News per Miccia corta

06 - 10 - 2005

Silenzi di stato - le amnesie dei media e il potere dei magistrati

Pino Nicotri dal Blog su www.espresso.it

6 ottobre 2005

Quando i magistrati sbagliano,

in modo odioso e vanitoso


Il 17 marzo scorso ho scritto un blog per criticare, tra gli altri, Giovanni Minoli per una ricostruzione televisiva delle indagini per le bombe del 12 dicembre 1969, che provocarono tra l`altro la strage di piazza Fontana (17 morti e decine di feriti). Minoli aveva saltato a piè pari il merito fondamentale de L`Espresso (allora si scriveva con la E maiuscola) - e in particolare del suo inviato Mario Scialoja - nel crollo della pista anarchica e nella scoperta delle protezioni offerte ai colpevoli ­ prima e dopo la strage - da alti funzionari di polizia, servizi segreti e ufficiali dei carabinieri. Non a caso infatti quella tragedia è passata alla storia con il soprannome di `strage di Stato`. Il merito de L`Espresso è stato di avere scoperto nel settembre 1972 che ­ contrariamente a quanto veniva fatto credere ai magistrati ­ le borse che contenevano le bombe, della marca tedesca Mosbach&Grueber, erano vendute anche in Italia. Per l¹esattezza, anche nel Veneto e nella Padova dei neonazisti Franco Freda e Giovanni Ventura, nel frattempo imputati per altri gravi reati sovversivi. Si noti che di recente la Cassazione ha scritto che Freda è responsabile della strage di piazza Fontana, ma che non è piú processabile perché assolto in primo grado (grazie al sistematico sabotaggio delle indagini e perfino del processo da parte di chi avrebbe dovuto invece garantirne la celebrazione).

La stessa omissione mi è stata segnalata per un`altra trasmissione televisiva e, infine, l¹ho constatata di persona assistendo la sera di domenica 11 settembre al programma di Raitre intitolato `Blu notte ­ Misteri italiani`, condotto da Carlo Lucarelli. Piuttosto sorpreso da tanta insistenza in una ben strana omissione, grave anche dal punto di vista della professionalitá  giornalistica, ho inviato una e-mail a Lucarelli e alla responsabile del programma, Giuliana Catamo, per chiedere spiegazioni. Ma non ho ricevuto nessuna risposta. A questo punto vale la pena raccontare ció che in tv si sono ben guardati, con ostinazione, dal raccontare e di spiegare il perché di un comportamento cosí scorretto e balordo.

I FATTI - Il 2 settembre 1972 ­ mentre gli inquirenti brancolavano ancora nel buio e veniva tenuto in galera il colpevole designato, e cioè l`anarchico Pietro Valpreda - Scialoja consegnó all`allora giudice istruttore Gerardo D`Ambrosio, responsabile delle indagini per le bombe del 12 dicembre `69, una borsa marca Mosbach&Gruber, acquistata in una valigeria di Padova nella primavera di quell¹anno dallo studente di ingegneria Giorgio Caniglia e assolutamente identica a quelle usate per piazzare anche l¹ordigno della strage. Le borse di quella marca avevano infatti una serratura in metallo con un disegno particolare: il profilo di una testa di gallo. Nei giorni successivi alla strage, la serratura e il suo disegno, recuperati dagli inquirenti, vennero mostrati in lungo e largo dalla tv e dai giornali.
Grazie a quella segnalazione di Scialoja, debitamente messa a verbale con tanto di interrogatorio e sequestro della borsa recatagli in dono nel suo ufficio, D`Ambrosio potè in seguito scoprire una serie di cose una piú grave dell¹altra. Vale a dire: 1) quattro borse di quel tipo erano state vendute a Padova, dalla valigeria Al Duomo, due giorni prima di quel tragico 12 dicembre; 2) il titolare della valigeria il 14 dicembre, cioè appena 48 ore dopo la strage, aveva giá  avvertito la questura di Padova della vendita delle borse `a un giovane altro tra il metro e settantacinque e il metro e ottant`; 3) nel ¹71 Freda, che fisicamente ha quell¹altezza, viene arrestato per altri reati, la sua immagine in televisione viene riconosciuta dal personale della valigeria Al Duomo come identica all¹acquirente delle borse, e anche questa volta viene avvertita la questura, che raccoglie la testimonianza a verbale; 4) questa testimonianza non solo non era mai stata comunicata ai magistrati, ma era addirittura stata fatta sparire; 5) l¹Ufficio Politico della questura di Milano e una sezione molto delicata e chiacchierata del ministero degli Interni, l`Ufficio Affari Riservati, sapevano molto bene sia dell`acquisto che della testimonianza e della relativa sparizione, ma si erano entrambi ben guardati dal comunicare alcunché ai magistrati.

