News per Miccia corta

09 - 09 - 2008

Storia & memoria. 1924. Quella ``calda`` estate di pura delinquenza fascista

 

(Liberazione, martedí 9 settembre 2008)

 



 

Maria R. Calderoni




Il cadavere lo ritrovó il cane di un guardiacaccia la mattina del 16 agosto, nei boschi cedui della Quartarella, presso Riano, a venticinque chilometri da Roma. Ridotto ormai al solo scheletro, fu possibile riconoscerlo dai brandelli insanguinati della giacca che aveva indossato: era Giacomo Matteotti. Trentasei giorni dopo il suo rapimento, avvenuto alle 16.30 del 10 giugno 1924, in pieno sole, a due passi dal Parlamento. Il Delitto Matteotti, l'emblema storico e deflagrante della violenza squadristica dell'epoca.

I fatti, e il contesto, sono del tutto noti, basta un rapido riepilogo, seguendo la sequenza delle date. Il 30 maggio Giacomo Matteotti parla alla Camera e chiede che tutti i deputati fascisti, eletti nella consultazione selvaggia del 6 aprile, condotta tra brogli, olio di ricino e bastonature. siano invalidati. E' il discorso che sarebbe rimasto famoso: «Contestiamo in questo luogo e in tronco la validitá  delle elezioni della maggioranza»; è il discorso che finisce con la frase tragicamente profetica: «Uccidete pure me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai».

Il 1 giugno il "Popolo d'Italia" (il giornale del regime) lo bolla come «provocatore professionista»; mentre il duce si lascia andare a chiedere ai suoi sgherri (tipo Cesare Rossi e Giovanni Marinelli) che «gli tolgano dai piedi quell'uomo». Il 10 giugno Matteotti si prepara alla nuova seduta della Camera con un altro discorso particolarmente scottante in tasca: il discorso che non pronunció mai.

Da via Pisanelli dove abita, dunque, quel 10 giugno Giacomo Matteotti si avvia a piedi verso Montecitorio, prendendo per il lungotevere Arnaldo da Brescia. Sotto i platani è ferma un'auto, a bordo ci sono i sicari della polizia politica (Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria, Amleto Poveromo), gli balzano addosso, lo immobilizzano, lo caricano a forza sulla Lancia. Nella fase convulsa dell'aggressione, Matteotti cerca di difendersi, rompe un finestrino, riesce a gettare a terra il suo tesserino di deputato; lungo il tragitto, percorso tutto a sirena bloccata, lo picchiano selvaggiamente, lo tramortiscono colpendolo al volto con un pugno di ferro americano. Poi una pugnalata al torace lo uccide. E' verso sera quando i killer arrivano alla Quartarella e qui, servendosi del cric dell'auto, seppelliscono il cadavere del deputato socialista, dentro una fossa scavata in fretta, piegato in due.

«Con la carne di Matteotti ci faremo i salsicciotti», cosí arrivavano a "cantare" allora i piú sciagurati tra le camicie nere. E purtroppo il macabro refrain si attaglia bene agli spiriti animali dell'epoca. Il Delitto Matteotti riempí di orrore l'italia e il mondo ed è nei libri di storia con il risalto che certo richiede. Ma il contesto in cui è avvenuto, quel terrificante anno 1924, non è da meno: la cornice perfetta di una ininterrotta sequenza di aggressioni, devastazioni, omicidi.

Una casistica efferata, che inizia il 25 gennaio, subito dopo lo scioglimento della Camera e la convocazione delle elezioni fissate per il 6 aprile di quell'orribile 1924.

Il 27 gennaio è domenica, la prima pre-elettorale: a Genova i fascisti bastonano i deputati socialdemocratici Enrico Gonzales, Giuseppe Canepa e la Medaglia d'oro Raffaele Bossetti. Il 7 febbraio, a Brescia è aggredito il deputato socialista Nino Mazzoni. A Bari sono "banditi" i deputati socialisti-massimalisti Giuseppe Di Vittorio e Arturo Vella. Il 27 a Torino bastonato il segretario nazionale della Fiom Bruno Buozzi. Il 28, a Reggio Emilia prelevato dalla sua abitazione e ucciso il candidato socialista-massimalista Antonio Piccinini.

Marzo. Il 14 aggredito Alberto Giannini, direttore del "Becco Giallo" (foglio satirico antifascista); il 16, a Milano ucciso Antonio Corgiola, ex Ardito, ora in disaccordo; a Spilimbergo (Udine) percosso il deputato di opposizione Mario Ciriani; il 23, a Savona percosso il deputato del Partito popolare Paolo Cappa; il 24, protesta dell'"Osservatore romano" per le ripetute aggressioni fasciste contro sacerdoti.

Aprile. Il 6 le elezioni vedono il "trionfo" del listone fascista con il 66,9 per cento e quasi 400 deputati. 1 maggio, "Unitá ", "Avanti" e "Giustizia", che osano denunciare i brogli e le violenze prima e dopo la consultazione, sono costretti a uscire con ampi spazi bianchi, causa censura governativa; 10 giugno, a Roma rapimento Matteotti; 22 giugno, a Torino devastazione della casa di Alfredo Frassati, senatore e direttore della "Stampa";

27 giugno, l'opposizione, per protesta contro la violenza continua, decide la serrata alla Camera e inizia l'"Aventino".

A luglio è abolita per decreto la libertá  di stampa e la Milizia fascista entra a far parte delle Forze armate dello Stato. Ad agosto, 3 morti e numerosi feriti a Napoli; in settembre (esattamente il 5) aggredito a Torino Piero Gobetti: in novembre aggressioni a Roma e in varie cittá . In dicembre, sequestri di giornali di opposizione e sedi antifasciste ancora a Roma e poi a Firenze, Pisa, Siena, Bologna (mentre nella capitale, Nitti ha giá  subito una "passatina" dei fascisti che si premurano di sfasciargli la casa in via Alessandro Farnese; e Giovanni Amendola ha abbondantemente assaggiato - ne morirá  - il manganello squadristico in via di Porta Pinciana dove abita).

«Dalla metá  di agosto alla fine dell'anno 1924 - scrive Pierre Milza ("Mussolini", Carocci) - l'Italia fu in preda a una nuova ondata di violenze». La Milizia «fu equipaggiata con 100mila fucili moderni. La polizia e gli squadristi occuparono le sedi dei partiti antifascisti e dei giornali di opposizione. Numerosi circoli e associazioni ostili al regime furono sciolti. Si procedette a centinaia di perquisizioni e a decine di arresti. La caccia agli oppositori riprese con rinnovato vigore, costringendo numerosi antifascisti a entrare in clandestinitá  o a prendere la via dell'esilio».

Oltre al manganello, va forte, quell'anno, anche "la purga": la tortura "dell'olio di ricino" appena inventata da un poeta che si chiama Gabriele D'Annunzio.

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