News per Miccia corta

14 - 08 - 2008

Cosí saltó la statua di Stalin

 

(la Repubblica, giovedí 14 agosto 2008)

 


 


 

Persino il monumento al dittatore sovietico ebbe a Praga vita breve: doveva essere eterno pronosticavano i cantori del socialismo, ma duró solo sette anni

Il 20 agosto del 1962 la dinamite chiuderá  in modo significativo un capitolo storico

Un autentico carro armato sopra un piedistallo esaltava la liberazione russa del '45



GIUSEPPE DIERNA

 


 

Dopo la vera e propria orgia iconoclasta che aveva accompagnato, a Praga, la raggiunta indipendenza nazionale, con gli anni Trenta non accenna certo a interrompersi quella che si puó a ragione definire un'assestata tradizione novecentesca di ripensamenti sul passato attraverso le statue. E se con la Prima Repubblica peggiora vistosamente la fattura dei monumenti che vanno a mutare il panorama della cittá , allo stesso tempo diminuisce peró anche il loro periodo di permanenza, e ció grazie soprattutto (tra il 1939 e il '45) al drastico contributo degli organi tedeschi d'occupazione. Intanto, in un feroce articolo del '29, La peste dei monumenti, il raffinato critico letterario Frantisek X. Salda si era violentemente scagliato contro questi nuovi simulacri che «ricordano pericolosamente prodotti dell'arte pasticciera portati a dimensioni pantagrueliche» o - peggio ancora - sembrano «cliché giornalistici branditi con forza, una sorta di plastici articoli di fondo di Narodni politika o dei Narodni listy». Aveva certo in mente i due ultimi arrivi: Wilson e Denis.

E chi poteva dargli torto?

L'infelice statua del presidente statunitense Woodrow Wilson, il primo di quegli «orribili esempi di devozione» di cui si lamenterá  sessant'anni piú tardi (ma riferendosi al monumento a Stalin) il critico Vaclav Cerny, venne eretta nel luglio 1928 - su impulso e finanziamento dei cecoslovacchi d'America - nei giardini di fronte all'attuale Stazione Centrale, che all'epoca aveva da poco abbandonato il nome dell'imperatore Francesco Giuseppe proprio per fregiarsi di quello del presidente americano, acclamato tra i liberatori della neonata repubblica. La figura in bronzo, opera di un inesperto scultore ceco-americano offerta alla madrepatria insieme ai finanziamenti, mostra un Wilson in piedi, rigido, le braccia allungate e leggermente discoste da corpo, i palmi delle mani rivolti in basso, come un doppio palleggiatore di basket. All'entrata in guerra degli U.S.A., peró, gli occupanti tedeschi non aspettarono neanche una settimana (c'era urgenza di metallo per gli armamenti) e la notte del 12 dicembre 1941 la statua venne tolta di mezzo, lasciando dietro di sé solo una lapide (germanica) a imperitura memoria. Dal '47 un monumento dei vincitori (un pilastro tronco con su una lapide) ricorderá  a sua volta il perduto monumento.

Non diversa la sorte della statua dedicata nel dicembre del '28 allo storico francese Ernest Denis, l'amico del presidente Tomas G. Masaryk, l'uomo che tanto si era battuto in Francia per il trionfo dell'idea di una repubblica cecoslovacca. L'illustre studioso viene accomodato su una poltroncina forse un po' troppo inclinata, posata su un piedistallo non molto alto, sulla Piazza di Mala Strana, lí dove lo slargo s'incanala verso la Nerudova (per capirci: un po' piú indietro di dove stava il maresciallo Radetzky). Forse per questo gli organi tedeschi a ció preposti si accorgono di lui anche prima del presidente americano, e l'ospite sparisce in tutto silenzio giá  nella notte del 20 aprile 1940.

