News per Miccia corta

14 - 09 - 2008

Storia & Memoria. Gli internati nell`Italienerlager

 

(Liberazione, domenica, 14 settembre 2008)

 


 

Filippo Proietti *




Berlino

Alla periferia sud-est di Berlino il fiume Sprea divide in due il vecchio quartiere industriale di Schá¶neweide. Sull'acqua si specchiano costruzioni in mattoni rossi e vecchi impianti della Aeg. In una scuola materna evangelica, tra le case della parte bassa di Schá¶neweide, i bambini giocano all'aperto e ci guardano incuriositi quando suoniamo al campanello del loro asilo. L'ambiente è accogliente, allegro, alle pareti sono appesi dei disegni. Per poter parlare con la maestra dobbiamo ritiraci nel suo ufficio, tanto è il chiasso dei piccoli all'ora d'uscita. Quando le spieghiamo che siamo alla ricerca dei nomi di alcuni italiani scritti sui muri della cantina della scuola, non si scompone molto. Ci dice di non averli mai visti, ma incuriosita si prende una pausa e ci accompagna nel sotterraneo. La luce è fioca, la cantina ha piú pareti di quante pensassimo e quelle scritte, che conosciamo da alcune vecchie fotografie, non si fanno trovare. La maestra ci segue e intanto chiede: «Erano italiani? Lavoratori forzati?», poi taglia corto: «Forse è inutile cercare, come vede alcuni muri sono stati riverniciati.

Tra le mura di questo asilo e nelle altre undici costruzioni attigue, lunghe e basse, furono alloggiati dal maggio del 1944 sino alla fine della guerra circa 500 italiani, Zwangsarbeiter , lavoratori coatti, che condivisero il Lager con donne provenienti dal Belgio, dalla Francia e dalla Polonia.

Da allora sono passati piú di sessant'anni, ma per dimenticare questo luogo bastarono pochi mesi. Giá  nel 1945 una delle tredici baracche fu rasa al suolo, le altre furono riutilizzate dall'Armata Rossa come deposito di carta per l'amministrazione militare sovietica. Nel 1946 il lager prese la forma che ha oggi.

Nella baracca attigua all'asilo c'è una sauna, a giudicare dal viavai di signore con gli asciugamani sotto braccio e dal vapore che esce dal camino, ancora in piena attivitá . A seguire due officine meccaniche, mentre dalla parte opposta all'asilo, affacciato sulla Rudower Strasse, un cartello annuncia "Sala Bowling: per l'amicizia tra i popoli". Lí, tra un boccale di birra e l'altro, vengono fatti ancora saltare i birilli. Accanto, circondata da erba alta, c'è un'altra baracca, chiusa e abbandonata.

L'altra metá  del complesso durante la Ddr divenne un importante istituto per la ricerca sui vaccini, che dopo la caduta del Muro passó all'industria Koch, per poi traslocare definitivamente nel 1995. Allora i giornali scrissero per la prima volta di quelle case: "Scoperto un lager Nazista". Sei anni dopo, grazie all'impegno di alcune organizzazioni locali, nell'area fu costruito un centro di documentazione sul lavoro coatto.

Il campo Gbi 75/76 è l'ultimo esempio di Lager per i lavoratori forzati a Berlino rimasto quasi completamente intatto, per la sua robusta struttura in pietra e, soprattutto, grazie all'immediato reimpiego nel dopoguerra. In tutta la cittá  furono un migliaio i campi di questo tipo, cento solo nella zona di Treptow-Schá¶neweide. Fu proprio "l'architetto del Führer" Albert Speer, allora ministro degli armamenti del Terzo Reich e capo del Generalbauinspektor (Gbi), l'Autoritá  per la costruzione dei campi di lavoro, a decidere di piazzare il baraccamento nel mezzo di questo importante polo industriale tedesco.

Il nostro girovagare per la cantina si interrompe quando ci accorgiamo di alcuni segni sul muro. Riusciamo a decifrare un nome, Angelo, e una data, 30/10/44. Poi su un altro mattone, ben piú leggibile, la scritta: Antonio Kerstich, 4-1-1923, Zara. Un italiano dalmata, nato nella cittá  che oggi appartiene alla Croazia. Molto probabilmente si tratta di scritte lasciate mentre si rifugiavano da uno dei tanti bombardamenti aerei alleati che distrussero Berlino.

In una teca, conservata nelle baracche del centro di documentazione, c'è la "carta di controllo" di un certo Giovanni Molteni, "residente" a Niederschá¶neweide, Gbi Lager 75/76, all'epoca ventunenne. Fu prigioniero di guerra o, come vennero nominati dalla Germania di allora, italienischer Militá¤rinternierter , abbreviato in Imi. Furono 435, secondo una lista del Gbi, i militari italiani internati. Li fecero lavorare come edili. Poche le tracce della loro presenza, ma sufficienti perché il campo sia oggi soprannominato Italienerlager .

«Probabilmente ci sono stati anche lavoratori civili, ma in larga parte erano Imi» spiega la direttrice del centro, Christine Glauning, mentre ci apre la porta della baracca abbandonata, la numero 13, che a breve sará  comprata dal Land di Berlino. «Anche questa fará  parte del centro di documentazione», dice la Glauning, felice di poter portare alla luce un altro pezzo di storia. «Della vita nel lager di Schá¶neweide si sa poco, ma speriamo di poter trovare ancora un sopravvissuto che ci possa raccontare qualcosa delle condizioni di lavoro e di vita nel campo».

