News per Miccia corta

03 - 08 - 2008

Bologna ricorda la strage Fini: restano delle ombre

 

(la Repubblica, domenica, 3 agosto 2008)

 

 



 

Bolognesi: "Fa polemica chi non è si mai fatto male" In corteo migliaia di cittadini




MICHELE SMARGIASSI

 


 

BOLOGNA - «La parola al ministro Gianfranco Rotondi»: e metá  piazza si svuota. S'allontanano le bandiere rosse di Rifondazione, quelle delle Rdb, quelle della Fiom, ma girano le spalle anche tanti bolognesi singoli e semplici, tutti insieme, come a un ordine che peró nessuno ha dato: semplicemente, per qualche migliaio di persone, la ventottesima manifestazione della rabbia e della memoria della strage del 2 agosto 1980 è finita lí. Un equipaggio della Protezione civile di Imola, ingannato dal deflusso improvviso, smobilita prima del tempo. Solo una ventina di anarco-antagonisti restano affezionati alla tradizione del fischio «a prescindere».

La vista nascosta dai gonfaloni, il ministro e leader della nuova Dc non s'accorge dell'esodo polemico, sente solo i fischi e risponde: «Non mi disturbano, anzi ringrazio: sono gli unici che mi considerano un ministro». Mi fischiate, dunque esisto. ሠla sua rivincita sull'assessore Libero Mancuso, che lo aveva definito «politico incolore», e lui s'era offeso quasi al punto da non venire, poi ha cambiato idea, e non perché glielo ha imposto Berlusconi. Perché un democristiano sa come ribaltare una pessima situazione in una buona occasione politica.

ሠsabato come il giorno della bomba. Stazione piena di famiglie con bambini per mano e valige al guinzaglio. Forse per l'esodo in corso, il corteo fa piú fatica di altri anni a riempirsi: ma alla fine sono sempre alcune migliaia, la piú grande, anzi l'unica manifestazione di massa sulla memoria tormentosa di questo paese. Come sempre, vigilia di polemiche e polemichette: vecchie ombre sulle sentenze di condanna dei neofascisti, fischi minacciati dalla sinistra estrema a chiunque rappresenterá  il governo, che hanno convinto il ministro Alfano a defilarsi. Paolo Bolognesi, presidente dei familiari delle vittime, è amareggiato: «Le polemiche le fa chi non si è mai fatto male». Sul palco ci sono bambini: figli e nipoti di chi quel 2 agosto si fece male.

Prima dei fischi di locomotiva che un po' in anticipo sulle 10.25 intimano il silenzio, Bolognesi al microfono calca la voce e la mano: «Il Parlamento ha legiferato piú sulla tutela dei malfattori che sui diritti delle vittime», la bilancia è rovesciata, le vittime restano senza l'ultima veritá  (i mandanti) mentre i carnefici diventano per i media quasi eroi romantici, quindi modelli pericolosi. Racconta di avere incontrato, una sera a Verona, un ragazzo che difendeva i Nar: «è stato poi arrestato, era uno di quelli che accoltellarono un ragazzo colpevole solo di portare i capelli lunghi». I colpevoli «non pagano», escono dal carcere «dove Francesca Mambro ha trascorso solo due mesi per ogni persona che ha ucciso», dove Giusva Fioravanti doveva scontare «sei ergastoli piú 134 anni e 8 mesi» e invece anche per lui «un trattamento di favore, forse per il diritto concesso dall'omertá  di Stato». ሠil sindaco Sergio Cofferati, subito dopo, a difendere «la veritá  storica e quella giudiziaria» da «tentativi di revisioni strumentali a piccoli vantaggi politici». Viene letto il messaggio del presidente della Repubblica Napolitano; solo citati (misura anti-fischi?) quelli dei presidenti delle Camere: cosí la piazza ignora che nel testo di Fini c'è una critica proprio a quella veritá  giudiziaria cosí faticosamente raggiunta.

Ed ecco che tocca a Rotondi. I fischi sono nel conto, ma meno del solito. Si sono trasformati in boicottaggio collettivo. Gesto altrettanto sprezzante, ma meno attaccabile. Si spacca in due il sindacato: le bandiere Fiom se ne vanno, quelle Cgil restano. Chi rimane, avrá  una sorpresa: le tinte accese del «ministro incolore». Che s'è fatto tutto il corteo a piedi, mai capitato. Ha fatto pace scherzando con l'assessore Mancuso, «Io sono di Avellino e lui di Napoli, da noi si bisticcia cosí, non v'impressionate». E al microfono se la gioca meglio di quasi tutti i predecessori. «Entro in questa piazza in punta di piedi», «metto da parte il discorso che avevo preparato e vi parlo col cuore».

Forse è tutto gran mestiere dicí, ma funziona. Rotondi sceglie i vocaboli con l'abilitá  di un moroteo: «in una piazza chiunque puó avere un'opinione diversa su governi e politiche, ma l'antifascismo non è un'opinione, è una ragione costitutiva della nostra democrazia». Difende le sentenze contro i neofascisti: «se emergono responsabilitá  nuove saranno illuminate, ma di fronte ai morti non si ribalta la veritá »; arriva a un passo dal definire fascista la strage, come sta scritto sulla lapide nella sala d'aspetto che a destra ancora non digeriscono: la bomba «fu il rigurgito di un orrore antico da cui credevamo di essere vaccinati». Va oltre: fu una «bestia» che voleva colpire la cittá  di Dossetti e Andreatta, «la cittá  della sinistra piú di governo». Incassa gli applausi dei rimasti, e i complimenti dei politici Pd. Per un ministro di centrodestra, spedito nella piazza piú difficile, è davvero un'impresa.

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