News per Miccia corta

14 - 08 - 2008

Merleau-Ponty. Il filosofo che difese l'urss a cent'anni dalla nascita e i suoi nemici

 

(la Repubblica, giovedí 14 agosto 2008)

 


 

 

Con Sartre era cresciuto e nel 1946 aveva creato la rivista "Les Temps Modernes"

Capí piú tardi che il marxismo non funzionava e che il comunismo era pieno di incubi



ANTONIO GNOLI

 


 

A cento anni dalla nascita e a poco piú di mezzo secolo dalla morte, di Merleau-Ponty non resta quasi niente di vivo. Vivacchia nelle universitá , tra qualche corso di estetica e di filosofia contemporanea. Sartre, con un'ammucchiata di sentimenti contrastanti - e per questo tanto piú affascinanti e ambigui insieme - ne forní un ritratto finale che volle appunto intitolare "Merleau-Ponty vivo". Maurice se ne era andato in un soffio, con il cuore che improvvisamente aveva smesso di battere. E tutti, in quella Parigi attraversata dalle voci della Greco e di Brel, segnata dal tramonto delle caves e dall'alba della Nouvelle Vague, era il 1961, si chiesero: e ora cosa penserá , dirá , scriverá  Sartre? Da anni avevano smesso di parlarsi, da anni il filo della polemica, delle liti in famiglia, dei malintesi, si era spezzato e c'era solo il silenzio, rotto da qualche incontro casuale, tra le due piú grandi eminenze filosofiche, prima che arrivassero Foucault, Derrida, Deleuze.

Maurice e Jean-Paul erano stati amici. All'inizio sembravano due giovani topi nel formaggio tedesco. Sartre rosicchiava Heidegger e Merleau-Ponty si leccava i baffi su Husserl. Ma alla fine si sentivano tutti e due esistenzialisti, marxisti e anche un po' hegeliani. Dopo la guerra, nel 1946, misero su una rivista che avrebbe avuto una certa influenza in Europa: Les Temps Modernes. Non erano il braccio e la mente. Le loro teste finissime, con uno sguardo ai testi e uno alla realtá , non ammettevano gerarchie. Non scrivevano da una torre d'avorio. Lavoravano, discutendo tra equivoci e animositá , convinti che il mondo fosse rifondabile solo a partire da Est, da quella grande avventura che fu la rivoluzione d'Ottobre. Almeno fino a un certo punto ci credettero entrambi. Poi Maurice aprí gli occhi e vide quello che Jean-Paul non avrebbe mai voluto vedere. Constató che quella teoria non funzionava, che il marxismo non era la chiave con cui il proletariato avrebbe aperto le porte della felicitá , e che il comunismo era un paradiso di sogni e una realtá  di incubi.

Non dovette essere facile ammetterlo. Merleau non amava la borghesia, detestava il pensiero liberale, non riteneva che il capitalismo fosse l'unica soluzione alla quale l'umanitá  doveva adattarsi. Ma quella partita lunga, dura e difficile che, tra gli anni Trenta e Quaranta, si era aperta tra le due visioni del mondo non pendeva dalla parte degli sfruttati. O meglio gli sfruttati, di qualunque colore, continuavano ad essere sfruttati. Merleau negli anni di Les Temps Modernes cercava una via di uscita. Parló di un marxismo di attesa, spezzó qualche lancia a favore della realtá  sovietica. Alle spalle c'era lo stalinismo, con i processi di Mosca il terrore e i campi. Ma nella sua testa, volta al futuro, era ancora forte l'adesione alla causa. Merleau era un intellettuale che credeva nelle virtú della sinistra. Quando uscí Umanismo e terrore, Sartre lesse e approvó. Disse, anni dopo, che Merleau era stata la sua guida. Scrisse "che egli si orientava meglio di me nel mondo ambiguo della politica. ሠstato Umanismo e terrore a farmi fare il salto". Ma era un libro da barricate teoriche che fece saltare i nervi ad Albert Camus, il quale ruppe definitivamente con Merleau.

In quel testo del 1948, Merleau-Ponty se la prendeva con Arthur Koestler. L'autore di Buio a mezzogiorno dava una lettura moralistica e indignata delle cose che accadevano in Unione Sovietica, non capiva che lí, in quel territorio vasto ed enigmatico, si era verificato qualcosa di sconvolgente ma anche di utile per l'umanitá  tutta. La storia aveva saltato un passaggio: si era volati dall'arretratezza feudale e contadina al proletariato vittorioso. A un soggetto che non disponeva di un apparato economico e industriale moderno, ma aveva una prospettiva, un futuro da realizzare, anche se in un solo paese. Tra umanismo (borghese) e terrore (proletario) Merleau abbracció idealmente quest'ultimo. La violenza che la lotta di classe generava era la stessa di cui la storia aveva bisogno. Sartre condivideva. Ma quelle stesse narrazioni avevano trovato un acceso critico in Raymond Aron.

Nelle Memorie Aron non ci andó leggero. La lettura di Umanismo e terrore lo irritó e indignó. «Tradotto in linguaggio comune, il pensiero di Merleau-Ponty non peccava certo per eccesso di sottigliezza», scrisse sarcasticamente. Aron vedeva nelle posizioni di Merleau-Ponty, e a maggior ragione in quelle di Sartre, un'approssimazione teorica, una cecitá  e uno schematismo incomprensibili per degli intellettuali di quella caratura.

