News per Miccia corta

11 - 09 - 2008

Pino Pinelli e il terrorismo di Stato

 

(Il Foglio)

 

 

ADRIANO SOFRI

 

 


Mario Calabresi, sulla Repubblica di ieri, rendeva ampio conto di un incontro fra le vittime del terrorismo venute da ogni parte del mondo a New York per iniziativa del segretario delle Nazioni Unite. Lo stesso Mario Calabresi, in memoria dell'omicidio di suo padre, vi ha portato la voce delle vittime italiane dei cosiddetti anni di piombo, e le proprie riflessioni. Desidero muovere la piú ferma obiezione a questa considerazione dell'omicidio di Luigi Calabresi. Lo faccio a doppio titolo. Il primo, titolo tutt'altro che invidiabile, di condannato come mandante di quell'omicidio. Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio, e questa veritá  non si attenua di un millimetro col passare del tempo, e col mio passare il tempo di tanti anni in galera e da prigioniero; per di piú, come mostra una sola occhiata al paesaggio di rovine contemporaneo, in una mera dilapidazione. Il secondo è il pressoché universale silenzio, di volta in volta accorato o angosciato o vile, attorno a una distorsione di cose che in tanti abbiamo pur vissuto, in qualunque angolo di strada ci trovassimo. Io torneró distesamente, in un libro, se me ne basteranno le forze, sulla vicenda di Pino Pinelli e di Luigi Calabresi, che diventó anche la mia. Ma in questo caso non è della mia persona che si tratta. Il processo – tutte le sue innumerevoli puntate – contro di noi per l'omicidio Calabresi esordí, ormai vent'anni fa, ventilando una responsabilitá  in solido di Lotta Continua e dei suoi formali (e supposti) organi dirigenti, ma si sbrigó a abbandonare, giá  in istruttoria, questa strada temeraria, e si ridusse a imputare tre persone di un omicidio di diritto comune, senza muovere alcun addebito di associazione, o di fine di terrore. Un omicidio di privati contro un privato. Questo è rimasto, nonostanti le deliranti speculazioni di certe motivazioni di sentenze sull'intenzione di Lotta Continua di ammazzare un commissario per suscitare sulla scia di quel delitto la rivoluzione proletaria in Italia. Ma, direte, l'espediente giudiziario per circoscrivere l'accusa e ottenere la nostra condanna, non toglie niente alla sostanza civile e morale di quell'evento. Certo: purché non ci si attenti a definirlo come un atto di terrorismo. Mario Calabresi accenna alle difficoltá  che le stesse Nazioni Unite incontrano nella definizione di terrorismo – per ragioni faziose, peraltro, assai piú che per la complicazione e l'elusivitá  del tema. Considero terrorismo l'impiego oscuro e indiscriminato della violenza al fine di terrorizzare la parte supposta nemica e guadagnare a sé quella di cui ci si pretende paladini. In questo senso in Italia un terrorismo c'è stato, e ha trovato in Lotta Continua, nella manciata d'anni in cui volle esistere, fra molti errori e fraintendimenti e cattive azioni, un'opposizione decisa ed efficace. Parlo dell'avversione ai terroristi, non di quella per gli ex terroristi che anima oggi tanti coraggiosi. Io personalmente ebbi in LC un ruolo che mi costringeva e mi costringe a una responsabilitá  verso la sua storia intera, anche quando la mia responsabilitá  personale fu nulla, e cosí quella penale. Ora, se l'omicidio di Luigi Calabresi fu terrorismo, io, condannato come suo mandante, ero un terrorista. Un'affermazione come questa dovrebbe far vergognare tutti coloro che allora c'erano, in qualunque angolo di strada si trovassero. Mario Calabresi parla sentitamente delle vittime, "donne e uomini che stavano vivendo la loro vita e non erano in guerra con nessuno". Con Pino Pinelli, con Luigi Calabresi, non fu cosí. Non c'era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno. Per la strage di piazza Fontana – di cui tutto si sa, salvo che per i servi