Il giorno 8 settembre, cioè sei giorni dopo la consegna della borsa a D`Ambrosio e la testimonianza a verbale, Scialoja pubblica su L¹Espresso un articolo in cui tra l¹altro scrive: `A mettermi al corrente dell¹esistenza di questa borsa e a portarmi dal suo proprietario, Giorgio Caniglia, è stato un militante del Comitato di lotta antifascista promosso a Padova da Potere Operaio e Lotta Continua e che sta preparando un libro bianco sulle `responsabilitá ` della polizia e della magistratura padovana`. Quel militante ero io - all`epoca studente di Fisica all`Universitá  di Padova: stavo in effetti scrivendo il libro Il Silenzio di Stato, pubblicato pochi mesi dopo, nel febbraio dell¹anno successivo, da Sapere Edizioni, con il mio nome e cognome sotto la dedica a tre miei amici. Conoscevo la storia della borsa fin da 48 ore dopo la strage, per il semplice motivo che Caniglia abitava con me, nell¹appartamento che avevo preso in affitto dalla Reale Mutua Assicurazioni in via Oberdan 2 a Padova, all¹ultimo piano del palazzo con la farmacia affianco allo storico e centrale Caffè Pedrocchi. La strage avvenne di venerdi. Domenica sera Caniglia tornó dalla casa trevigiana dei genitori e mi fece vedere la sua borsa: identica a quella mostrata in tv. Decidemmo che doveva essere consegnata alla polizia, cosa che Caniglia fece la mattina del giorno dopo, lunedí 15 dicembre. Per l¹esattezza, mostró la borsa a un poliziotto della `squadra politica` in servizio a una ventina di metri dal portone di casa nostra per tenere d`occhio il Palazzo del Bo`, cioè l¹agitata sede centrale dell`Universitá  di Padova. Molto stranamente, il poliziotto, che vide la borsa e parló con Caniglia alle 11 del mattino, disse che la faccenda non interessava perché giá  sapevano chi era il colpevole. Strano, anche perché Valpreda venne arrestato, a Milano, verso mezzogiorno, cioè un`ora dopo il colloquio con Caniglia. Colloquio che, si noti, avrebbe potuto portare all¹individuazione dei colpevoli nel giro di pochissimi giorni dopo la strage, cosí come la testimonianza della valigeria Al Duomo.
Insospettito anche dalle affermazioni della stampa e della televisione che quelle borse non erano vendute in Italia, mentre invece grazie a Caniglia era appurato che fossero vendute almeno a Padova, capii che non era il caso di fare troppo baccano. Ero un semplice studente universitario, per giunta un `contestatore rosso`. Sabato 13 dicembre la polizia prima e i carabinieri dopo si presentarono a casa mia con un mandato di perquisizione per me, Caniglia e la sua ragazza che pure abitava con noi: eravamo, cioè, tra i possibili sospettati della strage!!! Io venni debitamente `torchiato` dai carabinieri nel loro comando in Prato della Valle, assieme all¹allora mia ragazza quanto mai incredula e sbalordita. Non avevo ancora fatto il servizio militare: capivo da solo che per me espormi insistendo troppo sulla faccenda delle borse sarebbe stato molto pericoloso. Decisi cosí di aspettare di fare il servizio militare, di tenere nel frattempo d¹occhio le indagini e le inchieste della stampa, e ­ finita la naja nel `72 - di scrivere un libro.

Fu cosí che nell`agosto di quell`anno Scialoja a Roma venne a sapere, dalla moglie di un docente universitario, che ``un compagno, Pino Nicotri, sta scrivendo un libro che racconta anche dove sono state vendute le borse usate per le bombe del 12 dicembre `69``. Piombato in Veneto a razzo, da quel fuoriclasse che era, il giorno 1 settembre Scialoja riuscí a trovarmi: non a Padova, ma a Gallio, sull`altipiano di Asiago, dove mi ero ritirato a scrivere in un casolare di conoscenti. Come un tornado, Mario vinse tutte le mie titubanze. Lo portai da Caniglia a Treviso, e gli consegnai la borsa che il mio ex compagno di appartamento ­ al corrente del mio lavoro al libro e molto - volle consegnare solo nelle mie mani. Il giorno dopo D`Ambrosio si vide scodellare la borsa e la risolutiva testimonianza di Scialoja. Non potevo neppure immaginare che quello era il mio ingresso nel mio lavoro futuro: giornalista de L`Espresso anziché laureato in Fisica. E` la vita, bellezza.