In un gustoso romanzo di Jiri Weil, Sul tetto c'è Mendelssohn (1960), ambientato nella Praga del Protettorato e tutto tramato di statue il fotografo Oto Pokorny ama girare per la cittá  a fotografare «le piazze dove si ergeva qualche monumento non ancora spostato». Certo ne aveva parecchio di lavoro... Nel romanzo, un altro personaggio - l'operaio Schlesinger - viene invece costretto dalle autoritá  tedesche a partecipare al furto delle spoglie del Milite ignoto conservate nel Municipio di Piazza della Cittá  Vecchia. Come spesso in Weil, il fatto è autentico: trasferiti nella sede della Gestapo, palazzo Petschek, finita la guerra quei resti non si riuscirá  davvero piú a ritrovarli. Avverrá  allora qualcosa di incredibile. Davanti al Municipio semidistrutto dai tedeschi in fuga, lí dove ancora una trentina di anni prima cadeva l'ombra (protettiva o infamante: questione di punti di vista) della colonna mariana, viene ora eretto un improvvisato monumento al Milite ignoto: un catafalco con sopra una bara senza alcun corpo, un milite - ignoto e assente - davanti al quale tra il '45 e il '48 si svolgeranno ugualmente importanti cerimonie ufficiali.

Fantasma per fantasma: di lí a poco, lá  dietro l'angolo, sullo slargo sotto alle finestrelle dell'orologio astronomico da cui sbucano i dodici apostoli, viene collocato - ma solo in prova - il modello di un gruppo statuario all'epoca di grande successo: Fratellanza di Karel Pokorny, l'abbraccio alquanto focoso di un partigiano ceco con un soldato dell'Armata rossa. Il Comune vuole sentire il parere dei cittadini, e alla fine si deciderá  di spostarlo nei giardini davanti alla Stazione Centrale (tanto non c'è piú neanche Wilson...).

Intanto la cittá  si è arricchita di un classico del secondo dopoguerra: un autentico carro armato (sovietico) sopra un piedistallo, monumento elevato ai carristi russi che hanno liberato Praga nel maggio del '45. Sará  collocato, due mesi dopo, nel quartiere di Smichov, di fronte ai giardini Kinsky. Il poeta Nezval, dimentico ormai del proprio prestigioso passato, ricorda l'ingombrante cimelio in una poesia del '55: «Come una statua, come un sepolcro, come il monumento ad un tempo glorioso, / come un trono o come una corona svetta lí a Praga, a Smichov». Non sará  neanche il solo a trarne ispirazione. La foto del carro armato sul piedistallo diverrá  anche, per un certo tempo, il soggetto preferito da appaiare al monumento a Stalin nelle guide di Praga dalla metá  degli anni Cinquanta. E ancora nel luglio del '68, nel pieno della Primavera di Praga, un divertito giornalista del coraggioso settimanale Reporter, innervosito (come gran parte della popolazione) dalla mancanza di notizie sugli spostamenti dei carri armati sovietici che stanno facendo le loro minacciose esercitazioni (segrete) in territorio cecoslovacco, pubblica - una accanto all'altra - una foto del carro armato di Smichov e una foto tutta bianca. Sotto, le due didascalie precisano: «Carro armato liberatore», e accanto: «Carro armato segreto». Oggi neanche il carro armato del '45 sta piú lí al suo posto. Nel '91 era diventato per alcuni mesi la pietra dello scandalo nella politica ceca: prima venne pitturato oltraggiosamente in rosa, poi di nuovo in verde, quindi ancora una volta in rosa, fino a che non si decise di riporlo in un piú acconcio museo militare.

Partendo da tale inarrestabile ecatombe di statue, a molti doveva essere sembrato davvero esagerato il vicepresidente del consiglio Vaclav Kopecky quando, il Primo maggio 1955, all'inaugurazione del mastodontico monumento a Stalin, a Praga, sulla collina della Letna, nel suo discorso ufficiale aveva coraggiosamente dichiarato: «questo monumento è destinato a durare nei secoli». Durerá  sette anni e qualche mese.