sciocchi – furono accusati a torto in modo premeditato e ostinato gli anarchici, quegli stessi che erano stati accusati a torto della serie di attentati che da mesi preparavano il 12 dicembre da cui l'Italia uscí stravolta. Di quella premeditazione e ostinazione fu comunque figlia la morte di Pinelli, innocente di ogni colpa. Luigi Calabresi, fosse o no nella sua stanza – io oggi tendo a credere di no, ci torneró a suo tempo – fu, non certo l'autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione. Che fosse in buona fede cambia poco, anche chi non riuscí e non riesce a credere al suicidio di Pinelli era in buona fede. Il tempo che passa, il rimpianto buono e la cattiva viltá  hanno trasformato tutto ció che avvenne in quegli anni in un'inconcepibile e infame demenza, le firme lucide o sventate di centinaia di personalitá  rispettabili o famose, e a volte sia rispettabili che famose, in un caso di follia collettiva, magari ai loro stessi occhi. Nel 1998, non nel 1971, Norberto Bobbio commentó il fatto che io avessi deplorato presso la signora Gemma Capra contenuti e tono della campagna di Lotta Continua contro Calabresi come un effetto di indebolimento della mia tempra prodotto dal carcere, e difese le ragioni del famigerato appello. L'omicidio di Calabresi – che è responsabilitá  di chi lo commise, e non di chi firmava appelli contro una sconvolgente vicenda di terrorismo di Stato e di omertá  istituzionali – fu l'azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca. Fu un atto terribile: e nato in un contesto di parole e pensieri violenti ereditati, e ravvivati, che ammettevano, per esaltazione o per rassegnazione, l'omicidio politico, come nel giudizio dell'indomani, quello sí scritto da me. Non vorrei mai averlo scritto, soprattutto non vorrei mai che fosse stato fatto. Ma chi potrebbe non provare lo stesso rimpianto e rimorso? Non rinuncerei, se non per ipocrisia o per indulgenza verso me stesso, a dire che le persone che si spinsero a tradurre nei fatti le parole che con tanti altri pronunciavano (e le nostre furono parole accanite di violenza, benché mai di terrorismo, perché un confine c'era) poterono, allora come in altri frangenti della storia, essere delle migliori. Io non riesco a condividere la frase che un mio amico e compagno di allora ripete come un esorcismo – "non si puó essere ex assassini". Certo che si puó. Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie, e che non se ne prenda, ciascuno per la propria parte, chi ce l'ha, una corresponsabilitá . I suoi autori erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime. Le vittime, infatti, sono state tante, e di tante diverse e opposte ferocie, e la spirale che le travolse – non certo solo di "neri" e "rossi" – sembra aver depositato, a una cosí enorme distanza, un'idea e soprattutto un sentimento piú unilaterale e rancoroso che mai, ad onta delle buone intenzioni e dei monumenti e dei giorni del ricordo. Io cerco di tenere a bada i cattivi sentimenti, provo pena di fronte alle contrapposizioni rinnovate fra i morti nostri e i loro, e tuttavia non riesco a impedirmi, quando leggo della lettura pubblica della Costituzione svolta dalla signora Gemma Capra al cospetto del Capo dello Stato, di chiedermi se qualcuno, un'autoritá  qualunque, abbia invitato la signora Licia Pinelli a leggere in pubblico la Costituzione. Forse è avvenuto e io non lo so. So che Licia Pinelli dice che non vorrá  mai leggere il libro di Mario Calabresi. Questo volevo dire oggi, per obiettare alla posizione espressa da Mario Calabresi nel prezioso incontro alle Nazioni Unite. Mi dispiace: argomenti come questo hanno bisogno di spazio e delicatezza, e sopportano male la risposta del giorno dopo. Ma io, sapete, non sono mai stato un terrorista.

 

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