News per Miccia corta

14 - 09 - 2008

Anni `70. L`accusa di Sofri

 

(il manifesto, sabato 13 settembre 2008)

 




Gabriele Polo

 


Adriano Sofri (sul Foglio dell'11 settembre) è ritornato sull'assassinio del commissario Luigi Calabresi per ricordare che quell'omicidio non è collocabile nella storia del terrorismo italiano, come invece era stato fatto a New York (e, poi, con un articolo su la Repubblica ) da Mario Calabresi, in occasione della giornata organizzata dall'Onu in memoria delle vittime del terrorismo. L'intervento di Sofri ha suscitato le reazioni della destra italiana (in particolare del Giornale di ieri) che l'hanno accusato di «rivendicare» quell'omicidio e di coprirne gli esecutori pur sapendo chi siano.

 

 Evidentemente ricollocare i fatti nel loro contesto storico, chiamare le cose col loro vero nome e affrontare con gli strumenti della ragione politica gli anni '70 d'Italia, tutto questo continua a essere bandito, dopo che giá  è stata bandita la veritá  giuridica con la sentenza che condanna ancor oggi Sofri al carcere come mandante dell'uccisione di Calabresi. E ció, nonostante il fatto ampiamente ricordato da Sofri nel suo articolo - che quello stesso obbrobrio giuridico escludesse (dalle richieste dell'accusa alla sentenza finale) il reato di terrorismo per quella vicenda. Insomma, il danno e la beffa: per la giustizia italiana Sofri è colpevole di omicidio ma non è un terrorista, mentre magari non è colpevole ma è lo stesso un terrorista per chi riscrive a propria misura la storia politica degli anni '70 - magari per interdire qualunque possibile soluzione «politica» di quegli anni, qualunque amnistia o grazia che possa permettere ai protagonisti di allora di confrontarsi liberamente su quegli anni e trarne alcune lezioni. Invece no, gli anni '70 devono rimanere il contorto buco nero della storia italiana in cui è possibile gettare tutto (servizi deviati e ideologie politiche, ossessioni giovanili e movimenti di massa) affinché nulla emerga in luce. «Appoggiandosi» strumentalmente a questo scopo al dolore dei parenti delle vittime. Cosí la ricerca della veritá  storica di Sofri viene letta come «rivendicazione» di un omicidio che invece lui condanna, il suo tono appassionato come «complicitá » con esecutori che vuole (o, addirittura, «deve») coprire. E l'omicidio Calabresi sbattuto in mezzo a una sequela di fatti sanguinosi, dal sequestro Moro alla strage di Beslan. Passa, invece, inosservata la principale «prova» che l'ex leader di Lotta continua porta a sostegno del suo ragionamento: il fatto che fin dall'atto d'accusa i tribunali che l'hanno condannato (insieme a Bompressi, Pietrostefani e grazie alle accuse di Marino) non abbiano mai contestato il reato di terrorismo, comprendendo perfino loro che era troppo, che l'omicidio Calabresi si colloca in un contesto storico da riconoscere per quel che era, al di lá  delle biografie dei singoli. Invece i cortocircuiti della propaganda cercano al terrorismo italiano una data d'origine nell'omicidio Calabresi, precipitano cosí nelle equazioni, cancellano tutte le differenze: presto magari il prossimo anno - approfittando delle biografie sposteranno quella data di nascita sul '69 operaio. C'è poi l'altro rimosso degli accusatori di Sofri. La parte che lui dedica a Pino Pinelli. Ricordando quell'omicidio non per giustificarne un altro, ma per affermare come una campagna politica non possa essere equiparata a una sentenza di condanna a morte e interrogandosi sul perché - in quegli anni - essa abbia potuto nutrire umori omicidi. Sofri protesta contro la riduzione a vittima minore del ferroviere anarchico, non solo giuridicamente (nessuna condanna) ma anche politicamente nei mancati riconoscimenti e nell'abbandono istituzionale di cui continua a essere vittima Licia Pinelli. E, anche questo, fa parte di un uso politico della nostra storia, perdipiú sempre piú giocato da una parte sola. Ricordarlo non rappresenta una giustificazione di altro ma un contributo di veritá . A volte, per farlo, non basta il pacato ragionare, serve un urlo arrabbiato.

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