma persone allucinate dall'ideologia e progressivamente disumanizzate dai mezzi usati se non dagli obiettivi prefissati.

A lungo, pressoché tutta la sinistra ha preferito invece negare ogni parentela, rivendicando un solco ampio, un insuperabile fossato tra sé e chi prese le armi. Quel solco vi è stato, ma era assai sottile. In alcuni anni e momenti, sottilissimo, come il ghiaccio sui laghi in primavera. E questo vale per gli anni Cinquanta e Sessanta, non solo per i Settanta.

L'omicidio di Luigi Calabresi, al di l√°¬† di come volemmo interpretarlo noi (intendo noi che demmo vita a Prima Linea), vale a dire l'atto fondativo, l'innesco di un percorso teso verso la lotta armata e la guerra civile, ebbe invece intenzioni puramente e squisitamente "giustizialiste"¬Ě, di giustizia alternativa tesa a supplire quella inadempiente, complice e compromessa dello stato. Una "giustizia terribile"¬Ě: quella della pena di morte, che oggi reputo di per ci√≥ stesso il contrario, la negazione della giustizia. Sempre e comunque, verso chiunque si rivolga, colpevole o innocente che sia: una consapevolezza che costituisce un vaccino morale e culturale di cui tutti, ma proprio tutti, allora eravamo privi.

E mi pare sia questo, questo ristabilimento di differenze, ci√≥ su cui oggi insiste Sofri. A ragione. Ha ragione. Pure e per√≥ penso che l'omicidio del commissario Calabresi abbia costituito un punto di non ritorno, che continua a essere sottovalutato. Non solo perch√© alla uccisione di un uomo non c'√® rimedio, e questo s√≠ crea un solco tremendo. Ma perch√© ha rappresentato il primo salto dalle parole di morte alle azioni di morte, dalla morte come incidente, per quanto prevedibile, alla morte come paziente costruzione. Come intenzionalit√°¬†. L√≠ si √® mandato in frantumi un tab√ļ non pi√ļ ricomposto e forse non pi√ļ ricomponibile.

Su questo, su una riflessione vera e approfondita sui nessi tra violenza, opzione rivoluzionaria, lotta armata, terrorismo e potere bisognerebbe forse soffermarsi. Dopo il 1989, la sinistra (tutta, non solo quella estrema) ha archiviato il Novecento, limitandosi a chiudere in un cassetto teorizzazioni e pratiche che pure le sono appartenute. Ma ció che viene rimosso anziché essere elaborato è destinato a ripresentarsi, ad alimentare non detti, omertá , falsificazioni.

 

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√°ňÜ un triste segno dei tempi che a ricordare la vicenda di un anarchico trattenuto illegalmente in questura e morto precipitando da una finestra e a denunciare un doppiopesismo nella memoria e nel cordoglio pubblico sia lasciata sola la persona che si trova nella posizione pi√ļ scomoda per farlo, Adriano Sofri.

Certo, le memorie sono lacerate, le ferite sono ancora aperte, il sangue irrisarcibile, i torti e le ragioni acclarati dalla Storia. Eppure, lo sforzo per riconoscere anche il dolore degli altri √® la porta stretta attraverso cui una societ√°¬† deve passare per superare lacerazioni e ferite. Se non sa farlo, se non vuole farlo − e anche il dibattito di questi giorni ne √® segnale eloquente − quel passato √® destinato a riviverlo continuamente, senza averne assimilato alcun insegnamento. La pietas per le vittime, per tutte le vittime, si fonda sul ricordo e sul rispetto non sull'incapacit√°¬† di elaborazione.

Ogni popolo guardi al dolore dell'altro e non solo al proprio e sará  pace, ha detto il cardinal Martini a proposito del Medio Oriente. Fatti i necessari ed evidenti distinguo, credo che questo valga anche per le lacerazioni degli anni Settanta: solo questa considerazione e questo sentimento possono fondare la riconciliazione e un reale superamento.

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