News per Miccia corta

14 - 09 - 2008

Quel buco nero del post-fascismo tra berlusconismo, abiure e nostalgie

 

(la Repubblica, domenica, 14 settembre 2008)

 


 


 

 

 

Giá  durante la visita in Israele nel 2003 parló del fascismo come del male assoluto

Nel '93 Fini definí Mussolini il miglior statista del secolo, salvo poi cambiare idea

 

FILIPPO CECCARELLI




"Né rinnegare, né restaurare" è stato fino all'ultimo (maggio 1988) lo slogan, il programma, il personale atteggiamento di Giorgio Almirante nei confronti del fascismo. E basterebbe questo ricordo, oggi, a inquadrare la svolta antifascista del suo figlio spirituale, delfino e successore Gianfranco Fini. Che poi, in realtá , come quasi tutte le svolte della politica c'è, ma è anche abbastanza relativa.

Giá  al congresso di Fiuggi, in effetti (gennaio 1995), venne approvato a larghissima maggioranza un documento con il quale il nuovo partito, An, faceva suoi i valori dell'antifascismo. Il problema, semmai, è che la politica di questo tempo ha scarsa memoria e nell'era dei talk-show le parole hanno perso il loro peso e la loro drammaticitá . Ha scritto un brillante autore di destra come Marcello Veneziani che a Fiuggi, localitá  inesorabilmente deputata alle cure urologiche, il fascismo fu espulso come un calcolo renale. Diversi anni dopo, in saggio tanto lucido quanto efferato sull'attuale classe dirigente di An (Il passo delle oche, Einaudi, 2007) il giornalista Alessandro Giuli ha usato, riguardo al fascismo rigettato, un'altra immagine, anch'essa significativamente inorganica: «Come segatura spazzata via in fretta e furia».

Tra malattie renali e incidenti stradali, lodevoli svolte, ma anche richiami della foresta, e oscillazioni, furbizie, deragliamenti, opportunismi, quel passato lí rimane comunque un buco nero nella storia e nel presente della destra italiana. Sulla linea di Fini, An ha giá  subíto in 13 anni ben tre scissioni (Rauti, Mussolini e Storace), a parte le periodiche scomuniche di donna Assunta. E tuttavia, piú importante di quanto hanno detto Alemanno e La Russa l'altro giorno, è perché l'hanno detto. E questo vale anche per Fini, ieri.

Sarebbe bello - tanto piú al giorno d'oggi - delineare le effettive traiettorie politiche sulla base delle affermazioni di principio dei leader. Prima di Fiuggi ci fu la visita alle Fosse Ardeatine (dove Alemanno, per dire, è giá  stato diverse volte). Dopo Fiuggi venne Verona (marzo 1998) e allora il processo di abiura del fascismo a tal punto si intensificó da preoccupare lo stesso Berlusconi, che infatti arrivó a quel congresso con due camion pieni di copie de Il libro nero del comunismo, in regalo per il gentile pubblico. A via della Scrofa reclamizzavano la nascita del circolo "Alcide De Gasperi", e nelle mozioni del congresso di Bologna (aprile 2002) menzionavano Croce, Sturzo, Salvemini, perfino Gramsci e i fratelli Rosselli. Ma quanti leggono, ormai, le mozioni congressuali? Quanti sanno che La Russa si è tolto il secondo nome, Benito, dalla Navicella?

Le moltitudini guardano la tv. Bene, un giorno l'eccellentissimo Enrico Lucci riuscí a far sconfessare a Fini un lontano (1993) giudizio su Mussolini "miglior statista del secolo". Riconobbe il leader, mentre la iena doveva vedersela con le guardie del corpo del capo: "No, oggi non lo direi piú". Giá  da un pezzo era iniziato il laboriosissimo processo di accreditamento presso Israele, attraverso la comunitá  ebraica nazionale. Per quattro, cinque volte quel fatale viaggio in Terra Santa fu trionfalmente annunciato e poi rovinosamente disdetto: sembrava quasi che a Tel Aviv volessero prendersi gioco di An. Quando Fini partí, finalmente (novembre 2003), per dare il senso di un'autentica rivoluzione dovette usare una categoria teologica, quella del "male assoluto". Ancora non è del tutto chiaro se in quell'occasione il presidente di An, al santuario dell'Olocausto, con la kippá  sul capo, si riferiva alle leggi razziali, ma il sistema dei media - che nel frattempo ha guadagnato una sua rapida potenza - estese la scomunica all'intera nozione storica di fascismo. Fini accettó, e anche allora si disse, come a Fiuggi, come a Verona e come oggi, che il processo era compiuto.

Ma quando è in causa un mondo, un'entitá  collettiva, un pezzetto di paese, un partito, un elettorato, sono sempre vicende piú lunghe e complesse, fatte pure di riallineamenti simbolici, vibrazioni dell'immaginario, passaggi che di solito non si misurano una volta per tutte con acclamazioni o rampogne. Quando si dice un buco nero s'intende appunto qualcosa di d'inesplicabile, un vuoto, un ristagno e anche un vortice che trascende gli inconfessabili camaleontismi o i solenni strappi dei leader. Cosí ogni tanto spuntano fuori, anche sui muri, foto di un Fini abbastanza uguale a com'è oggi che fa il saluto romano. Ancora in questi giorni sta per uscire, per la Kaos, a cura di Corrado De Cesare, L'ex fascista del Duemila, sottotitolo Le radici nere di Gianfranco Fini, fin troppo meticolosa antologia (1987-1994) di pensieri divenuti imbarazzanti, nella loro remota prossimitá .

Il punto, semmai, è in che modo la classe dirigente di An ha riempito il buco nero del suo passato: piú neofascista, in veritá , che fascista. Perché la questione è l'abiura, certo, ma un po' sará  anche quello che viene dopo, o al posto di. E qui onestamente non è che si capisce tanto bene: liberalismo, abbronzatura, sacri valori, belle figliole, un pizzico di federalismo, una spolveratina di sottogoverno, una fiction sul futurismo, multe alle prostitute, tribuna Vip, laboratori d'analisi in convenzione...

Per certi versi, senza voler mancare di rispetto, si puó ipotizzare che dopo tanti anni, deposto quel loro fardello incandescente, gli "esuli in patria" hanno trovato casa, completa di garage, cantina, tavernetta e sala-hobby. Berlusconi li ha giá  portati dal notaio. E Almirante da lassú è possibile che non se ne curi proprio.

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