News per Miccia corta

29 - 07 - 2008

Balestrini, il 68 e la rivista Quindici

("l'Unitá ", 29 luglio 2008)

 

Nanni Balestrini


di Lello Voce
ሠdurata solo poco piú di due anni (dal 1967 al 1969), eppure l'esperienza di Quindici, la rivista legata all'attivitá  del Gruppo 63 e diretta prima da Alfredo Giuliani e poi da Nanni Balestrini, ha segnato, per l'intensitá  della sua riflessione teorica, la vastitá  dei temi trattati, il ventaglio vastissimo di autori che, direttamente o indirettamente, vi hanno partecipato (a parte quelli appartenenti al Gruppo, vien qui da citare almeno i nomi di Carmelo Bene, Franco e Franca Basaglia, Elvio Fachinelli, Piero Gilardi, Sylvano Bussotti) un momento decisivo della cultura e delle vicende letterarie italiane di fine Novecento.

Atto finale di un percorso complesso e decisivo, quello delle Neo-avanguardie, Quindici fotografa e analizza con straordinaria fedeltá  e profonditá  una svolta epocale in cui tanti episodi decisivi accadono uno dopo l'altro: il Vietnam, e Valle Giulia, la conquista della Luna e il golpe dei Colonnelli in Grecia, le lotte operaie alla Fiat di Torino e il Maggio francese, la Primavera di Praga, la nascita dell'antipsichiatria. Tutti trovano il loro spazio sulle pagine della rivista, accanto a centinaia di interventi piú strettamente «letterari», ad essi anzi indissolubilmente legati.

Presso Feltrinelli esce ora, per la cura di Nanni Balestrini e accompagnata da un acuto ed accurato saggio di Andrea Cortellessa, una crestomazia della rivista proprio a quarant'anni dal 1968.

Si tratta di una semplice coincidenza, chiediamo a Nanni Balestrini?
«Sí, ma mi sembra una coincidenza felice: il 1968 è stato l'anno centrale della breve vita di Quindici, che inizia nell'autunno del "˜67 e termina due anni piú tardi. Sarebbe certamente stato utile che l'antologia fosse pubblicata anche prima, dato che non è facilissimo trovare la rivista nelle biblioteche, ma organizzarla è stato un lavoro lungo e complesso, anche collettivo perché i collaboratori sono stati coinvolti nella scelta degli articoli.

Uscire nell'Universale economica di Feltrinelli è importante perché permette anche a un pubblico giovane di accostarsi a un'esperienza di quel lontano periodo, di cui ha solo un'eco, spesso distorta. E perché riporta quell'esperienza nella sua atmosfera originaria, alla casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli che ne è stato il fondamentale sostenitore e protettore, e senza di cui l'impresa, anche se autonoma e autogestita, non sarebbe certamente stata possibile».
Ma «Quindici» era davvero solo una manifestazione del Gruppo 63?
«Il Gruppo 63 è stato, per la cultura e per la letteratura in particolare, l'espressione di una generazione in un momento storico particolare, quello della grande trasformazione che l'Italia ha vissuto alla fine degli anni "˜50, nel suo sforzo di entrare in quella modernitá  che altri paesi europei avevano giá  da tempo raggiunto. Ci siamo trovati naturalmente, direi fisiologicamente, a contrapporci al vecchio establishment di una cultura autarchica e provinciale, decisa peró a non cedere un palmo del suo potere.

Abbiamo dovuto inventare nuove scritture capaci di rappresentare una nuova realtá . E per poter parlare a un pubblico, piú ampio di quello dei libri che editori lungimiranti osavano pubblicare, siamo stati praticamente obbligati a creare un nostro strumento, visto che la stampa esistente ci veniva astiosamente negata, ci aggrediva anzi metodicamente. Le circostanze hanno voluto che proprio allora esplodesse su scala mondiale il movimento di contestazione e si accavallassero una serie di eventi politici memorabili.

E su questi temi, al di lá  della polemica letteraria, ai collaboratori di Quindici era impossibile non intervenire. Penso che il cortocircuito che si produsse allora tra i procedimenti culturali che stavamo elaborando e una realtá  che irrompeva tumultuosamente appaia ancora oggi in tutta la sua intensitá , anche emotiva, e che rimanga l'aspetto piú interessante dell'antologia».

Quali erano le ragioni che vi indussero ad aprire la rivista ai materiali esterni?
«Il movimento del "˜68 studentesco è stato principalmente la presa della parola di una nuova generazione contro i vecchi schemi obsoleti della societá  italiana. Una nuova parola non compresa, ignorata, combattuta da tutti i mezzi d'informazione ufficiali, quando non strumentalizzata e mistificata, come nel caso dell'ambigua posizione reazionaria e narcisistica di Pasolini. Ma che ci ha trovato subito attenti e partecipi, preferendo offrire, invece di paternalistici commenti, direttamente spazio e visibilitá  sulle pagine della rivista. Poi il movimento è stato in grado di dotarsi di propri strumenti d'informazione con cui affrontare il lungo decennio di lotte che si apriva».

Un decennio che è finito tragicamente, negli anni di piombo...
«Cosí è stato, una santa alleanza che comprendeva lo Stato, partiti e sindacato, corpi militari e magistratura con l'appoggio massiccio di tutti i mezzi d'informazione, ha schiacciato la grande ondata innovativa, rivoluzionaria e creativa, politica e esistenziale. Possiamo dire che si è trattato del genocidio della parte migliore di una generazione. Ma è fallita cosí anche l'ultima possibilitá  di fare dell'Italia un paese moderno, ed è iniziata un'irreversibile parabola di decadenza morale, civile e culturale, che dalla trionfante restaurazione degli anni 80 a tangentopoli, fino all'attuale regime berlusconiano ci ha portato a essere il fanalino di coda dell'Europa, anche sul piano economico».

«Quindici» è stato anche un successo editoriale. A pensarci oggi, con le strategie adottate dall'industria culturale odierna, sembra quasi impossibile...
«L'industria culturale è sempre esistita, ma solo in Italia editoria, cinema e televisione si sono allineati totalmente sul livello piú basso di pubblico, nella convinzione che i profitti si facciano solo sui grandi numeri. Una rivista come Quindici era arrivata a vendere 25mila copie in edicola, perché allora l'industria culturale puntava anche su un segmento di mercato culturale alto. Un editore come Giangiacomo Feltrinelli aveva creato una moderna rete di librerie per un vasto pubblico, ma contemporaneamente pubblicava libri di alto valore culturale, destinati a un numero ristretto di lettori: anche quello era un mercato. Questo avviene ancora oggi in altri paesi europei».
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