News per Miccia corta

06 - 08 - 2008

La sinistra italiana e il fantasma del Gulag

 

(la Repubblica, mercoledí 6 agosto 2008)

 





ADRIANO SOFRI




Dunque, è la volta dei conti fra la sinistra italiana e Solgenitsyn. Presto fatti, per il Pci, con qualche eccezione (Lucio Lombardo Radice, che era del resto comunista e cattolico): tiepido sostegno per il denunciatore di una periferia del socialismo, come fu trattato a lungo il Gulag, accanita denigrazione per il denigratore del sistema socialista e, via via, per il nazionalista grande russo, lo slavofilo, il nostalgico dell'impero e dell'Ortodossia.

Altrettanto presto per la "nuova sinistra", o almeno per quella sua parte che, non sentendosi in debito con lo stalinismo, per ragioni anagrafiche o di biografie personali (molti di noi arrivavano al marxismo e al comunismo dopo aver letto da ragazzi Ho scelto la libertá  o Buio a mezzogiorno) simpatizzava per il coraggio o il valore letterario dei dissidenti russi, ma pensava di non averne molto da imparare. Noi italiani di sinistra, gli uni troppo vecchi per aver voglia di guardare in faccia il disastro della loro utopia, gli altri troppo giovani per sentirsene coinvolti, facemmo finta di niente, o quasi. Una giornata di Ivan Denisovic, pubblicato tempestivamente, sembró un bellissimo racconto: ma Se questo è un uomo era un'altra cosa. (Ci aveva messo del tempo anche Primo Levi, a farsi ascoltare. E quando il nome di Auschwitz divenne finalmente famigliare ed esecrato, parole come gulag o zek, nomi come la Kolyma o le isole Solovki dovevano aspettare ancora anni e anni. E Laogai, ecco una parola ancora misconosciuta: chissá  che le Olimpiadi non la facciano correre). Lo diró con quello che sembra un paradosso, e non lo è affatto. Penso di aver letto Reparto C nel 1969, quando uscí per Einaudi grazie a Vittorio Strada.

Era un gran libro, forse ricordava troppo da vicino i grandi romanzi ottocenteschi sui quali gli adolescenti si formavano – e dovrebbero ancora formarsi: ma quanto alla lezione, noi allora ci comportavamo come se non solo il capitalismo fosse destinato a scomparire, ma anche il cancro. Ci sentivamo bene, non era affar nostro. Cosí, quando la "sinistra rivoluzionaria" arrivó a esaurire il suo entusiasmo e la sua sinceritá , e dovette restare senza casa, o almeno cambiarla, in Italia Solgenitsyn non ebbe nemmeno una piccola parte del peso che ebbe in altri paesi.

In Polonia, per esempio, dove il russo era lingua dell'obbligo, dunque odiosa, e fu la lettura in russo di Arcipelago Gulag, ha ricordato ieri Adam Michnik su Gazeta, a ritrasformare il russo in una lingua amica. In Francia, soprattutto, dove Arcipelago Gulag fu il tramite principale di una riconversione filosofica e morale della sinistra fino a poco fa rivoluzionaria, quando non ottusamente marxista-leninista o maoista o trotskista. Il gulag si mostrava non come l'orrore della periferia del socialismo realizzato, il suo lato in ombra, che non si era finora visto o si era rifiutato di vedere, bensí il cuore del sistema, la veritá  universale della sua vocazione totalitaria. In molti di noi una tiepidezza non discese dall'opportunismo o dalla complicitá , ma, peggio, da una sufficienza e una superficialitá . Ci furono eccezioni, beninteso. Studiosi e militanti di sinistra come Piero Sinatti o, rimpianto come il primo giorno, Mauro Martini, seppero riconoscere il cammino intrepido e incredibile che avrebbe portato al crollo dell'Urss e del suo impero. (La Biennale del dissenso sarebbe venuta dopo, nel 1977, e ancora facendo scandalo). Ma il grosso non seguí: renitente. Del resto un libro come Un mondo a parte di Gustaw Herling era uscito fin dal 1951, e introdotto da Bertrand Russell e lodato da Albert Camus; e in Italia, per Laterza, dal 1958, e Herling era oltretutto anche "italiano": e fu come se niente fosse.

Arcipelago Gulag da noi fu un vero insuccesso editoriale, e impiegó molti anni a completare la pubblicazione. Il Premio Nobel – spesso screditato, altrettanto spesso piú lungimirante dello snobismo dei suoi obiettori – valse in alcuni a ridurre l'ammirazione per Solgenitsyn, e a rafforzare il nefando argomento secondo cui era ormai ostaggio della "borghesia" e dell'anticomunismo, e quando, nel 1974, lo si deportó in esilio – e lo accolse dapprincipio un grande scrittore e un grand'uomo come Heinrich Boell – quegli stessi ritennero chiusa la parabola della sua destinazione fra le braccia del "nemico principale". Con Arcipelago Gulag, e poi, ma ben diversamente, con La Ruota Rossa, di cui conosco solo due episodi, si era fatto fautore e raccoglitore di memorie e documenti di innumerevoli testimoni, come era avvenuto con il Libro Nero di Vasilj Grossman e Iljia Ehrenburg sul genocidio nazista nei territori sovietici negli anni della guerra, come sarebbe avvenuto ai nostri anni per merito dell'associazione Memorial.

