News per Miccia corta

04 - 08 - 2008

Bologna, le ombre e le intenzioni

 

(la Repubblica, 4 agosto 2008)

 





GIUSEPPE D'AVANZO




Nessuna sentenza scolpisce la Verit√°¬† nella pietra. Di ogni sentenza si pu√≥ dubitare. √°ňÜ soltanto la fallibile verit√°¬† degli uomini scritta, quando le cose vanno per il meglio, al termine di un'operazione tecnica. Esiste una macchina procedurale. L'accusa formula le sue opinioni. Chi si difende le si oppone con contro-argomenti.

Il dibattimento pesa le une e gli altri. Ne convalida uno. Nel 1995 Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sono stati condannati all'ergastolo come esecutori della strage di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti, 200 feriti). Si dichiarano da sempre innocenti. Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha voluto, nel giorno dell'anniversario della strage, far sentire la sua voce per chiedere che ¬ęsi dissolvano le zone d'ombra che hanno suscitato perplessit√°¬† crescenti nell'opinione pubblica intorno all'accertamento della verit√°¬† sulla strage¬Ľ. Parole irrituali o, come ha detto il sindaco di Bologna Sergio Cofferati, addirittura ¬ęgravi¬Ľ perch√© ¬ęsollecitano la riapertura di un processo sulla base di perplessit√°¬† dell'opinione pubblica¬Ľ. Ammesso che davvero ci siano esitazioni nell'opinione pubblica ‚Äď e ammesso che esista davvero l'opinione pubblica ‚Äď ¬ęle perplessit√°¬†¬Ľ non possono essere un criterio per una revisione del processo.

Pi√ļ utili le zone d'ombra. Ce ne sono? Quali sono?

Nel corso del tempo, in un'inchiesta e in un processo teatro di depistaggi di ogni genere e segno (per depistaggio sono stati condannati Licio Gelli e Francesco Pazienza, a dieci anni, e due ufficiali del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte), si sono contate almeno tre piste alternative abitualmente designate con le formule: ¬ęfalangisti libanesi¬Ľ; ¬ęlibici¬Ľ; ¬ędepistaggio per Ustica¬Ľ.

La prima "pista" nasce dai ricordi di Abu Iyad, un dirigente palestinese. Dichiara che l'Olp ha fornito alla magistratura italiana ¬ęindizi¬Ľ sulla responsabilit√°¬† di fascisti italiani addestrati in Libano nei campi falangisti. La seconda ipotesi la indica un fascista: Stefano Delle Chiaie. Il suo avvocato sostiene che l'attentato alla stazione di Bologna era stato organizzato ¬ęper coprire la vera storia di Ustica¬Ľ, avvenuta un mese prima. Anche l'ipotesi libica nasce connessa alla strage di Ustica, ma ne attribuisce la responsabilit√°¬† a Gheddafi. A luglio 1991 il parlamentare dc Giuseppe Zamberletti giura che la bomba alla stazione sarebbe stata una ritorsione per l'accordo tra Italia e Malta firmato proprio la mattina del due agosto 1980. (In una variante di questa teoria, i libici avrebbero agito in replica al tentativo di assassinare Gheddafi a Ustica).

Tutti gli intrighi sono stati esaminati dalla magistratura bolognese che ne ha riscontrato l'infondatezza e, in alcuni casi, la strumentalit√°¬†. Negli ultimi mesi ha fatto capolino una nuova "certezza" gi√°¬† proposta dalla commissione Mitrokhin. L'ha proposta il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga. ¬ęIo, che di terrorismo me ne intendo, dico che la strage di Bologna √® un incidente accaduto agli amici della "resistenza palestinese" che, autorizzati dal "lodo Moro" a fare in Italia quel che volevano purch√© non contro il nostro Paese, si fecero saltare colpevolmente con una o due valigie di esplosivo. Divenni presidente del Consiglio poco dopo, e fui informato dai carabinieri che le cose erano andate cos√≠¬Ľ. La ricostruzione di Cossiga (che in realt√°¬† gi√°¬† era a capo del governo) sembra accostarsi alle rivelazioni di Carlos Ilich Ramirez Sanchez, ¬ęlo sciacallo¬Ľ: ¬ęL'attentato contro il popolo italiano alla stazione di Bologna "rossa" non ha potuto essere opera dei fascisti e ancora meno dei comunisti. √°ňÜ opera dei servizi yankee, dei sionisti e delle strutture della Gladio. Non abbiamo riscontrato nessun'altra spiegazione¬Ľ. Giusva Fioravanti conclude che ¬ęla pista palestinese √® ormai palese. Carlos ammette che quell'esplosivo era il loro e che a farlo brillare sono stati i servizi israeliani o americani¬Ľ.