Poiché avevo imparato ad essere molto prudente, spedii una lettera raccomandata sia a D`Ambrosio che all¹avvocato difensore di Valpedra, Guido Calvi, per avvertirli del fatto che era stata affidata a Scialoja una borsa da consegnare appunto al giudice istruttore milanese, avvertendo che sul numero de L`Espresso del 7 settembre ne sarebbe comparsa la storia. Che infatti apparve, puntuale e clamorosa, con il titolo ``C`è un`orma nuova``. Il 15 settembre l¹avvocato Calvi dichiara al giornale Il Giorno: ``Sulla storia delle borse eravamo stati informati da alcuni amici padovani e certamente ne avremmo fatto un uso clamoroso al processo``. Ma le scoperte degli inquirenti messi sulla pista giusta da Scialoja sono tali da scavalcare drammaticamente i prudenti piani di Calvi. Il 22 settembre Scialoja pubblica su L¹Espresso un¹altra inchiesta, intitolata questa volta `Nel pacco che viene da Padova`, dove racconta cosa ha scoperto D¹Ambrosio nella cittá  del Santo (Antonio, naturalmente: e cioè che i locali organi di polizia avevano sin dall¹inizio testimonianze risolutive, ma le avevano fatte sparire. Scialoja scrive chiaro e tondo: `...ero andato dal giudice istruttore Gerardo D`Ambrosio a raccontare tutto quello che avevo saputo, e dargli il tempo, quando i fatti non erano ancora divulgati, di compiere eventuali accertamenti utili alle indagini``. Ancora: ``Dopo di che, [D`Ambrosio, ndr] mi congedó ringraziandomi e affermando che sarebbero stati fatti accertamenti sulla base delle indicazioni da me fornite. E cosí è puntualmente accaduto. Subito, prima ancora, cioè, di partire per le ferie, D¹Ambrosio dispose che le indagini sui negozi che vendevano le famose borse fossero, a Padova, ripetute interamente``.

Il libro Il Silenzio di Stato ­ che pubblica perfino delle mie lettere a D`Ambrosio e Calvi - l`avevo scritto interamente io e ­ per pagare meno Iva ­ era stato pubblicato dalla Sapere Edizioni come fosse il primo numero di un periodico quindicinale, `InCo ­ Informazione Controinformazione`, con tanto di direttore responsabile, mi pare fosse un sindacalista della Cisl. E cosí quando mi iscrissi come pubblicista all`Ordine dei giornalisti di Venezia presentai - nella documentazione a corredo della domanda di iscrizione - i nove capitoli e l¹introduzione del libro come fossero singoli articoli. Infine, quando a Padova presentai il mio libro nella affollatissima Sala della Gran Guardia, venne come ospite e relatore l`avvocato Guido Calvi, il difensore di Valpreda. Il quale Valpreda, a sua volta, volle partecipare appena uscito dal carcere a un altro dibattito da me pure promosso sugli stessi argomenti e ringraziarmi pubblicamente.

PRIMA CONCLUSIONE - Come si vede, si tratta di una vicenda importante, oserei dire storica e non solo per L¹Espresso e Scialoja o ­ si parva licet ­ per me, ma per l`intera tragedia del 12 dicembre 1969, che è, purtroppo, una pagina ­ sanguinosa - di storia nazionale. Una vicenda per la quale la gratitudine di D¹Ambrosio, e non solo, dovrebbe essere eterna e inossidabile (cosí come l¹odio dei servizi segreti e dei funzionari e ufficiali felloni...). Come pure si vede, si tratta di una vicenda ben documentata, man mano punteggiata da scoop clamorosi, seguiti all¹epoca da tutta la stampa nazionale. Insomma, fatti non smentibili né dimenticabili dai diretti interessati. Eppure, per quanto possa parere strano e sconcertante ­ per non usare termini piú pesanti ­ all¹origine delle ricostruzioni indecorosamente monche mandate in onda dalla tv c`è proprio D¹Ambrosio. Il quale infatti in tutte le interviste concesse nei vari programmi citati, e usate come filo conduttore per le relative ricostruzioni dei fatti, si guarda bene dal citare L¹Espresso e Scialoja. Scippando i meriti altrui, arroga a se stesso e ai suoi inquirenti il `botto` della scoperta della storia delle borse vendute a Padova, e quindi della svolta clamorosa che ne è seguita.

Allibito, dopo avere visto la puntata citata di `Blu Notte ­Misteri italiani`, ho telefonato al dottor D`Ambrosio per sapere se magari gli avessero tagliato le parti piú significative dell`intervista. Ma ­ sorpresa! ­ lo stesso D¹Ambrosio mi ha negato di avere mai ricevuto Scialoja e di avere mai avuto da lui la famosa borsa! Di fronte al mio sconcerto, l¹ex magistrato oggi in pensione ha concesso solo quanto segue: ``Forse Scialoja è stato sentito da qualche pubblico ministero, ma sicuramente il suo apporto è stato ininfluente. Ormai sapevo giá  del negozio di Padova``.