Anche fra noi, nella sinistra che si voleva nuova e rivoluzionaria, ci furono scaramucce rivelatrici: sortite che riconoscevano francamente a Solgenitsyn la sua grandezza personale letteraria e civile, e repliche a furor di popolo che lo additavano come un nemico della causa proletaria... Vi furono anche repliche piú sobrie e ragionate, ma che mostravano la tenacia di un pregiudizio, per il quale i dissidenti e gli oppositori della dittatura sovietica da ammirare amare e sostenere erano quelli che credevano nel vero comunismo e ne combattevano, anche a costo della libertá  e della vita, il travisamento e il tradimento. Anche il giovane Solgenitsyn era cresciuto in quella temperie: ma poi era passato ad altro, la vita secondo veritá , la fede religiosa, la fiducia nella Russia... Poi, Solgenitsyn visse per vent'anni in una casa russa in una foresta russa di un Vermont che somigliava alla Russia, e semplicemente se ne parló sempre piú di rado.

Mentre noi, la composita sinistra italiana vecchia e nuova, davamo per lo piú prove che andavano dalla miseria alla mediocritá , nel mondo cattolico piú aperto all'ecumenismo o al dialogo con l'ortodossia, piú sensibile alla persecuzione religiosa nel socialismo realizzato, e attratto dalla tradizione dell'anima slava, si manifestó una importante attenzione, questa sí paragonabile al rilievo, a volte quasi promozionale, che altrove una sinistra in ritirata dedicó al dissenso e a Solgenitsyn. Fu cosí per associazioni e riviste come Russia cristiana e la sua edizione La casa di Matriona – che è, appunto, il titolo di un racconto di Solgenitsyn del 1963, la cui protagonista contadina sembra una reincarnazione femminile del Platon Karatajev di Guerra e pace. (In quella edizione escono fra altre le opere complete di Soloviev, o le poesie di Shalamov, alter ego e rivale di Solgenitsyn). Un'attenzione analoga ebbero la Comunione e Liberazione di don Giussani, e la Jaca Book, la cui collana Slavica ha il vero vanto dell'edizione di Vita e destino di Grossman.

Questa distanza italiana fra una sinistra che si era sentita libertaria e doveva, a metá  degli anni '70, cercare casa, e un mondo cattolico specialmente attento al primato della libertá  religiosa, riuscí a colmarsi in modo imprevedibile e meraviglioso – al punto che quasi nessuno dei suoi attori ne fu all'altezza – grazie alla Polonia in cui il Kor e la sinistra di Jacek Kuron, di Michnik, di Marek Edelman, di Karol Modzelewski, si uní ai militanti cattolici e mariani e papisti di Solidarnosc. Allora, qualcuno di noi, ci ritrovammo insieme, fisicamente, e a volte ne sapemmo trarre qualche lezione comune.

Ripercorsa questa piccola storia sommaria, voglio aggiungere una osservazione strana sulla modernitá  e il passatismo. Il Solgenitsyn dopo il ritorno ha fatto e detto molte cose che lasciano interdetti o perplessi: non occorre rielencarle qui. ሠun fatto che Solgenitsyn è morto mentre i nuovi russi comprano mezzo mondo, le squadre di calcio inglesi, le opere d'arte americane, la Versilia, i lampioni di Giugiaro nella Banja Luka serbista. Merito di Putin, del Kgb, del gasolio, della politica svelta di mano: tutte cose cui Solgenitsyn ha finto di rassegnarsi, pur di vedere ristabilito l'ordine russo. Ma lui era l'uomo della sobrietá , dell'essenzialitá , di una semplicitá  di vita arcaica. Si puó pensare che fosse il frutto di una vita lunga, e dolorosa, di un'infanzia di orfano e di povero, di una prigionia nella quale bisognava formare a memoria i propri testi, o inciderli su una scorza di betulla, o su fogli di ventura da sigillare in una bottiglia vuota e seppellire sotto terra, di una vita in cui sciogliere la neve per bere e leggere al fumo di una candela. Cose antiche, avanzi del vecchio mondo? Non credo. Non pronuncerei a cuor leggero la parola: passatismo. Il mondo ultramoderno brulica di galere di Stato o di izbe di Matriona in cui scriminare la brodaglia dagli scarafaggi, di cittá  assediate – qui, accanto a noi, quasi noi – in cui si fa la coda per l'acqua sotto il tiro; e la terra ha sete e fame, e soffre nella calura e geme per il gelo. L'ultima delle vite di Solgenitsyn, l'ultima delle vite di Lev Tolstoj, forse non sono cosí arcaiche, cosí passatiste.

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