Ma si farebbe torto a Merleau se non si cogliesse il tormento che quelle posizioni stavano producendo, fino a sfociare nel 1953 in una profonda revisione del suo pensiero politico. Cominció a liquidare Lukacs e a riprendere in mano Weber. Cominció a fare i conti con Sartre. Le avventure della dialettica testimoniano dell'allontanamento definitivo di Merleau-Ponty dal comunismo e dal marxismo. E questo Aron glielo riconobbe. Mentre Sartre non glielo perdonó. A quel punto a Maurice non restava che la filosofia e quel vago bisogno di assestare il pensiero politico su un terreno meno ostile alla borghesia.

Un anno prima della pubblicazione delle Avventure della dialettica, Merleau-Ponty aveva fatto il suo ingresso nel prestigioso Collège de France. Agli inizi del 1953 egli tenne davanti a un uditorio di accademici la sua lezione inaugurale che volle intitolare "Elogio della filosofia". Aveva 45 anni Maurice, piú che una promessa si avviava a diventare una realtá  autorevole della filosofia di quegli anni. Quella lunga prolusione partiva da un omaggio alla tradizione francese: a Lavelle e Alain, a Bergson e Le Roy, e finiva nientemeno che con de Saussure e i problemi che il linguaggio genera in filosofia. In mezzo ampi cenni su Marx ed Hegel, visti come numi contrapposti. Qualche puntata sull'antico, Platone e Socrate, ma quello che spiccava era l'assenza di un nome: Edmund Husserl. Eppure non c'era passaggio di quella meditazione che non rimandasse alla fenomenologia husserliana, alle sue riflessioni sul tempo e sulla percezione. Del resto, Merleau aveva alle spalle due libri che dovevano molto a Husserl La struttura del comportamento (1942) e La fenomenologia della percezione (1945). Al maestro tedesco si era dedicato con devozione e acume. Aveva trascorso settimane negli archivi di Lovanio dove erano conservati gli scritti inediti di Husserl. E allora perché tacerne il nome? Non poteva essere la cautela a trattenerlo. Discrezione che si sarebbe capita se si fosse trattato di Heidegger, del quale, visti i trascorsi politici, in quegli anni era ancora difficile pronunciarne il nome in ambito accademico. Ma Husserl, il compianto maestro, l'ebreo vessato dal nazismo, tradito dal suo migliore allievo, perché non farne il nome? Chi piú di lui meritava un elogio filosofico?

Crediamo che Husserl sia stato in quel frangente l'invisibile, ma non per questo meno presente. La sua assenza non era insomma un'omissione, ma un omaggio tanto piú forte e significativo quanto piú silenzioso. Il silenzio, diceva Merleau, si addice ai filosofi. Ma chi poteva davvero fregiarsi di questo nome, ricoprirne il ruolo? «I filosofi piú risoluti», scrisse nell'Elogio, «vogliono sempre i contrari: realizzare, ma distruggendo, sopprimere ma conservando». ሠun mestiere paradossale il loro. Ma meno distante dalle esigenze umane di quanto si pensi. Tra l'uomo comune e la filosofia c'è un'intesa di fondo: «ambedue pensano la veritá  nell'avvenimento: si trovano insieme contro la pretensione boriosa che pensa secondo principi astratti e contro il libertinaggio che vive senza veritá ». Metafisica e nichilismo erano agli occhi di Merleau due forme di sapere insidioso ma contestabili. Il suo problema non era, come accadrá  in seguito ad altri filosofi, di uscire dalla filosofia moderna. Ma di starci dentro in un modo originale. E per far questo segnaló con forza che cosa da Cartesio in poi era sfuggito a molti ma non a Husserl. Ossia che c'è un mondo che preesiste alla riflessione e che quel mondo non è staccato dalla coscienza, ma intrecciato con essa. Quel mondo è ció che Merleau-Ponty chiamó corpo.

Il corpo veniva prima di ogni altra cosa, prima della divisone tra materia e spirito, tra realtá  e idea, tra soggetto e oggetto. Veniva prima di qualunque pretesa sistematica, prima dell'individuo. E quel corpo che improvvisamente balzava sulla scena filosofica non era lo stesso che la scienza fisiologica aveva indagato e analizzato. Il corpo, come lo pensava Merleau, era una specie di primordiale unitá  che conteneva dentro di sé quelle dualitá  che la filosofia moderna avrebbe programmaticamente tenuto separate e contrapposte.

Dal corpo partivano le percezioni e queste non potevano essere indagate in chiave sensista, quasi che la percezione avesse la sua ragion d'essere in un mondo esterno che la rende vera. Per il filosofo francese c'è una vita antecedente a ogni vita che viviamo (politicamente, culturalmente, biologicamente) ed è il nostro stare al mondo. Prendere innanzitutto coscienza di questo stato significava per lui misurarsi con il grado di libertá  e di confusione che viviamo. Il mondo ci limita, la realtá  ci condiziona, e nessun potere illimitato puó mai esercitarsi sulle cose e sugli uomini. Proprio questa nozione di libertá  fu un altro punto di dissidio che lo separó da Sartre. L'autore della Nausea pensava che si potesse ritrovare nell'individuo quel momento di libertá  assoluta da cui nasce qualcosa che illumina l'opaco. Maurice vi colse una retorica esistenziale e la volontá  pervicace di annullare gli altri. Perché mai gli altri avrebbero dovuto essere un inferno? In fondo, per tutta la vita Sartre restó un bolscevico snob, un anarchico innamorato dell'ordine rivoluzionario. Merleau si sentiva piú responsabile delle cose che accadevano. Piú cupo. Piú triste. Piú umano. Un uomo nostalgico della propria infanzia felice. Guardava la storia da sotto le luci dell'esistenza, non da sopra (dove tutto è indistinto), come amava fare Jean-Paul da quei caffè parigini che dettarono la moda e il costume intellettuale degli anni Sessanta.

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