C`è bisogno di commenti? No di certo. La vanitá  e l`egocentrismo fanno brutti scherzi anche alle persone piú stimate, e nei magistrati puó indurre a strane parabole di vita come quella per esempio di Antonio Di Pietro, piuttosto melanconica. Fine di un altro mito, D`Ambrosio cavaliere bianco. Mi viene in mente un errore clamoroso di un altro magistrato milanese, Armando Spataro, che nella sua richiesta di rinvio a giudizio di un gruppo di militanti dei Comitati Rivoluzionari Comunisti a metá  degli anni ¹80 giunse a definire un ricercato, Domenico De Feo, ``fratello del giornalista Alessandro De Feo, che non a caso lavora allo stesso L`Espresso dove lavorano Scialoja e Nicotri``.
La velenosa annotazione di Spataro voleva seminare il sospetto approfittando del fatto che sia io che il mio collega avevamo avuto l`immeritato onore di conoscere un po` di carcere con accuse talmente campate per aria da svanire poi nell`aria come un peto inconsistente. Il problema peró era che i due De Feo non solo non erano fratelli, ma neppure parenti né semplici conoscenti! Il De Feo de L¹Espresso lo aveva anche spiegato per iscritto su un giornale, mi pare fosse l`Unitá , ma Spataro ­ piú potente del comandante di una nave che puó dichiarare due persone marito e moglie ­ aveva deciso di dichiarare Domenico fratello di Alessandro...

A scivolone di Spataro ancora caldo, su sollecitazione del mio amico e collega di giornale Leo Sisti partecipai a un dibattito del circolo culturale Il Ponte della Ghisolfa, sul tema dei processi politici e affini. Erano presenti tra i relatori proprio Spataro e l`allora direttore de L`Europeo Claudio Rinaldi, in seguito direttore de L¹Espresso. Dopo il discorsone del magistrato, intervenni esibendo il foglio della sua richiesta di rinvio a giudizio e lessi la sua incredibile perla, facendogli fare una ben magra figura. Ció fece infuriare Rinaldi, il quale, intervenuto dopo di me, ebbe a rimproverarmi: ``Nicotri ha detto cose gravi, delle quali deve assumersi la responsabilitá  e delle quali sará  bene ricordarcene``. Credo che Rinaldi se ne sia ricordato, una volta diventato direttore de L`Espresso, cioè anche mio direttore: ma penso avrebbe fatto meglio a ricordare il clamoroso errore di Spataro. Non era grave il fatto che io avessi fatto il giornalista, scoprendo la magagna di Spataro, era invece grave che questi avesse compiuto un errore cosí clamoroso. Ed era gravissimo che volesse usarlo per continuare a seminare il sospetto su due giornalisti, me e Scialoja, giá  iniquamente colpiti da suoi colleghi, dei quali voleva evidentemente supportare il `lavoro`, di qualitá  davvero effimera.

SECONDA CONCLUSIONE ­ Certo, si tratta di fatti vecchi, che ormai quasi piú nessuno ricorda. Ma di attuale c¹è che la Rai manda in onda con soldi pubblici servizi arraffazzonati e mendaci, senza un minimo di verifica e ricerca d¹archivio, bevendo come oro colato e vangelo le parole di un intervistato, nella fattispecie un magistrato, che ha cosí tratto in inganno perfino un collega bravo come Minoli. E di ancor piú attuale c`è che questi comportamenti egocentrici e vanesi, un po¹ omertosi e scippatorii oppure troppo disinvolti e smemorati, quando sono tenuti da magistrati portano acqua al molino di chi li vorrebbe mettere in riga. Anche perché puó capitare che a risentirne non siano degli anziani giornalisti, ma imputati magari in galera in base ad accuse o ricostruzioni monche come queste rifilate in tv e che vi ho raccontato.

P. S. Ho inviato ad alcuni colleghi della tv e di altri giornali, tutti bene al corrente giá  a suo tempo dei fatti qui narrati sulle borse e affini - copia dell`e-mail che ho inviato a `Blu Notte`. Avrebbero potuto sollevare il caso. Invece se ne sono stati zitti. Evidentemente ben felici dell`andazzo. Si tratta di colleghi famosi, pronti a mobilitarsi contro Berlusconi&C o su altri temi di buona resa. Poiché sono anche una persona educata non ne faró i nomi. Ma il loro silenzio ­ che francamente non mi aspettavo cosí compatto, se non altro per riconoscenza verso L`Espresso - conferma la miseria dell`ambiente. E contribuisce a spiegare perché i giornalisti non godano di eccessiva simpatia e credibilitá ...
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