Eppure ci si erano messi d'impegno, e giá  a partire dal '49, in previsione del settantesimo compleanno del Generalissimo. Il concorso aveva prodotto essenzialmente soluzioni stereotipe e semplicistiche: uno Stalin a figura isolata, gelato nel gesto di muovere il passo, le braccia allargate come un Golem da film muto.

Vennero esposti, quei modelli, nel dicembre del '49, in una sala della Casa di Rappresentanza: dev'essere stato davvero inquietante metter piede lá  dentro, scivolare in piano sequenza lungo quei quaranta e piú Stalin in miniatura, braccia larghe e sguardo accattivante... Il vincitore, Otakar Svec, li aveva sbaragliati tutti i suoi ingenui concorrenti, proponendo un imponente agglomerato, un cuneo simbolico che vedeva in testa Stalin con indosso un pastrano militare e in mano un libro. Dietro di lui, sui lati lunghi del parallelepipedo, i bassorilievi che raffiguravano - in due gruppi allegorici di quattro elementi ciascuno - il popolo sovietico e quello cecoslovacco: il soldato, l'intellettuale, l'operaio, il contadino...

Una ben studiata campagna trasformerá  l'impresa nel megacantiere a cielo aperto della costruzione del socialismo, quasi la sua rappresentazione figurata. Gli scrittori non stanno piú nella pelle e, prima ancora che i lavori inizino realmente, giá  vedono svettare sulla collina la statua che ancora non c'è.

Scrive nel '52 Pavel Kohout, il candido cantore di quegli anni: «Alto sopra la spalliera dei larici e dei viburni assopiti, / intessuto e sognato di marmo e di stelle, / nel sorriso nostro Stalin sorride, / sicura sentinella dei nostri lunghi cammini». Ma a partire dalla solenne inaugurazione di quel «colossale monumento al servilismo ceco e allo stesso tempo alla sua gigantomania» (V. Cerny), avviene peró un fatto straordinario: il monumento ormai completato sembra non produrre piú scrittura. La relazione segreta di Krusciov al XX Congresso del PCUS del febbraio 1956 (pur recepita in ritardo) spinge i censori alla cautela, gli scrittori al silenzio. La surrealista Eva Medkova scatta al monumento una foto: la macchina fotografica è puntata su Stalin, ma è quasi attaccata al piedistallo, molto in basso. Il risultato è un fantasma irreale, la punta di una scarpa, la piega del pastrano: un'assenza. Un'assenza a cui dará  corpo l'esplosione del 20 agosto 1962. La dinamite. Come aveva scritto Elsa Triolet, la moglie di Aragon, in un romanzo intitolato Il monumento. Ma nel '57, quando il romanzo esce, il Monumento sulla Letná¡ è ancora ben saldo, e nessuno si sogna nemmeno lontanamente di toccarlo.

L'esplosione della statua di Stalin, incipit anticipato della Primavera di Praga, dará  l'avvio a un revival del monumento che prenderá  a riapparire per interposta figura, per allegoria, talvolta persino nella sua ingombrante fisicitá . Ma, nel suo primo ritorno, appare solo nella propria assenza. Ció avviene nel finale del bel cortometraggio di Pavel Juracek Una persona da appoggiare (1963). L'inquadratura si allarga mostrando in lontananza il piedistallo vuoto del monumento. La cinepresa comincia a scendere sui gradini della scalinata. Lo sfondo sonoro trasmette il tonfo ripetuto di una caduta.

Quel piedistallo vuoto peró inquieta. Si cerca di esorcizzarlo, immaginandoci sopra schermi da proiezione per statisti intercambiabili, o magari uno Svejk da disegno di Lada. In una vignetta uscita il 10 agosto 1968, davanti a un attonito passante un piedistallo vuoto proietta sul muro l'ombra allarmante di un oratore in piena azione: il braccio alzato, un libro stretto nell'altra mano. Aveva ragione Bohumil Hrabal: «Che le lasciassero in pace le statue di Praga...».

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