Sarebbero queste le nuove zone d'ombra. E si fa fatica a crederle attendibili. Lasciamo da parte gli arzigogoli della "Mitrokhin", la pi√ļ pasticciona "agenzia di disinformazione" che sia stata mai ospitata in un Parlamento. Carlos non dice che l'esplosivo di Bologna fosse della sua organizzazione. √°ňÜ Cossiga che dice che fosse patrimonio palestinese. Purtroppo il presidente emerito, nel corso degli anni, ha cambiato troppe volte versione per ritenere questo un racconto definitivo. √°ňÜ soltanto l'ultimo in ordine di tempo.

Il 4 agosto 1980, al tempo presidente del Consiglio, Cossiga dichiara in Parlamento che l'attentato alla stazione era un attentato ¬ęfascista¬Ľ (¬ęNon da oggi si √® delineata la tecnica terroristica di timbro fascista. Il terrorismo nero ricorre essenzialmente al delitto di strage perch√© √® la strage che provoca paura, allarme, reazioni emotive e impulsive¬Ľ). Il 15 marzo 1991, divenuto presidente della Repubblica, dice di essersi sbagliato nel definire ¬ęfascista¬Ľ la strage; presenta le scuse al Msi; sostiene che ¬ęil giudizio da me espresso allora fu il frutto di errate informazioni che mi furono fornite dai Servizi e dagli organi di polizia. La subcultura e l'intossicazione erano agganciate a forti lobbies politico-finanziarie¬Ľ. Nel 2000, nuovo ripensamento. In una fatica memorialistica (La passione e la politica, Rizzoli) Cossiga scrive: ¬ęMi hanno tempestato perch√© dicessi quello che so. Io non so nulla¬Ľ. Nel 2007, in un colloquio pubblicato in Tutta un'altra strage di Riccardo Bocca, il presidente emerito fornisce qualche elemento. Ricorda quel che ha saputo o gi√°¬† sapeva (chiss√°¬†). La tesi dell'esplosivo palestinese gli sarebbe stata comunicata ¬ęnella prefettura felsinea, a ridosso dell'attentato (dunque nell'occasione in cui defin√≠ la strage "fascista"), dal capo dell'ufficio istruzione di Bologna, Angelo Vella¬Ľ (massone).

Come si possono definire ¬ęzone d'ombra¬Ľ quest'affastellarsi confusissimo e contraddittorio di ipotesi, congetture, ricostruzioni senza alcuna prova o indizio ‚Äď se non indiscrezioni, non si sa da dove piovute? E tuttavia ammettiamo che lo siano: appaiono incoerenti le mosse dei protagonisti (Fioravanti e Mambro) e dei loro sostenitori (la leadership del Movimento sociale di un tempo ora al governo e in Parlamento).

Il processo di Bologna come tutti i processi di quel tipo √® stato indiziario. Come sempre nei processi indiziari, ci sono fragilit√°¬† e debolezze nella sentenza. Ora se si vuole riaprire il processo non c'√® che da metter insieme un collegio di avvocati sapienti che, come prescrive la legge, raccolga ¬ęnuove prove che, sole o unite a quelle gi√°¬† valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto¬Ľ. O che documentino come ¬ęla condanna venne pronunciata in conseguenza di falsit√°¬† in atti o in giudizio o di un altro fatto previsto dalla legge come reato¬Ľ.

Il fatto √® che non c'√® traccia in questa storia n√© di un collegio di avvocati al lavoro n√© di una richiesta motivata (anche di l√°¬† a venire) di revisione del processo. Il dibattito mai tecnico √® tutto e soltanto politico. Nasce, si gonfia e prospera nei corridoi del Palazzo, nelle interviste senza contraddittorio, nelle audizioni e nei carteggi di rovinose commissioni parlamentari. √°ňÜ un dibattito che si sovrappone al conflitto tra magistratura e politica; al disegno del governo di screditare il lavoro delle toghe in attesa di una nuova riforma della Costituzione e dell'ordinamento giudiziario. Appare soltanto "occasione" di una politica e un'operazione di azzeramento delle identit√°¬† e delle differenze. √°ňÜ una disputa che non cela di voler creare una memoria condivisa e artificiosa che √® piuttosto ¬ęcomunione nella dimenticanza¬Ľ, ¬ęsmemoratezza patteggiata¬Ľ.

Lungo questa strada, Mambro e Fioravanti non avranno mai il nuovo giudizio che attendono. Questo dibattito ‚Äď che mai affronta la controversia degli argomenti, il loro contraddittorio nel solo luogo che pu√≥ dare concretezza ai dubbi ‚Äď pu√≥ soltanto umiliare gli ottantacinque morti della stazione. Perch√©, si sa, ¬ęsi pu√≥ far tutto con i morti, non hanno difese¬Ľ.

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