Scendiamo nella cantina-bunker. E' buio, camminiamo dietro una torcia. Dopo pochi passi, sulle pareti iniziano ad apparire delle scritte. Stavolta niente nomi, ma numeri: sono date. "21-3-45", "22-3-45", "8-4-45", "3-4-45 2 Volte". Anche qui sono venuti a rifugiarsi gli italiani. Ad ogni loro discesa devono aver scritto il giorno in cui hanno rischiato di non tornare piú in superficie. C'è anche un "Non si fuma" e un "Riservato". Poi anche qui le scritte diventano illeggibili. Qualcuna è pressoché scomparsa. Solo un buon lavoro di restauro potrá  riportarle alla luce. Dei 38mila Imi condotti a Berlino, gran parte morirono per le condizioni di lavoro disumane a cui furono sottoposti, per la fame o sotto gli attacchi aerei. Nel quartiere occidentale di Zehlendorf, fu costruito un cimitero militare italiano voluto dal Nunzio apostolico dell'epoca che si impegnó a identificare e a seppellire piú di un migliaio di internati militari.

Dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943, furono catturati dai tedeschi circa 650mila soldati italiani allo sbando. In sfregio alla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra, furono costretti ai lavori forzati nelle industrie belliche del Terzo Reich. L'etichetta Imi, che sfugge alle categorie militari, fu pensata apposta per ovviare alle convenzioni internazionali. «Alla Germania nazista interessava molto poco che i soldati si arruolassero nell'esercito che Mussolini stava cercando di costituire nella Repubblica Sociale Italiana», racconta lo storico Brunello Mantelli dell'Universitá  di Torino. «Goebbels lo scrive addirittura nel suo diario: il crollo italiano ci dará  modo di metter mano su qualche centinaia di migliaia di braccia».

Oltre ai militari, circa centomila civili italiani, immigrati per motivi di lavoro, durante la guerra finirono ai lavori forzati, come Zwangsarbeiter. Se fino al '43 gli italiani immigrati erano considerati come i lavoratori tedeschi, con il 25 luglio e l'8 settembre divennero anch'essi traditori, finendo per essere trattati alla stregua dei lavoratori polacchi e russi. Nell'agosto del '44 anche i militari furono "civilizzati" in modo coattivo, passando dallo status di Imi a quello di civili e, quindi, a tutti gli effetti lavoratori forzati.

Proprio in virtú di questi passaggi, la Cassazione italiana ha giudicato legittime le cause intentate dagli ex deportati nei confronti della Repubblica federale tedesca per ottenere il risarcimento delle sofferenze patite nei campi di lavoro. Una sentenza storica, che potrebbe ristabilire un po' di giustizia. Qualche settimane fa sono iniziati i processi a Brescia, Bari, Mantova, Firenze, Torino, Catania e in altre cittá . Ma alcune cause, come quella di Brescia, sono giá  state spostate al 2009. L'avvocato Joachim Lau, che segue alcune cause intentate dagli ex deportati, ha richiesto un anticipo sugli indennizzi, data l'etá  avanzata dei suoi assistiti e in previsione di processi lunghi e cavillosi. «La Germania contesta tutto - spiega Lau - contesta che esistano queste persone, contesta che vi siano stati campi di concentramento, che vi sia stato lavoro forzato. Quindi dovrá  essere tutto provato».

Nel 2000 la Repubblica federale tedesca istituí ex lege la fondazione Memoria, Responsabilitá  e Futuro per risarcire gli ex lavoratori coatti. Vennero indennizzati in prevalenza cittadini dell'Europa orientale. Gli italiani rimasero esclusi, nonostante nel 2001 fossero state presentate ben 120mila domande di risarcimento. Il motivo dell'esclusione, una beffa, è contenuto nella stessa legge, che prevede risarcimenti solo per i civili e non per i prigionieri di guerra. Tanto meno per gli Imi. Nel 2001 la perizia di un giurista tedesco, Christian Tomuschat, confermó l'interpretazione corrente della legge. «Un pessimo espediente», secondo Gerhard Schreiber, uno dei massimi storici militari tedeschi che si occupano delle deportazioni italiane. «Purtroppo si è deciso di escludere i sopravvissuti in base allo statuto di una fondazione e non al fatto che questi lavoratori forzati furono sottoposti a condizioni di vita e di lavoro barbariche».

Oggi il governo Berlusconi non sembra affatto volersi muovere in aiuto dei cittadini italiani che patirono quegli strazi. Se la decisione della Cassazione era stata infatti accolta come una svolta, dal ministro degli esteri Franco Frattini è arrivata una doccia gelida. Con un'intervista al quotidiano Süddeutsche Zeitung , Frattini ha totalmente deluso le aspettative di un sostegno governativo alla causa degli Zwangsarbieter italiani: invece dei risarcimenti, ha proposto il ministro concorde con la linea del governo tedesco, ai superstiti potrebbe essere dedicato «un gesto simbolico», come un monumento per i lavoratori coatti italiani in Germania. Una proposta che è suonata come uno schiaffo a tutti coloro che rivendicano ancora oggi giustizia.

«Insieme al lavoro di ricostruzione, l'associazione per la memoria dei Lager di Schá¶neweide ha portato avanti la causa degli indennizzi proprio per i lavoratori italiani. Finora senza successo», racconta Glauning mentre ci mostra il confine di quello che è ora il centro di documentazione. Al di lá , le stesse baracche sono state ridipinte di bianco e attrezzate a officine. All'entrata sventolano le bandiere della Bosch. «Una delle industrie che sfruttarono i lavoratori forzati». Un recinto col filo spinato divide questi due spazi. Stavolta in difesa di quel che è rimasto.

 

* DReport

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