News per Miccia corta

27 - 08 - 2008

Come ricomporre le ferite del '900

 

(la Repubblica, mercoledí, 27 agosto 2008)

 



 

Ogni popolo sembra avere un suo ventesimo secolo e lo ricorda a modo suo Perché è importante invece che la memoria sia condivisa 

 

 

 

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Pubblichiamo parte del documento di "Memorial", l'associazione russa fondata nel 1989 che compie ricerche sulla repressione politica in Urss nel XX secolo e sulla violazione dei diritti umani negli ex Paesi dell'Est. Dal 2004 ha una filiale italiana.




Il XX secolo ha lasciato ferite profonde e mai rimarginate nella memoria di tutti i popoli dell'Europa Orientale e Centrale. Rivoluzioni, colpi di stato, due guerre mondiali, l'occupazione nazista dell'Europa, l'inconcepibile catastrofe dell'Olocausto. Un susseguirsi di dittature, ognuna delle quali privava gli uomini della libertá , e in cambio imponeva valori unificati, obbligatori per tutti. I popoli acquisivano, perdevano e tornavano ad acquistare un'indipendenza nazionale intesa, per lo piú, nell'ambito dell'autocoscienza etnica, - e ogni volta l'una o l'altra comunitá  si sentiva offesa e umiliata. ሠla nostra storia comune. Ma ogni popolo ricorda questa storia a modo suo. La memoria nazionale rielabora e intende a modo proprio l'esperienza comune. E perció ogni popolo ha un suo XX secolo.

L'amarezza delle antiche offese puó avvelenare i rapporti fra i popoli: se non si trovano leader come Vá¡clav Havel che ebbe il coraggio di chiedere pubblicamente scusa ai tedeschi espulsi dalla zona dei Sudeti dopo la guerra e ai loro discendenti. Gesti simbolici che possono ridurre sensibilmente la tensione tra i popoli. Purtroppo è raro che persone della levatura morale di Havel diventino leader nazionali.

Oggi le discussioni su argomenti storici sorgono non tanto intorno ai fatti, quanto intorno alle loro diverse interpretazioni. Per una lettura coscienziosa dell'uno o dell'altro avvenimento, è necessario innanzitutto esaminarlo nel suo concreto contesto storico. Spesso tuttavia la scelta stessa di quel contesto genera valutazioni inconciliabili. Cosí, nel contesto della separazione forzata di Vilnius e della regione circostante dallo stato Lituano avvenuta nel 1920 e della loro successiva annessione alla Polonia, la restituzione di tali territori alla Lituania nell'autunno del 1939 appare un atto di ripristino della giustizia. Ma questo avvenimento è considerato in tutt'altro modo nel contesto del patto Molotov-Ribbentrop, della fine dello Stato polacco, e degli altri avvenimenti delle prime settimane della Seconda guerra mondiale. Come bisogna percepire gli avvenimenti del 1944, quando l'esercito Sovietico scacció i tedeschi dalla Lituania, dall'Estonia e da gran parte della Lettonia? Come una liberazione dei Paesi Baltici dagli hitleriani? Come un'importante tappa sulla via della definitiva vittoria sul nazismo? Indubbiamente; e infatti proprio cosí questi avvenimenti sono percepiti nel mondo. In Russia questa percezione è particolarmente acuta, fa parte delle basi su cui si fonda l'autocoscienza nazionale. Ma per gli estoni, i lettoni e i lituani le vittorie militari dell'Esercito sovietico significavano anche che i loro paesi tornavano a far parte dell'Urss, lo Stato che nel 1940 li aveva privati dell'indipendenza nazionale; significavano il ritorno del regime che dal luglio del 1940 al giugno del 1941, si era fatto conoscere con numerosi arresti e condanne per reati politici, deportazioni di migliaia di persone in Siberia e Kazachstan, esecuzioni sommarie nei primi giorni di guerra.

I cittadini della Russia e degli altri Stati entrati a far parte dell'Urss hanno il diritto di essere orgogliosi dei successi militari dell'esercito sovietico nel 1944? Senza alcun dubbio: questo diritto è stato pagato con il sangue di centinaia di migliaia di soldati. Ma devono sapere e capire che cosa, oltre alla liberazione dal nazismo, questi successi hanno portato ai popoli baltici. E questi ultimi devono ricordare che cosa significa per la Russia - e per l'umanitá  intera - la memoria della lotta dei popoli contro il nazismo.

L'elenco degli esempi in cui la memoria di un popolo entra in contraddizione con quella di un altro si potrebbe allungare. Queste contraddizioni non sono di per sé negative, al contrario: arricchiscono la coscienza storica di ciascun popolo e rendono piú articolate le nostre idee del passato. In quel settore della storia di cui si occupa l'Associazione "Memorial" (e cioè la storia del terrore di Stato sovietico) questa diversitá  di valutazioni è risultata non meno dolorosa che negli altri. Se non se ne prende coscienza, le tragedie del passato diventano la base per nuovi miti storico-politici, influiscono sulle mentalitá  nazionali, le distorcono, mettono paesi e popoli l'uno contro l'altro.

Quasi in tutti i paesi dell'ex "campo socialista" fioriscono oggi delle forme di riflessione storico-politica che inducono a concepire le "proprie" sofferenze esclusivamente come risultato della "altrui" cattiva volontá . Inoltre si esasperano ed estremizzano le valutazioni storico-giuridiche di quanto è avvenuto: per esempio, la parola "genocidio" è diventata moneta corrente nel lessico politico di tutta una serie di paesi postcomunisti. Noi ci rendiamo conto che anche valutazioni estremistiche di questo genere non di rado recano in sé una parte di veritá  storica. Ma riteniamo che una veritá  parziale sia sempre pericolosa: in primo luogo per coloro che sono pronti a prenderla per veritá  storica assoluta.

Quando si coltiva l'immagine del proprio popolo come "vittima", si finisce col sottrarsi alle proprie responsabilitá , a identificare il "carnefice" col vicino. Ma scrollarsi di dosso qualsiasi responsabilitá  e scaricarla sul vicino non è il presupposto migliore per la comprensione reciproca fra i popoli, e neppure per la propria rinascita nazionale. 

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